Odissea: la riscrittura dell’epos omerico secondo Christopher Nolan

Al cinema a partire da oggi, giovedì 16 luglio, con Universal, Odissea, il nuovo film di Christopher Nolan che si pone l’arduo compito di riscrivere l’epos omerico in chiave contemporanea

Come si può trasporre un’opera come l’Odissea?
Come riuscire ad imprimere su pellicola uno dei più grandi epos per eccellenza, una storia che esiste da quasi tremila anni, tramandata dagli aedi canto dopo canto e pervenuta, dopo secoli, fino a noi, nella forma scritta che oggi conosciamo?

Se lo deve essere chiesto anche Christopher Nolan quando, nel 2024, si approcciava cinematograficamente per la prima volta al celebre poema omerico, da lui rivisitato con la sua ultimissima pellicola, The Odyssey, il film evento dell’estate presente in sala a partire da oggi, giovedì 16 luglio.

Nel corso del tempo si è parlato spesso dell’Odissea che, inizialmente meno diffusa della sua “sorella maggiore”, fa del suo protagonista uno dei personaggi più celebri della letteratura antica.
Riscoperto dalla ricerca filologica solo successivamente, il poema è stato studiato e analizzato a lungo, finendo al centro di diversi dibattiti che hanno contribuito alla sua fortuna. La più nota è sicuramente la cosiddetta “questione omerica”, relativa alla paternità dell’opera, attribuita – come per l’Iliade – non a un singolo poeta, bensì a una lunga tradizione di diffusione orale, avvenuta attraverso il canto degli aedi.

In un immaginario fantastico dove mostri, streghe e divinità avanzano indomite ostacolando il νόστος (“viaggio di ritorno”) del guerriero più astuto che il mondo abbia mai conosciuto, viene quindi da chiedersi se, nel 2026, questa storia necessiti, ancora una volta, di essere raccontata.
E se la nuova versione di Nolan possa essere considerata la miglior trasposizione per i nostri tempi.

L’epos di Christopher Nolan

“Mostrami, o Nolan, la storia dell’astuto eroe e del suo sventurato ritorno,
che dalla rocca di Troia, infine, lo condusse a casa.
Alla sua amata Itaca, tra le bianche braccia
dell’amata Penelope, dopo anni di forzato esilio lontano.”

Inizierebbe forse così, oggi, in veste moderna, uno dei prologhi più famosi della letteratura occidentale. L’appello ad un regista visionario, che più volte è riuscito a riscrivere la storia del cinema contemporaneo giocando con i suoi generi, rielaborati e ridefiniti attraverso la sua visione.

Nelle vesti di un aedo moderno, in The Odyssey Nolan racconta le gesta e le avventure di Ulisse con l’unico mezzo realmente adatto ai nostri tempi: la macchina da presa. Dando forma, attraverso immagini e suoni, a un epos antico quanto l’acqua, la terra e il cielo. Riscrivendo, con la sua sceneggiatura, una delle storie più famose della civiltà greca.

I toni sono quelli solenni dell’epica, ripresi fedelmente da una narrazione dalle poche sbavature, nonostante le diverse modifiche apportate dal regista al materiale originale.
Un taglio principale – quello relativo a Nausicaa e alla corte dei Feaci – sposta il racconto sulle rive dell’isola di Calipso, dove la ninfa, obbligata dagli dei, decide di lasciar finalmente partire l’eroe alla volta di Itaca.

Con un’operazione simile a quella di Memento, Nolan alterna passato e presente attraverso i ricordi confusi dello stesso Odisseo, offuscati dal dolce effetto dei petali del Loto.
Questo espediente dona alla narrazione una frammentazione piuttosto lineare rispetto agli standard del regista, che rappresenta probabilmente uno degli elementi più deboli del film, non arrivando al pubblico con la giusta forza. Una soluzione più marcata, una maggiore e radicale autorialità avrebbero forse conferito alla pellicola un’impostazione meno tradizionale, ma sicuramente più forte.

Chiariamoci, il film è intriso di momenti di pura bellezza, come le numerose riprese in mare, tra i luoghi più antichi del Mediterraneo, pervasi dai suoi miti e da tutta la sua storia (e non solo, date le numerosissime riprese eseguite in Marocco, Regno Unito, Irlanda e, inequivocabilmente, in Scozia, durante l’approdo sull’isola di Circe).

