I Balto: passione, unione e amore per la musica

I Balto: passione, unione e amore per la musica
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Quando si dice: “L’unione fa la forza…” ecco a voi: Andrea, Marco, Alberto e Manolo. Nel 2017 questi quattro ragazzi hanno unito davvero le loro forze e il loro amore nei confronti della musica per dar vita ad un progetto fondato su basi solide, ed è proprio su quelle basi e con la loro passione che hanno formato una band: i Balto.

Il percorso artistico dei Balto è mutato nel tempo, è cresciuto di pari passo con la loro età e le loro esperienze.
Una crescita graduale, come tutte le cose destinate a durare.
Il 2020 ha segnato un ritorno importante per la band romagnola, con due singoli: Quella tua voglia di restare e Preghiera della sera, entrambi usciti per Schiuma Dischi e Pioggia Rossa Dischi.

Un nuovo inizio dunque, maturo e consapevole, con dei testi autentici dai quali emerge verità, voglia di raccontare e raccontarsi davvero senza filtri sul cuore, scegliendo di dire tutto e di non nascondere niente, nessuna sensazione e senza risultare mai banali.

Hanno raccontato qualcosa in più anche a noi in questa intervista…

Ciao ragazzi! Partiamo subito con le presentazioni ufficiali, facendo un breve salto indietro nel tempo, per l’esattezza tornando indietro all’estate del 2017, momento in cui è iniziato il vostro percorso artistico. Raccontateci un po’ chi siete, come vi siete trovati e qualche curiosità sui vari step che vi hanno portato a dire: “Okay siamo ufficialmente una band e abbiamo deciso di chiamarci Balto.”

Ciao, si in effetti ci sono stati diversi step prima di partire realmente con questo progetto. Io (Andrea) e Alberto siamo cresciuti insieme, dall’asilo all’università, mentre con Marco avevamo un progetto di cover indie rock (Arctic monkeys, Srokes, ecc) ai tempi delle superiori. Ho incontrato Manolo sul 172 che ci riportava a casa dopo scuola da Riccione; c’era stima reciproca e abbiamo deciso di iniziare un percorso insieme di canzoni nostre che avevamo in cantiere individualmente.

Nell’estate del 2017 abbiamo partecipato ad un contest che ci ha permesso di aprire una data dei Canova a Cesena; quel Giugno per noi scandisce l’inizio vero e proprio di questo progetto, anche se al tempo non avevamo ancora un nome ufficiale della band. Un po’ alle strette coi tempi, e un po’ per gioco abbiamo deciso di chiamarci Balto in seguito ad un concerto vicino Firenze; a cena ci avevano trattati davvero bene e c’era un vino di qualche cantina sociale che portava proprio il nome Balto. La serata non andò così bene ma ci piaceva l’idea che potesse essere un vero inizio della band, un momento da cui tutto cominciava e niente del passato ci avrebbe più chiamato a rapporto.

Essere una band oggi non dev’essere cosa facile e stiamo assistendo a degli stop anche importanti: dai Thegiornalisti ai Siberia fino ad arrivare ai Canova. Essere e fare gruppo ha i suoi pro e i suoi contro, quali sono i vostri?

Il sentimento più importante che abbiamo provato è la chimica e l’energia di un bel concerto andato bene, così come i momenti in cui tutto sembra dirci che non ne valga la pena. Sono i momenti, le sensazioni e le incertezze che svelano sempre qualcosa di importante, che non si prova e non si spiega se non con il legame di una band. La scrittura di questo disco poi, esaltando le distanze fra di noi, ha rafforzato il bisogno e le motivazioni che ci spingono a fare musica.

In questo disco ognuno di noi ha messo davvero tutto quello che c’era da dire; ognuno ha lavorato alle parti degli altri, ed il confronto (e le litigate) è stato costruttivo al di sopra di ogni aspettativa. Personalmente quando propongo una canzone agli altri la “vedo” molto spesso già completa; per me in particolar modo è stato sorprendente meravigliarmi di come le canzoni mutano, evolvono e mi rispecchiano ancor di più, una volta che tutta la band ci ha messo mano.

Per quanto riguarda il campo della scrittura e della stesura dei testi, chi è tra di voi colui che ha la penna in mano?

I testi li scrivo io (“li scrive Andrea”), mentre alla musica lavoriamo davvero tutti insieme, prima ognuno in maniera individuale, da casa propria, da un viaggio in treno, dal lungomare o dai portici, e poi insieme, in sala prove e di nuovo a casa al computer.

