Il corto della troupe Vision trionfa al premio stampa “Nuovi Sguardi” del Long Story Short. Un viaggio di quattro minuti che ci sbatte in faccia un’umanità anestetizzata, dove la metropolitana non serve a viaggiare, ma a contenere.
Se c’è una cosa che ho imparato in anni di lavoro sui campi sportivi e nei paddock, è che la vera tensione non ha bisogno di esplosioni o fuochi d’artificio: la senti nell’aria, silente e inesorabile.
Ed è esattamente la stessa morsa asfissiante che ti afferra alla gola guardando Capolinea, il cortometraggio firmato dalla troupe Vision (con la regia di Vittoria Casarini) che si è aggiudicato il premio stampa “Nuovi Sguardi”.
Dimenticatevi la Rimini delle cartoline, degli ombrelloni accalcati e delle estati infinite. Qui siamo di fronte a un futuro trasfigurato, ostile e spaventosamente geometrico. Un corto che si apre con un contrasto brutale: quello dato da un muro di cemento armato stagliato contro un cielo azzurro quasi chimico.
È il preludio a un viaggio scandito dalle fermate di una metropolitana invisibile. Quelle della Linea Magenta, che non sposta le persone, ma le rinchiude.
Il peccato analogico e l’illusione dell’estate
La narrazione scelta dagli autori è asciutta, priva di ogni allegoria scenica. Manca volutamente di empatia, incarnata alla perfezione dalle due burocrati imperturbabili che, vestite in completi neri oversize, ci guidano in questo incubo urbano. Sono personaggi privi di un vero passato, figure opache nate, letteralmente, per essere dimenticate.
Il dialogo iniziale, scambiato su una panchina bianca asettica, ci sbatte in faccia la nostra stessa pigrizia contemporanea in modo brutale:
“Credi che l’utente medio riesca a percepire la differenza tra il profumo dello iodio e questo odore di aerosol al sapore di cocco e cloro?”
In fondo, la risposta è drammaticamente vera. L’utente non vuole la realtà, vuole la “stabilità termica”, pretendendo che l’estate sia identica alla clip pubblicitaria pre-confezionata che ha comprato durante l’inverno.

Quello che colpisce della messa in scena non è tanto ciò che mostra, ma ciò che nega e condanna in ogni singola stazione:
Prossima fermata: Molo. Sulla spiaggia, la natura è un abominio. Un uomo intrappolato in un sudario di plastica trasparente cerca il mare. Il verdetto della burocrate, indicato con un dito freddo, è uno solo: “È reato”.
Prossima fermata: Arco. All’ombra dell’antico Arco d’Augusto, la storia è stata rimpiazzata da scanner digitali di conformità emotiva. Un ragazzo viene fermato per un’imperdonabile “anomalia analogica”. La sua colpa? “Ho guardato un albero per più di tre secondi”. La punizione è istantanea: detrazione di 50 crediti felicità. La ricerca del reale è diventata un lusso punibile.
Prossima fermata: Borgo. Nei vicoli un tempo pittoreschi di Borgo San Giuliano, si applaude il vuoto. Ragazzi ipnotizzati fissano un muro bianco, ascoltando il nulla da uno stereo appoggiato su un vaso. “Stanno consumando la nostalgia di un ricordo che non hanno mai avuto”, spiegano le guide. È la nuova droga sintetica per un turismo fantasma: un’allucinazione collettiva per non impazzire.
Una corsa forsennata verso il nulla
Sperimentare la fantascienza distopica in Italia è sempre un rischio enorme, poiché si sfiora spesso il ridicolo, ma, in questo caso, la coerenza formale vince su tutto. Il linguaggio utilizzato, il sound design oppressivo (curato da Alessandro Fabbri) e i simbolismi crudi si incastrano alla perfezione nei quattro, intensi minuti di girato. Ogni tappa di questo convoglio fantasma rappresenta un gradino in più verso l’annichilimento totale, fino al vero capolinea: la Zona Industriale.
È qui, in una stanza spoglia e claustrofobica, che il velo di Maya si squarcia. La rivelazione della burocrate è agghiacciante: “Il mio contachilometri segna zero. Non ci siamo mai mossi”. La metropolitana si rivela per ciò che è: non un mezzo di trasporto, ma un dispositivo di contenimento di massa.
La presa di coscienza si traduce in un risveglio violento. Quella corsa a perdifiato finale, raccontata per immagini minimaliste e movimenti di macchina frenetici, non è un lieto fine.
La giacca nera lasciata cadere sull’asfalto è solo il breve, effimero assaggio di una libertà che ci stiamo lasciando scivolare via dalle mani, un disperato tentativo di fuga da quel vuoto cosmico.
Concepire un’opera simile nei tempi strettissimi imposti da Long Story Short dimostra una cosa chiara: per fare un cinema d’impatto non servono budget milionari.
Bastano un’idea affilata, un’estetica rigorosa e il coraggio di non dare allo spettatore nemmeno un secondo per respirare.
Tutti elementi che Capolinea fa profondamente suoi, componenti fondamentali della sua essenza.
a cura di
Andrea Munaretto

