Sébastien Vanicek raccoglie l’eredità di Sam Raimi con La casa: Il rogo del male, capitolo più oscuro e violento della saga. Un horror che prova a dare nuova profondità ai demoni di Evil Dead, ma resta intrappolato nella sua stessa furia sanguinolenta
Nel 1981 Sam Raimi dava vita a The Evil Dead – arrivato in Italia con il titolo La casa – inaugurando una trilogia destinata a rivoluzionare per sempre il cinema horror e a lasciare un’impronta indelebile nell’immaginario collettivo. Il regista ha provato poi a espandere personalmente la mitologia della saga con la serie Ash vs Evil Dead (2015-2018), sfortunatamente cancellata solo dopo tre stagioni per ascolti insufficienti.
Parallelamente, però, ha testato anche una strada diversa per portare avanti la sua creatura: affiancato dallo storico protagonista Bruce Campbell nel ruolo di produttore, ha deciso di affidare il franchise a nuove voci del panorama horror, trasformando Evil Dead in un contenitore creativo attraverso cui permettere a registi emergenti di reinterpretarne il canovaccio da lui creato con una propria identità autoriale.
Il primo reboot è arrivato con La Casa (2013) diretto da Fede Álvarez, pellicola che ha lanciato la carriera del regista, recentemente chiamato anche a raccogliere l’eredità di un’altra storica saga con Alien: Romulus (2024).
Dopo 10 anni di assenza in sala è arrivato La casa – Il risveglio del male (Evil Dead Rise), con Raimi che aveva affidato la regia a Lee Cronin per gettare le basi di una nuova trilogia, composta questa volta da film più slegati e accomunati soltanto dallo stesso universo narrativo.
Per questo nuovo capitolo la scelta è ricaduta sul francese Sébastien Vanicek, autore che nel 2023 aveva esordito con il sorprendente Vermines, presentato in Italia alla Settimana Internazionale della Critica. Un horror terrificante che trasformava l’emarginazione sociale delle banlieue in un’incubo popolato da un’invasione di ragni giganti.
Fin dalle prime indiscrezioni circolate, La casa: Il rogo del male (Evil Dead Burn) è stato descritto come uno degli episodi più violenti, spaventosi e sanguinosi dell’intera saga, innalzando di molto le aspettative, visto il grande talento che il regista aveva dimostrato al suo esordio.

E la domanda a questo punto è: com’è quindi La casa: Il rogo del male?
La trama
Dopo la morte del marito in un incidente d’auto, Alice (Souheila Yacoub) raggiunge la baita nel bosco della famiglia dei suoceri nella speranza di trovare conforto e affrontare insieme il lutto.
Quelle che dovrebbero essere una dolorosa riunione familiare e un momento di comunione comune si trasformano però ben presto in un incubo, quando l’antico Necronomicon libera ancora una volta le forze del male, dando inizio a una nuova ondata di possessioni. Mentre i membri della famiglia vengono trasformati uno dopo l’altro in terrificanti demoni, Alice si ritrova così intrappolata in una lotta disperata per la sopravvivenza, scoprendo che le promesse pronunciate in vita possono continuare a esercitare il loro potere anche oltre la morte.

Siamo tornati nel bosco
Dopo il precedente capitolo – che per la prima volta aveva spostato l’azione in un condominio di Los Angeles – La casa: Il rogo del male riporta la saga nel suo habitat più iconico: un’abitazione isolata immersa nella natura. Un ritorno alle origini che, almeno in apparenza, sembra solo riproporre il classico schema narrativo della serie: la presentazione dei personaggi, il risveglio delle forze oscure attraverso il Necronomicon e l’inevitabile esplosione di violenza che travolge ogni cosa.
Vanicek, tuttavia, sfrutta questo ritorno alla “casa” per ritrarre una famiglia che dovrebbe offrire protezione e conforto, ma che si trasforma in una prigione soffocante dove riaffiorano rancori, tensioni e fratture profonde. Prima ancora che i demoni prendano possesso dei corpi, il nucleo familiare è già profondamente compromesso da un lutto che l’ha visibilmente annientato e ha fatto esplodere gli equilibri.
L’orrore diventa così la manifestazione concreta di demoni che esistevano già ben prima dell’arrivo del male. La possessione finisce per amplificare conflitti e dinamiche tossiche preesistenti, trasformando il film in un racconto di emancipazione da relazioni oppressive. È il tema che Vanicek vuole raccontare, utilizzando come espediente la classica formula di Evil Dead.

