“Le cose che restano” – l’intervista con la troupe Mabri

Abbiamo intervistato la troupe Mabri, creatrice del corto “Le cose che restano” alla prima edizione di Long Story Short. Qui l’intervista completa!

Il 10 luglio si è tenuta la serata di premiazione della prima edizione di Long Story Short, il contest riminese targato CDL che ha avuto luogo in città dal 24 al 28 giugno.
Tra i vari lavori, si è distinto Le cose che restano della troupe Mabri, un cortomeggio intimo sul dolore e sulla perdita che ha ottenuto la Menzione speciale per la Miglior Produzione.

Abbiamo intervistato Gabriele Montanaro e Mari Colavalle, autori dell’opera, ponendo loro alcune domande sulle sfide e le difficoltà che hanno riscontrato durante la creazione del cortometraggio.

Il tema della morte di un caro è sempre un argomento delicato. Cosa vi ha spinti a trattarlo nel vostro corto?

Diciamo che non siamo partiti fin da subito dalla volontà di affrontare la tematica della morte, ma ci siamo arrivati attraverso un processo di pensieri, idee, immagini e poi, ovviamente, di scrittura. Quest’ultima fase – e, di conseguenza, la tematica che avremmo poi deciso di affrontare – ruotava tutt‘intorno al pensiero pratico di come avremmo potuto e dovuto girare il corto.

Le opzioni di ripresa non erano infinite, siccome chi girava e chi recitava erano sempre e solamente le stesse persone: noi due. Per cui, partendo da questo presupposto, il lavoro si è basato sul trovare l’incastro più giusto, la relazione più funzionale che dovevano avere i nostri due personaggi.

Di conseguenza abbiamo stabilito quale potesse essere l’immaginario migliore: il tutto cercando di rispettare i vari vincoli che ci imponeva il format del festival, quindi il genere e le location esterne.

Alla luce di questi ragionamenti siamo arrivati alla conclusione che l’idea che ci risultava più forte era quella di giocare sulla presenza/assenza di uno dei due personaggi, e quindi di introdurre la tematica della morte con l’obiettivo di portare alla luce ciò che viene dopo. Quello che resta dopo una perdita, ovvero la vita. Spesso, quando perdiamo qualcuno a noi caro ci facciamo invadere dai sensi di colpa, da tutti quei “potevo fare” e “potevo dire”, ma purtroppo è tardi, non c’è più tempo perché quella persona non è più lì con noi.

Tuttavia, anche se non sono più fisicamente presenti, restano comunque sempre al nostro fianco e sicuramente non vorrebbero che anche noi ce ne andassimo via con loro: chi ci lascia desidera vederci andare avanti felicemente, lasciando andare i sensi di colpa e ricordandoci che dopo una fine c’è sempre un nuovo inizio.

Com’è stato mettervi dietro la cinepresa e curare anche la regia? Come siete riusciti ad autodirigervi sul set?

È stato davvero molto bello e stimolante.

Non era la prima volta dietro la macchina da presa per Gabriele, poiché questo era il terzo cortometraggio che dirigeva e quindi sicuramente l’esperienza accumulata nelle precedenti esperienze ha facilitato tutto il processo. La parte tecnica è stata seguita da lui sotto tutti gli aspetti: dal tipo di riprese al linguaggio da utilizzare, passando dalla fotografia fino al montaggio.

Poi ci confrontavamo e prendevamo insieme scelte artistiche (era il secondo progetto con il mio aiuto alla regia, per cui diciamo che ci conosciamo molto bene). Siamo sulla stessa linea d’onda e di conseguenza lavoriamo davvero alla grande, possiamo dire che siamo una bella squadra.

Sicuramente questo è stato un set molto diverso dagli altri perché stavolta ci siamo voluti lanciare solo noi due senza l’aiuto di nessuno, per cui sicuramente si è trattato di una sfida molto più ardua. Per non farsi mancare niente abbiamo dovuto lavorare sotto pressione, controtempo e con dei vincoli da seguire imposti dal format, che hanno reso il tutto ancora più complicato, ma allo stesso tempo divertente, adrenalinico e dalla libertà di espressione artistica incredibile. Infatti, siamo molto soddisfatti di quello che siamo riusciti a creare, nonostante tutto.

Essendo attori, ancor prima della ricerca della perfezione per noi è stato fondamentale – per quanto possibile dal punto di vista registico – regalare in qualche modo un’emozione, un pensiero, una riflessione, un cambiamento interiore: un qualcosa che smuova l’anima di chi osserva, perché appunto, in quanto attori, ci sentiamo in dovere di fare questo. Lavoriamo, studiamo, facciamo provini, prendiamo porte in faccia proprio per questo, perché abbiamo come obiettivo quello di raccontare e dar vita a qualcosa che non passi inosservato, ma che lasci un segno diverso in ognuno in base alla propria sensibilità e visione, perché siamo tutti unici e diversi.

Dal punto di vista strettamente pratico, invece, nei momenti in cui eravamo entrambi in scena cercavamo di rimanere completamente in ascolto l’uno dell’altro per poi darci eventuali feedback. Nelle scene singole (che sono state per lo più le mie), Gabriele dava direttamente le indicazioni vedendola da fuori. Infine, andavamo a rivederle al monitor per le indicazioni finali.

Inoltre, c’è stato un bel momento di direzione da parte di Gabriele soprattutto in fase di prove per quanto riguarda la scena finale del monologo chiave, che è il cuore del corto. Gabriele ci teneva davvero molto alla riuscita di quella scena e mi ha seguita e diretta nei minimi dettagli, cercando i punti giusti da smuovere. È rimasto davvero molto soddisfatto della resa e del lavoro che ha fatto perché vi ha trasmesso l’essenza del storia, come possiamo poi vedere nelle immagini.

