In uscita domani 25 giugno, arriva il secondo film del rinato universo cinematografico targato DC. Dopo il trionfo di Superman, ora lo spazio è tutto per Kara Zor-El. Una space opera con una protagonista estremamente fragile e un inedito Jason Momoa nel casting della sua vita.

Il DC Extended Universe di Zack Snyder e soci appartiene ormai a un’altra epoca, un ricordo lontano di un universo che non è mai riuscito davvero a trovare un equilibrio. Oggi, invece, il nuovo corso guidato da James Gunn e Peter Safran sembra aver imboccato la direzione giusta.

Dopo l’ottimo esordio della serie Creature Commandos (2024), la seconda stagione di Peacemaker (2025) e soprattutto un Superman (2025) capace di rilanciare con forza e restituire luce – e colore – al personaggio, l’attenzione attorno ai primi tasselli che stanno componendo il mosaico del nuovo DC Universe è cresciuta a dismisura, anche in vista di prossime uscite come Clayface e Lanterns.

Già solo l’eterogeneità di questi primi titoli conferma quanto Gunn abbia ribadito più volte: i progetti di questo universo non saranno uniformi tra loro, ma dovranno riflettere le sensibilità e le visioni dei singoli autori. Ed è anche per questo che l’attesa per Supergirl era così alta. Perché infatti si trattava del primo progetto del nuovo DC Universe a non essere diretto da lui.

Inoltre gli studios si stanno dimostrando molto interessati ad adattare il meglio che ha offerto la casa editrice negli ultimi anni. Il film arriva infatti subito dopo Superman, in cui Gunn aveva appena riletto con grande intelligenza il pluripremiato fumetto All-Star Superman (2008), e tanta era la curiosità dopo l’annuncio che questa volta sarebbe stato trasposto Supergirl: La Donna del Domani (2022), la recente e acclamata miniserie di Tom King e Bilquis Evely.

A rendere il progetto ancora più interessante è stata poi la scelta di Craig Gillespie, regista eclettico capace di muoversi tra cinema commerciale e autoriale e di cui Tonya (2017) resta ancora l’esempio più riuscito: un film che aveva già evidenziato la sua capacità di raccontare il femminile con un racconto potente e memorabile.

Le premesse, insomma, erano delle migliori. Ma la vera domanda ora è: com’è alla fine Supergirl?

La trama

Kara Zor-El (Milly Alcock), a differenza di suo cugino Superman, vive in una nave ai margini della galassia portandosi addosso il peso di un passato che non ha mai davvero smesso di tormentarla. Lontana dalla Terra e da qualsiasi idea di appartenenza, trascorre le sue giornate cercando di anestetizzare il dolore, con la sola compagnia del fedele cane Krypto.

Proprio nel giorno del suo ventitreesimo compleanno, mentre tenta di stordirsi su un pianeta dal sole rosso – capace di annullare i suoi poteri – Kara incontra Ruthye (Eve Ridley), una giovane determinata a ingaggiare qualcuno per aiutarla a vendicare la propria famiglia, massacrata dal brutale fuorilegge Krem delle Colline Gialle (Matthias Schoenaerts). Kara inizialmente declina la proposta, ma quando Krem avvelena Krypto e le ruba la nave, la vendetta di Ruthye e la corsa contro il tempo per salvare il cane finiscono per intrecciarsi. Per le due ragazze comincia così un viaggio attraverso la galassia sulle tracce del bandito, con appena settantadue ore a disposizione prima che il veleno abbia la meglio.

Supergirl non è “Superman al femminile

Supergirl fortunatamente non si pone come l’ennesima origin story, ma un racconto già in corso: ci introduce Kara mentre vive la sua avventura, lasciando emergere il passato attraverso l’incontro con Ruthye, evitando così la canonica sezione iniziale.

Non servono conoscenze pregresse sul personaggio per entrare nel film. Anzi, non conoscerlo o immaginarlo come una semplice “versione femminile di Superman” è un punto di partenza ideale, perché Supergirl lavora proprio per scardinare questa percezione.

Basta una scena – Krypto che urina su un giornale con il volto di Superman – come dichiarazione di intenti: non siamo davanti a un riflesso del mito di Clark Kent. Kara Zor-El è un personaggio con un’identità, un vissuto e una frattura profondamente diverse.

A differenza del cugino, cresciuto sulla Terra amorevolmente, Kara ha vissuto i suoi primi anni su un frammento di Krypton in rovina, assistendo alla distruzione del suo mondo e alla morte di ogni suo caro. Da allora non ha mai avuto una vera casa, né un luogo in cui riconoscersi.

Mentre Clark è diventato l’inguaribile ottimista che vede del buono in tutti, lei si è chiusa nel suo cinismo disilluso, fuggendo dal suo passato e sbronzandosi tra pianeti come una rockstar in continuo hangover. Burbera e a tratti egoista, la sua vera kryptonite è l’evidentissima vulnerabilità che si intravede anche sotto la corazza che si è costruita. Milly Alcock è perfetta nel ritrarla in questa condizione, e fa affiorare tutta la sua condizione di fragilità.

Dopo Superman, il nuovo DCU conferma così la propria volontà di esplorare ancora più a fondo i suoi personaggi in chiave umana e stratificata, allontanandosi da rappresentazioni monolitiche o puramente oscure. I supereroi tornano a essere complessi e contraddittori: ai poteri straordinari si affiancano traumi profondi, ma anche una profonda umanità e la voglia di rimettersi continuamente in discussione.

