Nimrods – la recensione in anteprima del coming of age sui primi anni dei Green Day

Dopo aver raccontato per decenni il fervore adolescenziale e lo spirito punk attraverso la musica, i Green Day arrivano al cinema con Nimrods, commedia di formazione diretta da Lee Kirk che si ispira ai primi anni di gavetta della band. Non un classico biopic, ma un racconto on the road, che cattura lo spirito e l’energia degli esordi del trio californiano. 

Nati nel 1986, i Green DayBillie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool – sono una delle band che più hanno segnato la musica degli ultimi decenni. Con 14 album in studio pubblicati e milioni di dischi venduti nel mondo, il gruppo ha lasciato un’impronta indelebile nella storia del rock contemporaneo.

Dopo gli esordi nella scena californiana, il successo internazionale arriva nel 1994 con Dookie, album capace di riportare il punk rock al centro della scena mainstream. Nel 2004 la band pubblica American Idiot, una rock opera diventata un vero fenomeno culturale, premiata con il Grammy e consacrata come uno dei lavori più rappresentativi della loro carriera.

Con oltre tre decenni di attività alle spalle, i Green Day sono oggi una delle realtà più importanti del rock mondiale, ancora capaci di riempire le arene e di essere protagonisti di grandi eventi internazionali. Già prima dell’annuncio di Nimrods, in molti si erano chiesti quando li avremmo visti anche al cinema!

Siamo già alla saturazione dei biopic musicali?

Gli artisti di questa generazione recentemente stanno trovando sempre più spesso spazio al cinema: solo poche settimane fa abbiamo visto Travis Scott aprire l’Odissea, e poco prima Tyler, The Creator recitare in Marty Supreme (2025) o A$AP Rocky in Se solo potessi prendere a calci (2025). Ma il vero fenomeno degli ultimi anni è un altro: la continua produzione dei biopic musicali.

Dopo il successo di titoli come Bohemian Rhapsody (2018) o del recente Michael, il filone sembra aver collaudato una formula sicura, ormai replicabile all’infinito e spesso orientata alla sola celebrazione dell’artista. Molte di queste opere hanno finito per trasformarsi in semplici ricostruzioni biografiche prive di una vera identità cinematografica, più interessate a ripercorrere gli eventi principali della vita dell’artista che a raccontarne davvero la complessità.

Il rischio è quello di trasformare questi ultimi in icone prive di contraddizioni, protagonisti di storie indulgenti e rassicuranti, dove tutto risulta funzionale alla grande esibizione finale sul palco, il trionfo davanti al pubblico, la consacrazione definitiva del mito. Ed è proprio questa ripetizione di formule a rendere ogni nuovo annuncio di un biopic musicale motivo di crescente diffidenza.

Con “Nimrods” è il turno dei Green Day

Nimrods – titolo che si rifà all’album dei Green Day del 1997, Nimrod – si pone, però, come un’alternativa completamente diversa. Basato su un’idea semplice ma potenzialmente efficace, decide infatti di non raccontare la band attraverso i suoi successi, ma concentrarsi sul momento in cui questi ultimi erano ancora soltanto una possibilità.

Il film si ispira, dunque, ai primi anni dei Green Day, alla fase iniziale e più incerta della loro storia, ai primi tour e a quel delicato momento di crescita in cui i tre caratteri si stavano ancora formando. Un momento apparentemente marginale, ma capace di raccontare meglio di qualunque altro lo spirito stesso del gruppo.

Scritto e diretto da Lee Kirk, Nimrods è stato presentato in anteprima allo scorso Toronto International Film Festival e arriva nelle sale italiane con Nexo Studios come evento dall’11 al 18 agosto con i media partner Virgin Radio, Coming Soon, Rolling Stone, Live Nation e Warner Music Italia. Un evento in tutti i sensi, dato che in apertura e in chiusura al film i fan troveranno anche delle piccole sorprese extra.

Ma detto questo, è riuscito Nimrods a incarnare davvero il biopic diverso – anzi, punk – che si riprometteva di essere?

La trama

Quando Tommy (Mason Thames) riceve una telefonata in cui viene invitato con la sua band ad aprire il concerto di Capodanno dei Green Day, non sa che si tratta di uno scherzo di cattivo gusto organizzato dal fratello maggiore Wayne (Keen Ruffalo).