Foto di Alessandro Bisognani
Quali difficoltà avete incontrato nella stesura dello script per non renderlo banale?

La difficoltà principale nella stesura dello script per evitare di renderlo banale era, secondo noi, quella di cercare di spiegare il meno possibile, lasciando che lo spettatore si rispondesse da solo.

Volevamo dare il minor numero di risposte al pubblico per quasi tutta la storia, sia da un punto di vista di battute, ma – soprattutto – da un punto di vista visivo. L’obiettivo era quello di creare nella testa di ogni singolo spettatore una possibile e personale visione della storia, o comunque far credere una realtà diversa fino a quasi la fine del film, quando poi viene spiegato praticamente tutto.

L’altra difficoltà è stata cercare di trovare dei modi per far trasparire la purezza e la leggerezza del personaggio di Elia, in contrapposizione col senso di colpa provato dal personaggio di Marta. Il tutto raccontato con un’estrema delicatezza, tenerezza, fragilità ed eleganza.

Quali sono state le altre sfide più grandi?

Le altre sfide più grandi sicuramente le abbiamo affrontate durante le riprese vere e proprie, poiché non abbiamo accusato tanto il fatto di essere solo in due, quanto, piuttosto, i problemi indipendenti da noi.

È stato davvero molto complicato trovare dei punti nelle varie location in cui fosse possibile registrare con un audio accettabile. Altro problema era quello di una luce decente, poiché batteva un sole che bruciava tutta l’immagine e – di conseguenza – l’orario migliore per girare era verso il tramonto (che però ci consentiva un tempo molto limitato ed un cambio di luce estremamente veloce, come ad esempio è successo per la scena alla Darsena).

Inoltre, a causa del prezioso “aiuto” di un concerto e di passanti molto rumorosi, abbiamo accumulato un ritardo incredibile nei giorni a seguire, perché non siamo riusciti a completare quella scena. Abbiamo così dovuto cambiarla e dividerla in un’altra giornata, realizzando di fretta e controtempo tutto il resto delle riprese e del montaggio e riuscendo a completare il tutto davvero all’ultimo secondo.

Fotografia e colonna sonora erano già decise o sono nate nel processo creativo?

Niente è stato deciso prima, ma, anzi, ogni cosa è stata pensata durante il processo creativo. In particolare, la fotografia – che ha curato Gabriele – è stata elaborata già in fase di scrittura: c’era più che altro la volontà di creare due immagini differenti che distinguessero il presente dai flashback, cercando di dare a quest’ultimi un colore specifico.

Foto di Martina Giovanardi

In seguito, i colori precisi e lo stile sono stati decisi per ogni location direttamente sul set durante la preparazione, realizzando diverse prove.

Per quanto riguarda la colonna sonora, una volta pronta la sceneggiatura ci eravamo fatti un’idea su come dovesse essere creata e inserita (ovviamente senza il girato a disposizione). Dopo uno scambio di idee, abbiamo chiesto al nostro musicista e compositore, il bravissimo e talentuosissimo Bruno Dondi, di provare a creare delle possibili basi musicali esclusivamente con ciò che gli avevamo raccontato e con la sceneggiatura.

Così, nei giorni di ripresa, dal suo studio Bruno ha provato a creare in contemporanea la musica del corto! Inizialmente non riuscivamo a trovare la chiave giusta e siamo arrivati all’ultimo giorno con Mari che, mentre montavo la scena che giravamo, gli dava finalmente indicazioni più chiare, avendo a disposizione il girato.

Bruno ha così creato in tempi record le basi con i mood giusti, realizzando davvero un super lavoro e creando una colonna sonora perfetta e incisiva.

Cosa porterete con voi di questa esperienza?

Probabilmente tutto, ma forse due cose in particolare.

La prima sono le persone del pubblico a che a fine proiezione ci sono venute a cercare per ringraziarci per come era stata raccontata la storia e per come fosse arrivava dritta al punto, con una delicatezza che aveva fatto emozionare e aveva fatto del bene a chi aveva vissuto una storia simile. Questo è esattamente il motivo per cui facciamo questo: lasciare un segno dentro l’anima di chi ci guarda.

La seconda, invece, è la consapevolezza di quello che siamo riusciti a fare, esclusivamente in due persone in così poco tempo. Siamo sempre più convinti del fatto che non esistano limiti, o, meglio, che i limiti spesso ce li imponiamo noi, o che comunque, qualsiasi essi siano, siano fatti per essere superati. Bisogna sempre credere nelle proprie potenzialità, nel proprio talento e nella propria unicità.

Se hai davvero un fuoco dentro – una passione che ti muove -, allora devi agire, darti da fare e farti notare in mezzo al mare di squali, senza aspettare che questi ti mangino, perché loro non aspetteranno altro.

Ed infine che, se hai al tuo fianco qualcuno di onesto che ha il tuo stesso fuoco dentro e che crede nelle follie come te, allora è la persona giusta per lanciarti in quel mare pericoloso.

Quale sarà il destino di “Le cose che restano”?

Ci stiamo muovendo per cercare di far girare “Le cose che restano” in vari festival cinematografici.

L’obiettivo e la speranza è che arrivi a più persone possibili e che venga davvero apprezzato per quello che racconta e per le emozioni che lascia.

Speriamo vivamente che il contenuto del corto e la scelta registica di puntare sulla semplicità a favore di un racconto più intimo e delicato venga apprezzato e non passi in secondo piano.

a cura di
Andrea Munaretto
foto di
Alessandro Bisognani e Martina Giovanardi

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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