Una space opera tra Star Wars e Guardiani della Galassia

Alla base del fumetto adattato c’era un’intuizione che sembrava già pronta per il cinema: raccontare la storia come una sorta di Il Grinta (1969, 2010) in salsa space opera, un racconto sulla vendetta che rilegge il western attraverso l’immaginario cosmico. Il passaggio da figure come John Wayne o Jeff Bridges a Milly Alcock è emblematico proprio per come sovverte quei codici di mascolinità, affidando questo viaggio a una protagonista emotivamente fragile, ma rabbiosa e disposta a tutto pur di salvare la vita al suo amato Krypto.

Gillespie abbraccia con convinzione questa dimensione e costruisce una vera avventura spaziale che affonda le radici in Star Wars più che nei film di supereroi: tra stazioni di servizio sospese nel vuoto, pianeti remoti e un’infinità di creature aliene di ogni tipo e taglia.

È impossibile allo stesso tempo non avvertire l’enorme e influente ombra di James Gunn aleggiare – anche se qui solo in veste di produttore – oltre che per il road movie cosmico, nella colonna sonora sempre legata a un immaginario passato o nell’estetica pop e al neon delle locande aliene: tutto richiama insistentemente Guardiani della Galassia (2014). Se da un lato questo fa venire meno la promessa di una personalità autoriale che sarebbe emersa per ogni nuovo regista, dall’altro regala finalmente anche alla DC un immaginario spaziale vivido e in cui immergersi.

Analogamente ai Ravagers – i banditi spaziali di Guardiani della Galassia – anche qui abbiamo delle simili canaglie di turno. Il villain Krem fa infatti parte di un gruppo di briganti e compie con loro efferatezze, massacri e traffici di “esseri umani”. Se già Superman aveva colpito per un impegno politico non indifferente sui temi della guerra, parlandone direttamente in uno scenario praticamente parallelo al contemporaneo, anche qui Supergirl, tirando in ballo una questione come questa, fa riflettere su quanto questo corso della DC sotto le storie di supereroi e il genere stia parlando sempre più apertamente del presente e dei suoi drammi.

Dopo una vita di fan-casting Jason Momoa diventa Lobo per davvero

In uno scenario che guarda apertamente al western non poteva mancare il cacciatore di taglie per eccellenza dell’universo DC: Lobo. Dopo anni di speculazioni e di fan convinti che Aquaman fosse sempre stato il ruolo “sbagliato” per Jason Momoa, il nuovo DCU finisce per affidargli finalmente il personaggio che sembrava cucito su di lui.

E in effetti la presenza scenica è innegabile: look, postura, atteggiamento, tutto in questo Lobo porta al massimo la sua natura cafona, tamarra e fracassona. Interessante anche il modo in cui il film lo utilizza, quasi come una bussola morale rovesciata per Ruthye e come contraltare alla posizione di Kara, impegnata a impedirle di lasciarsi consumare dalla vendetta contro Krem.

Allo stesso tempo, però, resta la sensazione di un personaggio un po’ addomesticato: ci viene descritto come un folle massacratore e sanguinario, ma il film non gli permette mai davvero di incarnare fino in fondo quella violenza sguaiata e sboccata che lo contraddistingue. Più che un ingresso davvero dirompente, il suo finisce così per sembrare un inserimento strategico, utile soprattutto a ingolosire il pubblico in vista di un suo eventuale progetto solista, magari con toni più spinti. Perché si vede tutto il limite di una cornice che sembra limitarne l’utilizzo.

Qualche nota dolente

Al netto di un film divertente e scanzonato, ci sono delle note dolenti abbastanza chiare. La più evidente riguarda un finale piuttosto frettoloso e non del tutto convincente, che finisce per lasciare troppo la sensazione di rimettere totalmente in discussione il percorso costruito fino a quel momento. 

Lo spietato Krem, per quanto efferato nelle azioni che compie, resta più una caricatura che una presenza davvero memorabile: pesa molto più ciò che rappresenta nell’universo del film che il suo reale carisma in scena.

Lo stesso discorso vale in parte per l’azione, divertente e ben ritmata ma troppo debitrice del modello Gunn, di cui prova a replicare l’energia e la creatività senza però raggiungerne quello spirito anarchico. Ed è forse proprio qui che emergono i limiti della regia di Gillespie, solida nel portare a casa il film, ma meno capace nel far affiorare una visione propria, preferendo muoversi dentro una grammatica di cinecomic già consolidata per non assumersi dei rischi.

In conclusione

Dopo un primo film ambientato sulla terra, il nuovo DCU sceglie ora di portarci subito nello spazio, mostrando al pubblico quanto ampio possa essere questo universo e quante direzioni diverse sia disposto a esplorare. 

Nel caos di pianeti, pirati, creature aliene e cacciatori di taglie, Supergirl si rivela in realtà sorprendentemente semplice nei suoi intenti: una storia di vendetta che diventa anche il modo per raccontare la vulnerabilità dei suoi personaggi, le loro fratture e il loro bisogno di andare avanti.

Milly Alcock è la Supergirl definitiva, fragile, rabbiosa e irresistibilmente umana.
Anche Jason Momoa è nato per essere Lobo e su questo non c’erano dubbi, interessante sarà capire in che modo e come sarà usato più avanti.

Milly Alcock è la Supergirl definitiva, fragile, rabbiosa e irresistibilmente umana

Pur con qualche limite Supergirl porta a casa il risultato, valorizzato anche da una durata contenuta e da una scelta sempre più rara nel cinema contemporaneo di franchise: raccontare una storia compiuta e compatta, che non vive soltanto in funzione di ciò che verrà dopo. Ed è forse proprio qui che il film trova la sua forza più grande.

a cura di
Alfonso La Manna

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