Ma anche la grottesca sequenza della maga, dove i corpi dei compagni di Odisseo vengono modellati secondo un antico rituale dagli artifici magici della donna, che li deforma e li plasma con le sue stesse mani, tramutandoli in animali. Una scena disgustosa, ma, allo stesso tempo, terribilmente ipnotica, il cui viscerale fascino è accresciuto da un montaggio via via più frenetico, correlato a sonorità sempre più intense.

Per non parlare dell’atto finale, con lo sbarco ad Itaca e lo scontro mozzafiato tra Ulisse e i Proci: scene ricche di grande epicità, destinate a riscrivere la storia dell’Odissea sul grande schermo.

La componente tecnica

A livello tecnico, la scelta di Nolan ricade ancora una volta sull’IMAX in 70 mm, che risulta qui tanto determinante quanto perfetto per le riprese di ampi spazi e scene a campo largo, come quelle girate sui campi di battaglia e in mare aperto, letteralmente da brividi.

Ma anche – e qui sta la grande rivoluzione tecnica apportata dal regista di Odissea – per sequenze più ravvicinate, con la realizzazione di primi e primissimi piani resi possibili grazie all’introduzione del BLIMP, risolvendo così il problema del fastidiosissimo rumore generato da queste cineprese, che ha da sempre ostacolato la ripresa di questo tipo di scene.

Già con Tenet, Nolan ne aveva sperimentato un primo prototipo,un grande involucro che, coprendo la macchina da presa, avrebbe dovuto silenziarne il frastuono. Con Odissea, il tentativo è stato replicato – questa volta con successo – con la costruzione di The Keighley, la nuova cinepresa chiamata così in onore del compianto David Keighley (ex CQO IMAX) e di sua moglie Patricia, da sempre sostenitori del formato.

Nonostante le diverse problematiche legate alla struttura stessa della macchina da presa (come il suo elevato peso di oltre 130 kg e i brevissimi tempi di ricarica dati dallo stesso materiale, estremamente spesso e pesante), la troupe ha adottato brillanti soluzioni, che hanno permesso a Nolan di realizzare il suo sogno: quello di girare una pellicola completamente in IMAX.

Per quanto riguarda gli altri reparti, la poetica e suggestiva fotografia di Hoyte van Hoytema ha invece il potere di riportaci indietro nel tempo investendo lo spettatore con le sue atmosfere mozzafiato, in un climax emotivo difficilmente raggiungibile dal cinema contemporaneo, caratterizzato dalla scomparsa dei colori e delle loro forti tonalità.

In Odissea, l’utilizzo di una fotografia fredda e spenta dal contrasto visivo marcato (e pressoché perfetto) accompagna il pubblico in un epico viaggio, traghettandolo per isole misteriose abitate da creature mostruose fino ai Campi Elisi, dove una forte atmosfera di morte avvolge i sensi di chi guarda.

L’impiego della luce viva del fuoco sembra consacrare definitivamente il carattere epico della pellicola di Nolan, attraverso un effetto estremamente realistico ottenuto con l’utilizzo piraedri, schede a circuito stampato di forma triangolare ricoperte da LED, in grado di emettere il colore e il movimento di una fiamma ardente.

Ultima, ma non per importanza, la potente colonna sonora di Ludwig Göransson che, attraverso suoni atavici e primordiali, conferisce alle scene un forte impatto, accrescendo il pathos della narrazione.

Così, le urla del vento in tempesta si alzano possenti, tra le acque tumultuose di un mare non più culla di grandi gesta e di nobili imprese, ma che, imbrattato dal sangue e dai corpi dei caduti, diviene teatro dell’implacabile furia divina.
Come le grida di dolore di Polifemo che, unite al belato spaventato delle capre, si fondono con la musica, regalandoci una sequenza ispirata ed assolutamente indimenticabile.

Un racconto intimo e sfaccettato

Nonostante la fotografia fredda e cupa, Nolan riprende direttamente la dimensione più intima ed emotiva dell’Odissea, facendola sua e riproponendola qui allo spettatore in modo decisamente ineccepibile.

Assistiamo, dunque, al ricongiungimento tra Odisseo e il suo cane Argo, che attende fedelmente il ritorno a casa del padrone e che sarà il primo a riconoscerlo con un ultimo saluto, prima di abbandonarsi definitivamente tra le braccia della morte.

