In arrivo al cinema una nuova versione targata A24 della figura del fuorilegge inglese, in vesti molto più violente e, al tempo stesso, introspettive. La sua leggenda se l’è creata da solo, mentendo, e ora la sua vita sta giungendo al termine.
Hugh Jackman interpreta un Robin Hood anziano, che riflette sulla sua vita brutale. Tutto ciò che sappiamo di lui non è vero: ogni storia cantata non è altro che un inganno del fuorilegge.
Scritto e diretto da Michael Sarnoski (A Quiet Place: Day One), il film fa immergere lo spettatore in un racconto lento e intimo, che dipinge gli ultimi giorni di un uomo che si è fatto terra bruciata intorno. D’atmosfera, più che d’azione, Robin Hood – il prezzo del sangue trova la sua forza nella perfezione visiva e nel sonoro medievale, che riportano lo spettatore nell’Inghilterra del periodo delle ballate del fuorilegge.
La trama
Nelle lande desolate e selvagge dell’Inghilterra, un anziano Robin Hood (Hugh Jackman) viaggia solitario fino all’arrivo di Little John (Bill Skarsgård). Quest’ultimo gli chiede di compiere un’ultima impresa assieme: riprendersi la casa in cui viveva da anni, dopo aver sottratto l’identità a un uomo incontrato sul suo cammino. Robin Hood accetta: sa che è un’impresa difficoltosa, ma ciò che sta cercando non è altro che una morte degna del suo nome.
Nello scontro, i due riescono a riprendersi la casa e a mettere in salvo la figlia di Little John, ma sua moglie muore. La faida con la famiglia nemica si fa più aspra e in uno scontro notturno illuminato solo dal fuoco degli incendi, il capofamiglia sembra aver vinto contro Robin Hood. Il fuorilegge è pronto a morire, ma Little John lo salva.
In uno stato disperato, Robin Hood viene portato su un’isola dove Suor Brigid (Jodie Comer) accoglie malati e orfani in una comunità religiosa pacifica. Qualche giorno più tardi, anche la figlia di Little John, Little Margaret (Faith Delaney), arriva sull’isola con la notizia della morte del padre.

Ma serviva proprio Robin Hood? Il potere delle storie
Già solo dalla visione del trailer, una domanda sorge spontanea. Perché fare un film su Robin Hood, mettendo in scena un personaggio che è agli antipodi rispetto al ladro gentiluomo della tradizione?
Il Robin Hood di Hugh Jackman non ruba per dare ai poveri. Anzi, ha passato la sua vita ad ingannare e uccidere per il proprio interesse personale. Questo contrasto tra le storie e la realtà consente di mettere in scena uno dei più importanti snodi tematici del film: una riflessione sul significato di verità e memoria.
Le gesta crudeli dell’uomo decadranno nell’’oblio della storia, dopo la sua morte. Ciò che rimarrà saranno le avventure fasulle dell’eroe che Robin avrebbe voluto essere. Mentre il fuorilegge si avvia verso la sua fine, il confine tra ciò che è reale e ciò che non lo è si fa man mano più labile: la verità inizia a perdersi, mentre lo stesso protagonista dimentica chi ha incontrato. Le ballate prendono il posto degli avvenimenti reali.
Così, quando il lebbroso (Murray Bartlett) gli rivela di essere il suo antico rivale Guy di Gisborne, Robin si stupisce. La ballata dice che lo ha sconfitto e gli ha tagliato la testa, ma lui è convinto di non averlo nemmeno mai incontrato. Guy gli ricorda la verità: si sono affrontati e lui è stato sconfitto, ma risparmiato. Per questo, Guy ha potuto cercare la propria redenzione, come ora Robin sta facendo con la sua.
Questa tematica è senza dubbio la più interessante del film, ma si perde nella sua sottigliezza. La storia procede lentamente, per dare spazio all’introspezione del personaggio, ma da qualche parte si dissolve: la lentezza eccessiva della pellicola in questo caso non si fa veicolo di un messaggio emotivo come vorrebbe e stenta ad arrivare allo spettatore.
È difficile empatizzare con Robin Hood. Abbiamo tutti i motivi per credere che non si meriti la redenzione, ma al tempo stesso non lo conosciamo abbastanza per farci muovere dalle sue gesta. Così, si innesca un cortocircuito che fa sentire lo spettatore lontano dal protagonista. La decisione di mettere in scena un personaggio così rinomato, capovolgendolo, rimane per questo azzardata.

The death of Robin Hood
Come accennato, Robin Hood – il prezzo del sangue è un film più d’atmosfera che d’azione: lo spettatore viene catapultato nell’epoca del fuorilegge grazie a diversi elementi.
Innanzitutto, l’ambientazione. La vicenda si svolge tra le cupe brughiere inglesi e il priorato sull’isola. L’atmosfera desolata avvolge lo spettatore e incornicia i personaggi spesso con una particolare cura della simmetria visiva. La composizione dell’immagine infatti non è mai casuale: lungo tutta la pellicola si creano dei momenti suggestivi che sembrano dei veri e propri quadri.
Come durante lo scontro notturno caratterizzato dal netto contrasto tra il buio e le fiamme ardenti, sfondo del conflitto. Gli atti di violenza nel film non sono pochi, anzi: essa è rappresentata senza paura, con sincera brutalità, ma senza enfasi.
Anche il sonoro fa la sua parte nella creazione dell’atmosfera. La colonna originale del film è composta da Jim Ghedi, cantautore inglese, che ha realizzato alcune tracce esclusivamente strumentali e brani di folk narrativo che imitano le ballate medievali dedicate a Robin Hood. D’altronde, il film stesso si basa sulle musiche tramandate, che narravano le gesta del fuorilegge.
Nello specifico, sulla ballata The Death of Robin Hood, una delle più antiche tramandate sull’eroe (tra il XVII e il XVIII secolo). Da essa prende vita l’idea base del film, che infatti in originale riprende il titolo della ballata, in cui viene narrata la fine dell’eroe. Allerta spoiler: le versioni della ballata sono diverse, ma il finale è il medesimo: la morte di Robin Hood per un dissanguamento.
Una storia intima in un mondo di violenza
Come in A Quiet Place: Day One, Michael Sarnoski mette in scena un mondo brutale, in cui la violenza regna sovrana. In questo contesto spietato, dà vita a una storia intima e introspettiva, ma non lo fa con lo stesso successo. Se nel precedente film era in grado di emozionare, qua fallisce in uno dei compiti più importanti: far entrare in empatia con il protagonista.
Ciononostante, ci regala un film visivamente spettacolare, con un’anima decisa e originale e diversi spunti di riflessione.
a cura di
Francesca Maffei