Una visione diversa di “Evil Dead”
Il regista mette in scena il capitolo più cupo e spettrale dell’intero franchise. Il film è avvolto da un’atmosfera opprimente, ritratto da una fotografia gelida. Vanicek abbandona quasi completamente la componente più ironica e grottesca che aveva sempre contraddistinto la saga. Non c’è nulla che alleggerisca la tensione: l’orrore viene affrontato con assoluta serietà e il risultato è un film violentissimo, dove lo splatter diventa l’unico linguaggio di un’esperienza brutale che non si tira mai indietro davanti alle immagini più estreme e non concede mai allo spettatore un momento di respiro.
Dal punto di vista registico la pellicola tanta di stupire con soluzioni dinamiche e movimenti complessi, ma senza mai arrivare a sequenze davvero memorabili. Proprio confrontandosi con l’eredità della saga, emerge il peso ingombrante della firma di Raimi. I celebri movimenti di macchina indiavolati che rappresentavano la soggettiva dei demoni – che hanno fatto scuola come Raimi Cam – continuano a rappresentare ancora le sequenze più riconoscibili di tutta la serie, che ovviamente vengono riprese anche in questo capitolo.
Vanicek dimostra padronanza del genere, ma fatica a creare immagini destinate a entrare nell’immaginario collettivo. Anzi, in alcune sequenze sono inevitabili i debiti ad altri grandi riferimenti dell’horror, da Shining fino a un momento che farà pensare inevitabilmente a uno dei personaggi più celebri di Stranger Things.
Riesce molto meglio, invece, nella costruzione dell’attesa. Paradossalmente, i momenti più riusciti non sono quelli in cui il sangue prende il sopravvento, ma quelli che li precedono: il regista costruisce nella tavola di famiglia una tensione claustrofobica e angosciante. Ed è in questa capacità di restituire questa pesantezza familiare che trova la sua espressione migliore.

Quando lo splatter prende il sopravvento
Il problema principale di La casa: Il rogo del male risiede nella sua durata e nella gestione degli equilibri narrativi. La lunga e violentissima mattanza che segue il primo atto, per quanto realizzata con grande cura tecnica, finisce alla lunga per perdere il proprio impatto, occupando una porzione troppo ampia del racconto a discapito di tutto ciò che avrebbe potuto rendere questa nuova incursione nell’universo di Evil Dead qualcosa di realmente diverso.
L’idea alla base del film è molto interessante: trasformare Evil Dead in un racconto più umano, dove l’orrore soprannaturale diventa anche la rappresentazione concreta di dinamiche familiari dolorose. Il problema è che questo spunto rimane di contorno e soffocato dai fiumi di sangue che predominano su tutto. L’impressione è quella di un’opera profondamente sbilanciata, dove il grande e spettacolare massacro sembra diventare troppo ingombrante rispetto al percorso emotivo della protagonista.
Si fatica a entrare davvero in sintonia con personaggi, che vengono appena delineati prima dell’arrivo del male, e lo splatter diventa troppo fine a sé stesso: più interessato a scioccare lo spettatore che a costruire un coinvolgimento emotivo. Si va verso un accumulo di immagini estreme che, più che spaventose, diventrano troppe, e quindi prive di vero valore.
È una pellicola che sembra divisa tra due anime: un interessante tentativo di raccontare La Casa attraverso una dimensione più drammatica e seria, e un’esperienza quasi esclusivamente ludica dove il massacro predomina su tutto. Un rapporto che però finisce per pendere troppo verso la mattanza esagerata.

Il futuro della saga
Dopo la cancellazione di Ash vs Evil Dead, è evidente come portare avanti il franchise oggi significhi necessariamente sperimentare nuove strade, cercando di esplorare toni e approcci differenti rispetto alla formula originale.
Tra intuizioni riuscite e qualche ingenuità, la saga continua comunque a mantenere un livello produttivo buono. Ciò che manca totalmente è, però, quel gusto ironico e grottesco che caratterizzava la regia di Raimi. I veri “sequel spirituali” di quell’anarchia narrativa sono stati invece Splatters (1992) di Peter Jackson, o più recentemente i due Dead Snow (2009, 2014) di Tommy Wirkola.
È evidente come questi nuovi capitoli siano pensati come opere quasi antologiche e autoconclusive, dove il filo conduttore non è una continuità narrativa tradizionale, ma solo la presenza comune della stessa minaccia. Una scelta che permette anche a nuovi spettatori di avvicinarsi al franchise senza aver visto i film precedenti e confrontarsi continuamente con il peso del passato.
Per il prossimo capitolo, Evil Dead Wrath (2028), si parla di un possibile prequel ambientato prima degli eventi del film originale del 1981. La curiosità, ancora una volta, resta alta. Nella speranza che il nuovo film riesca a coniugare meglio ciò che ha sempre reso speciale la saga: l’orrore e il divertimento, ma anche la capacità di saper innovare nel genere.
a cura di
Alfonso La Manna