Ma anche la delicatezza con cui viene rappresentata Penelope che, con il volto sempre celato, si nasconde agli occhi della sua corte e dei pretendenti, in una separazione fisico-spaziale talmente forte da traslare anche sul piano emotivo. Il personaggio di Anne Hathaway corrisponde perfettamente, infatti, alla padrona di casa descritta nell’Odissea che, pur non dando alcun cenno di scortesia nei confronti dei suoi ospiti, li disdegna tutti dal profondo del suo cuore.

Tuttavia, il ritratto della regina è arricchito anche dalla sceneggiatura, che ci offre l’immagine di una figura profondamente umana pervasa da dubbi ed incertezze, aspetti estremamente interessanti che modernizzano il personaggio, conferendogli una maggiore complessità.

Emblematico è il dialogo con Antinoo (interpretato magistralmente da Robert Pattinson), dove i dubbi della regina sono cullati dalle menzogne del pretendente più insolente dei Proci. La scena viene proposta da Nolan con grande intelligenza emotiva, frapponendo tra i personaggi e l’occhio dello spettatore la tela di Penelope, che, come una tenda, nasconde parzialmente alla vista i due, donando all’intera sequenza una dimensione estremamente intima.

Complice l’adattamento di un’opera sicuramente struggente e appassionante, il regista realizza dunque, sul piano emotivo, la sua pellicola più matura, lasciandosi alle spalle la nomea di autore sentimentalmente freddo e distaccato che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera, anche dopo l’uscita di film come Interstellar.

La legge di Zeus infranta

Tema centrale del film è indubbiamente quello della ξενία, l’ospitalità offerta dal popolo greco a chiunque – re, straniero o mendicante – si fosse ritrovato a bussare alla sua porta, richiedendo asilo. Un concetto di importanza fondamentale, dato non solo dal suo valore legale (tale per legge divina), ma anche per il vincolo di reciprocità stretto tra gli stessi ospiti ed ospitanti, capace di perdurare nel tempo per generazioni perfino in tempo di guerra.

L’ospitalità era dovuta a tutti e avveniva attraverso un preciso rituale, che consisteva in tre momenti specifici: l’accoglienza, la convivialità (durante la quale, dopo un ricco banchetto, ci si scambiavano informazioni e racconti) e il commiato, quando venivano offerti reciproci doni e tutto l’occorrente per proseguire il cammino.

Chiunque osasse negare la ξενία violava, pertanto, la legge stessa di Zeus Xenios e, oltre ad essere ritenuto empio e turpe, era considerato anche incivile e barbarico.
Non c’è da stupirsi, quindi, che personaggi come Polifemo e i Lestrigoni – creature mostruose e, pertanto, primitive e selvagge – neghino ad Odisseo e ai suoi compagni l’ospitalità dovuta. Ma anche del comportamento degli stessi Proci che, nonostante umani, si approfittano della gentilezza offerta loro dalla corte regale, in assenza del suo sovrano.

Insomma, un emblematico ammonimento su cui Nolan sembra concentrarsi per tutta la durata del film e che costituisce il vero Leitmotiv di questa nuova versione della storia: quello di un auspicabile ritorno alle antiche usanze, ritrovando un’umanità che appare perduta tra l’inciviltà e un abbrutimento dilaganti.

Odisseo, l’eroe multiforme?

Per quanto riguarda la prova attoriale del cast, gli spettatori potranno dormire sonni tranquilli! La loro performance risulta, infatti, di altissimo livello e non avremmo potuto desiderare volti migliori per interpretare i personaggi di questo epico racconto.

Tra tutti spicca ovviamente Matt Damon che, con esperienza e attenzione, mette in scena un eroe sfaccettato e complesso, costretto a confrontarsi con le sventure che gli dei frappongono sul suo cammino, senza mai esserne veramente sopraffatto.

Un Odisseo dominato da un profondo tormento: quello dell’inappagato desiderio di tornare a casa, ricongiungendosi finalmente con la sua amata Penelope.
L’Ulisse di Damon non è altri che questo: un eroe schiacciato dalla consapevolezza di ciò a cui la sua astuzia e le sue azioni hanno portato, intenzionato a fare ritorno in patria dopo la guerra e il suo lungo peregrinare per mare, che lo terranno lontano da Itaca per ben vent’anni.