Convinto che la sua vita stia per cambiare, il ragazzo ruba l’auto di Wayne e parte con la propria band alla volta di Los Angeles, deciso ad arrivarci in tre giorni.

Il confine di “Nimrods” tra realtà e finzione

Nimrods porta fin da subito una ventata d’aria fresca all’interno di un filone ormai sempre più standardizzato, muovendosi abilmente sul confine tra realtà e finzione. Un’operazione che si presenta fin dall’inizio come un film pensato per tutti e non come un premio destinato solo ai fan più accaniti.

Per costruire questo racconto, il regista Lee Kirk ha raccolto aneddoti, ricordi e piccoli episodi della giovinezza dei Green Day, utilizzandoli come base narrativa per poi rielaborarli liberamente.
Il risultato non è la ricostruzione fedele di eventi realmente accaduti, ma un racconto di finzione che ne assorbe lo spirito, trasformando quei frammenti di realtà in un’avventura originale.

La pellicola, infatti, non mette in scena un preciso episodio della storia del gruppo, ma costruisce un universo ispirato ai primi anni, quelli delle incertezze e delle difficoltà. I protagonisti non sono esattamente versioni romanzate di Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool, bensì tre personaggi originali che formano la band degli Analog Dogs (nome che, il più delle volte viene anche storpiato dagli altri personaggi che lo leggono male). Attraverso loro, Nimrods racconta un’esperienza che richiama chiaramente il vissuto dei Green Day, ma senza esserne una pedissequa messa in scena.

Non sono loro, tant’è che la band californiana è proprio presente ed esiste anche nel mondo del film: i Green Day sono proprio gli idoli dei tre protagonisti. La loro presenza sullo schermo è limitata, ma il loro spirito aleggia su questi giovani musicisti. La loro reale funzione narrativa è da espediente marginale e, in parte, dissacratoria, decisamente in controtendenza rispetto alle vie che hanno scelto molti artisti per rappresentarsi in questi anni.

Nimrods si presenta già così con un’idea originalissima e personale, dove i Green Day sono presenti a più livelli: esistono contemporaneamente come ispirazione, presenza interna al racconto e come immaginario che attraversa ogni scena. Un’idea ben strutturata che permette al film di parlare della band senza essere il film sulla band.

L’odissea musicale di tre giovani matti

La chimica tra i tre protagonisti basterebbe già da sola a reggere il film. Mason Thames, Kylr Coffman e Ryan Foust sono tre perfetti e adorabili outsider: quelli convinti di poter fare punk meglio di chiunque altro, quelli che vogliono registare rigorosamente in analogico. Ma sono anche sbadati, sboccati, irriverenti e impulsivi, incapaci di immaginare il fallimento semplicemente perché non hanno nulla da perdere. Ma mai semplici macchiette: dietro la loro spavalderia emergono fragilità, insicurezze e il peso di un futuro ancora tutto da costruire, stretto tra sogni troppo grandi, famiglie poco comprensive e numerosi ostacoli.

Accanto al convincente Tommy di Mason Thames – volto credibile che già funzionava in Dragon Trainer (2025) – a rubare la scena è soprattutto lo stralunato Fred di Kylr Coffman. Al suo primo ruolo da protagonista, l’attore dimostra un carisma sorprendente e una naturalezza tali da renderlo il più memorabile del film. Anche McKenna Grace – pur entrando in scena più tardi – lascia immediatamente il segno, con un personaggio che, pur non essendo particolarmente approfondito, domina la scena e regala al film la sua parentesi più tenera.

Pur seguendo solo un breve capitolo della loro vita, Nimrods riesce a restituire tutto ciò che significa crescere inseguendo un sogno musicale. Essere cacciati da un locale perché senza biglietto, assistere ai concerti delle proprie band preferite dalle ultime file, vivere di favori e promesse pur di non perdere l’evento atteso da mesi, improvvisare concerti in pub improbabili, affrontare disastri, incidenti e primi amori che arrivano nei momenti peggiori.

I tre protagonisti incarnano perfettamente quel fervore giovanile di chi sogna di fare della musica la propria vita e crede che il mondo possa essere conquistato con una chitarra, un furgone e tanta incoscienza. L’odissea verso il concerto che dovrebbe cambiare il loro destino si trasforma così in un’avventura imprevedibile e irresistibile.