Siete stati la copertina di Indie Now di Tim Music, cosa si prova ad essere protagonisti di un canale così importante?

Ci ha fatto sorridere. È stata una cosa bella che ci ha fatto bene dopo tanti mesi di lavoro. Non saprei se chiamarla “soddisfazione”; non ce lo saremmo mai aspettati ed è stato strano. Di certo ci ha fatto piacere.

E invece a proposito della parola “Indie” cosa ne pensate? Vi sentite parte di questo “contenitore musicale”?

È una parola che ci è sempre gravitata attorno, quasi come un satellite che sai che è li, ma non ci fai mai caso. Parliamo spesso della Luna e nessuno si ferma davvero mai a guardarla. “Indie” è una parola che fa comodo, probabilmente. Ci fa sentire parte di un insieme che in qualche modo ci tutela, oppure ci limita. Senza alcuna presunzione, noi abbiamo il solo bisogno e desiderio di fare della musica che ci faccia stare bene, e auspicabilmente, far star bene qualcun altro, cercando di non vincolarci alle “regole non scritte dell’indie” e allo stesso tempo coglierne gli aspetti positivi (e ce ne sono diversi) del farne parte; la prima fan base probabilmente deriva proprio da questo “sistema indotto” e perciò dobbiamo sicuramente un grazie a chi l’indie l’ha davvero portato avanti con il giusto spirito, quello degli anni novanta, direi. Oggi l’indie ha cambiato forma, e va bene così, le cose cambiano ed è giusto che si guardi avanti.

Alle vostre spalle c’è un percorso con varie tappe/soste, quali sono state quelle importanti e quali altri traguardi vi piacerebbe raggiungere? C’è un palco in particolare in cui vorreste suonare un domani?

Abbiamo avuto la fortuna di suonare in diversi palchi, in qualche piazza, in tante pizzerie. L’aspetto live è essenziale e per una band ancor di più. Ci piacerebbe che il nostro primo disco ci permetta di suonare tanto, c’è stato un lungo lavoro dietro alle macchine, avremmo davvero il bisogno di portarlo davanti e dentro alle persone.

Di palchi in cui abbiamo lasciato il cuore da spettatori ce ne sono tantissimi; per scaramanzia li lascerei all’immaginazione. Però uno in particolare in cui ci piacerebbe esserci è sicuramente quello del Locomotiv a Bologna. Ci abbiamo visto un mare di concerti e abbiamo sempre avuto il desiderio, prima o dopo, di poterci suonare, magari come opening a qualche band del cuore.

Ad oggi con gli ultimi due singoli: Quella tua voglia di restare e Preghiera della sera sembra voi siate completamente ripartiti da zero, con una carica e uno spirito diverso. Cosa e quanto è cambiato nel tempo, ma soprattutto cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova versione dei Balto? C’è un album in cantiere?

Fortunatamente siamo sempre noi 4, che ci vogliamo bene un po’ di più e abbiamo un pochino più di consapevolezza di quello che ci piace davvero fare. Se nella forma, forse, le canzoni hanno incominciato a prendere una direzione diversa dal primo EP, nel contenuto e nell’intenzione abbiamo continuato semplicemente un discorso iniziato tempo fa; siamo pieni di domande, e cerchiamo di porle e porcele nelle canzoni che scriviamo. Questi due singoli anticipano, insieme ad altre canzoni, il nostro primo album.

Un saluto per gli amici di thesoundcheck con una frase di una vostra canzone…?

Vorremo avervi qui, per raccontarvi tutto.

a cura di
Claudia Venuti

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Claudia Venuti

Claudia Venuti

Claudia Venuti nasce ad Avellino nel 1987, a 14 anni si trasferisce a Rimini, dove attualmente vive e lavora. Oltre ad essere il responsabile editoriale della sezione musica di TheSoundcheck, è responsabile dell’area letteratura dell’ufficio stampa Sound Communication. Studia presso la Scuola Superiore Europea di Counseling professionale. Inguaribile romantica e sognatrice cronica, ama la musica, i viaggi senza meta, scovare nuovi talenti e sottolineare frasi nei libri. Sempre alla ricerca di nuovi stimoli, la sua più grande passione è la scrittura. Dopo il successo della trilogia #passidimia, ha pubblicato il suo quarto romanzo: “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio” con la casa editrice Sperling & Kupfen del Gruppo Mondadori.

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