Questo aspetto prevale su tutte le altre caratteristiche della personalità del personaggio, che, pur intravvedendosi, rimangono sempre un po’ in penombra.
Come la sua noncuranza per gli dei che, distanti dal nostro mondo, non si interessano degli esseri umani e delle loro necessità, lasciandoli da soli ad affrontare i loro problemi. Un elemento singolare inserito da Nolan, che sarebbe sicuramente stato interessante approfondire maggiormente.

Così come la sua “sete di virtute e canoscenza”, caratteristica principale dell’Ulisse dantesco che qui sembra perdersi un po’, sopraffatta dal rimorso per le morti che una guerra ingiusta ha provocato e da quell’opprimente – e onnipresente – desiderio di ritorno.

Ciò emerge in modo evidente nella celebre scena del canto delle sirene, quando Odisseo, spinto dalla curiosità, decide di farsi legare all’albero maestro per ascoltarne le dolci melodie. Questo episodio – che nell’Odissea rappresenta l’apice della sete di conoscenza dell’eroe – è ancora una volta ribaltato da Nolan a favore della tematica del νόστος (“viaggio di ritorno”): il canto delle creature – come riportato dalle parole di Ulisse, spezzate dal pianto – svela al cuore di chi lo ascolta tutto quello che di più attraente ci sia al mondo, ciò che non si osa chiedere e, infine,il vero desiderio dell’anima.
Che, ancora una volta, per Odisseo coincide conil ritorno in patria.

“È il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. Mi ha fatto capire che è arrivato il momento di tornare a casa.”

Odisseo, Odissea, Christopher Nolan, 2026

Infine, viene a mancare, in parte, il forte accento posto sull’incredibile ingegno del protagonista, qui più ricordato a parole che mostrato allo spettatore. Come nell’incontro con Polifemo, un episodio chiave della letteratura dove la sconfitta del mostro diviene, parallelamente, esaltazione dell’ingegno e delle prodezze di Odisseo. Il fatto che Nolan propenda per la semplificazione verbale dell’episodio e che a mancare sia proprio l’inganno più astuto (nonché il più celebre, Cavallo a parte), farà sicuramente storcere il naso agli amanti dell’opera, ponendo alcuni dubbi sulla piena conoscenza del materiale di partenza.

Perché l’eroe dai mille volti si cela sempre sotto mentite spoglie.
Quelle di un naufrago sperduto, quelle di un cencioso mendicante protetto dall’incantesimo di una dea.
Quelle di Nessuno, cervello così fine e scaltro da scegliere con estrema cautela le parole da usare.

La performance di Damon risulta, dunque, intensa e convincente, ma, forse, fin troppo umana. Privata in parte di quelle caratteristiche che hanno reso Ulisse un eroe estremamente moderno, celebrato da tutta la letteratura successiva per oltre duemila anni.

Un’opera davvero per tutti?

Questa riflessione ci pone davanti ad un ultimo importantissimo quesito.

Nell’Odissea nolaniana riecheggia forte il canto dei morti in battaglia, in mezzo al sangue e il sudore del lungo vagabondar per mare. Tra i gorghi e i tumultuosi flutti di acque mai solcate, tra i riti e gli incantesimi compiuti su isole sperdute, ed i violenti sacrifici rivolti a divinità invisibili, così lontane dall’uomo da apparire come un serie di immagini fugaci, scorte quasi per caso da indomiti eroi.

Con la sua trasposizione e le sue atmosfere, Nolan ci restituisce un’opera epica praticamente perfetta che, con attraverso la sua potenza visiva, sembra convincere a pieno, mettendo d’accordo praticamente tutti.

O almeno a prima vista.

Perché, se proprio vogliamo trovare un neo a The Odyssey, questo sarà da ricercarsi in una mancanza tanto intangibile quanto profonda. Quella di un’opera che, pur avvalendosi di tutto il meglio che Hollywood può offrire, si debba inevitabilmente confrontare con il pesante retaggio culturale che questa operazione porta con sé. E che la rende a tutti gli effetti uno dei pilastri fondamentali della tradizione letteraria occidentale.

Hollywood c’è e risponde a gran voce, ma il suo sguardo risulta privo di radici. Quelle di miti e leggende che affondano nell’epos omerico, con cui siano nati e cresciuti. Quelle che ci definiscono come popolo, salde fondamenta del nostro retaggio culturale.

Forse questa versione dell’Odissea servirà a molti per riscoprire le gesta di Ulisse dall’altra parte dell’Oceano, ma saprà bastare a chi con quest’opera è realmente cresciuto?

a cura di
Maria Chiara Conforti

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