Non è un caso che Nimrods abbia molte affinità con un altro riuscitissimo film che riusciva a raccontare così bene proprio la musica punk e l’incertezza giovanile: l’italianissimo Margini (2022). Seppur apparentemente diversi, le due pellicole dialogano in modo sorprendente, raccontando con la stessa autenticità il desiderio ostinato di trovare il proprio posto nel mondo attraverso la musica.

Una commedia dal sapore d’altri tempi

Al suo terzo lungometraggio, Lee Kirk dimostra si sapersi cimentare con grande naturalezza con la commedia. Il regista ha diretto, infatti, anche diversi episodi di The Office (2005), di cui Nimrods recupera anche alcuni attori, a partire da Jenna Fischer, qui nella tenera – ma ancora punk – madre di Tommy.

In Ordinary World (2016) aveva diretto proprio Billie Joe Armstrong come protagonista, che poco dopo gli avrebbe proposto il film sul gruppo. Ma Kirk voleva allontarsi dal solito biopic e prendere come riferimento le commedie generazionali e i coming of age degli anni che il suo film avrebbe raccontato (come il cinema di John Hughes). Influenze che sono presenti ed evidentissime.

Il risultato è una commedia fresca, che va ben oltre il semplice racconto musicale. Più volte ci si dimentica persino di stare guardando un film ispirato ai Green Day, perché Nimrods vive di una propria identità. Alcuni episodi del viaggio – come una surreale parentesi ambientata in uno spaventoso bed & breakfast – sfiorano persino i toni della horror comedy, dimostrando la libertà con cui il film attraversa ogni registro possibile.

A rendere ancora più suggestiva la visione contribuisce la scelta di ambientare la storia in un tempo sospeso: un’America contemporanea, ma ricca di oggetti e atmosfere che sembrano appartenere a un’altra epoca. Similmente a The Holdovers (2023), anche Nimrods sembra arrivare da una capsula del tempo: una pellicola che avrebbe potuto uscire trent’anni fa come oggi, e che proprio per questo riesce a parlare a tutti.

La musica dei Green Day

In questo viaggio la musica dei Green Day è naturalmente al centro del racconto, ma il film ha l’intelligenza di non trasformarla mai in un semplice sottofondo celebrativo.
Le canzoni scandiscono il ritmo della storia, accompagnano i personaggi e contribuiscono a costruire quell’immaginario sospeso, rendendo ogni tappa del viaggio ancora più autentica.

La colonna sonora trova un equilibrio raro. I brani della band sono presenti senza mai risultare invasivi o trasformare il film in una successione di videoclip. Ogni canzone arriva nel momento giusto, sempre in modo diegetico e perfettamente integrata nella narrazione. In alcuni passaggi sembra quasi che siano stati alcuni episodi della storia a condurre verso determinati brani, eppure la sensazione non è mai quella di assistere ad una costruzione pensata a tavolino. Tutto scorre con grande naturalezza, come se racconto e musica fossero sempre coerenti.

In conclusione

Nimrods è sicuramente l’occasione perfetta per riscoprire i Green Day, ma la sua qualità più grande è un’altra: riuscire ad essere prima di tutto un ottimo film. Una pellicola che non vive della fama della band, né si limita a celebrarne la carriera. Un’opera che costruisce, invece, un racconto autonomo, capace di coinvolgere anche chi dei Green Day conosce poco o nulla.

Insieme a Kneecap (2024), Nimrods è il film sulla musica più originale e riuscito degli ultimi anni. Un progetto che, sulla carta, rischiava facilmente di trasformarsi nell’ennesima operazione promozionale costruita attorno a un grande nome, ma che sceglie invece una strada nuova e convincente.

Facendo riflettere sul fatto che, forse, il vero problema non sia la saturazione dei biopic musicali, ma la mancanza di idee. Di film sugli artisti se ne possono realizzare ancora moltissimi, purché abbiano il coraggio di cercare una chiave originale. Nimrods ci riesce mettendo il cinema al primo posto, e ha tutte le carte in regola per diventare nel tempo un piccolo cult.

E per chi non sapesse aspettare

Per ingannare l’attesa della visione è già disponibile la colonna sonora ufficiale del film. L’album raccoglie alcuni brani storici dei Green Day, nuove canzoni (come I’m Never Gonna R.I.P.), registrazioni live fatte durante le riprese e i pezzi delle band fittizie che animano il mondo di Nimrods.

a cura di
Alfonso La Manna

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