Dai Fat Dog agli Idles, fino all’arrivo dei Foo Fighters. All’Ippodromo Snai La Maura va in scena una delle serate rock più importanti dell’estate. Trent’anni di storia, una comunità che continua a crescere e Dave Grohl che ricorda a tutti perché il rock, quando è autentico, non potrà mai soffrire gli anni che passano
Gli I-DAYS continuano a crescere
Il festival milanese continua a confermarsi uno degli eventi di riferimento dell’estate musicale europea. Negli anni gli I-Days sono cresciuti non soltanto nella qualità del cartellone artistico, ma anche nell’attenzione verso il pubblico. L’organizzazione ha introdotto nuove aree dedicate ai servizi, punti di rifornimento gratuiti per l’acqua, la possibilità di entrare con bottigliette e borracce in plastica o silicone e un sistema di schermi ad alta definizione che permette di seguire il concerto praticamente da ogni punto dell’area. Sono dettagli che possono sembrare marginali, ma che in una giornata trascorsa sotto il sole estivo diventano parte di quell’esperienza complessiva che un festival dovrebbe sempre offrire.
Quello che accade agli I-Days Milano Coca-Cola 2026 è trasformare l’attesa in parte integrante dell’esperienza. Dove le giornate iniziano molto prima che le luci del palco si accendano, quando ancora prima della musica, è il pubblico a raccontare quale sarà l’anima della serata.
Domenica 5 luglio l’Ippodromo Snai La Maura apre i cancelli a migliaia di persone arrivate da ogni parte d’Italia per assistere a uno degli appuntamenti più attesi dell’intera rassegna: il concerto dei Foo Fighters.
Passeggiando tra il pubblico, però, ci si accorge subito che il protagonista della giornata non è ancora il palco. Sono le persone.
Dalle prime file a chi preferisce stendersi sull’erba. Gruppi di amici, coppie e famiglie intere che condividono la stessa passione. È forse questa l’immagine che colpisce di più: padri con i figli sulle spalle, bambini con le cuffie antirumore pronti a vivere il loro primo grande concerto e ragazzi poco più che ventenni che hanno scoperto i Foo Fighters attraverso le piattaforme di streaming, accanto a chi invece li segue dagli anni Novanta.
Basta osservare le magliette per capire che qui non si è riunito soltanto il pubblico di una band. Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam, Queens of the Stone Age, Metallica, Iron Maiden, AC/DC, Led Zeppelin, Foo Fighters. Ogni stampa racconta un pezzo di storia personale, un disco consumato, un concerto rimasto nel cuore. È una sorta di linguaggio silenzioso che permette alle persone di riconoscersi ancora prima di parlare. In un’epoca in cui la musica viene spesso consumata in modo veloce e individuale, il rock continua a costruire comunità. È forse questo il suo tratto più sorprendente: la capacità di far sentire a casa anche chi arriva da solo.
Fat Dog: l’unico caos in grado di aprire la festa
Ad avere il compito di rompere il ghiaccio sono i Fat Dog, formazione londinese che negli ultimi anni ha attirato l’attenzione della scena britannica grazie a un suono impossibile da rinchiudere in un’unica definizione. Punk, elettronica, dance, post-punk e psichedelia convivono in un’esibizione che vive soprattutto dell’energia del palco.
Il frontman attraversa il palco senza concedersi un attimo di tregua, coinvolgendo il pubblico fin dalle prime note, mentre la band costruisce un muro sonoro capace di sorprendere anche chi fino a quel momento non conosceva il gruppo. Brani come “Smile and Wave“, “Shit Love“, “Bad Dog” e “Running” funzionano perfettamente dal vivo e dimostrano come il quintetto inglese abbia fatto della dimensione live il proprio punto di forza.
Aprire un concerto dei Foo Fighters non è mai semplice. Significa esibirsi davanti a un pubblico che è arrivato soprattutto per qualcun altro e riuscire comunque a conquistarne l’attenzione. I Fat Dog ci riescono grazie a un’esibizione intensa, caotica al punto giusto e capace di lasciare il segno.
Gli Idles e la forza di un rock che ha ancora qualcosa da dire
Se i Fat Dog accendono la miccia, gli Idles trasformano l’Ippodromo in una massa in continuo movimento.
La band di Bristol sale sul palco senza bisogno di effetti speciali. Le luci sono essenziali, la scenografia ridotta al minimo. A parlare è soprattutto la musica, con quel post-punk abrasivo che negli ultimi anni li ha resi una delle realtà più importanti della scena rock contemporanea.
Eppure ridurre gli Idles a una semplice band sarebbe ingiusto. Nel corso della loro carriera hanno dimostrato come il rock possa essere ancora uno strumento per raccontare la società, affrontando temi come la salute mentale, la mascolinità tossica, l’inclusione e le disuguaglianze senza mai rinunciare alla forza delle chitarre.
Dal vivo tutto questo diventa ancora più evidente.
La scaletta attraversa alcuni dei brani più rappresentativi del loro repertorio. “Never Fight a Man With a Perm” arriva come un pugno nello stomaco, “Mother” e “Gift Horse” fanno esplodere i primi veri pogo della giornata, mentre “Danny Nedelko” è dedicata all’amicizia e all’inclusione. La conclusione con “Rottweiler” lascia il pubblico senza fiato e prepara il terreno al momento che tutti stanno aspettando.
Trent’anni dopo, i Foo Fighters continuano a scrivere la storia del rock
La loro storia comincia nel 1995, in uno dei momenti più delicati della musica contemporanea. Dopo la morte di Kurt Cobain e la fine dei Nirvana, Dave Grohl sceglie di non allontanarsi dalla musica. Entra in uno studio di registrazione, suona praticamente tutti gli strumenti e realizza quello che, inizialmente, avrebbe dovuto essere soltanto un progetto personale. Nessuno poteva immaginare che quel disco inciso quasi in solitudine avrebbe dato vita a una delle band più importanti degli ultimi trent’anni.
Proprio quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dell’uscita di quel primo album. Un traguardo che rende il concerto di Milano ancora più significativo. Per molti dei presenti i Foo Fighters hanno rappresentato la colonna sonora dell’adolescenza, per altri sono stati la prima vera band rock scoperta da ragazzi. Oggi, guardando il pubblico, si ha la sensazione che quelle canzoni abbiano ormai attraversato almeno tre generazioni.
È forse questo il risultato più difficile da raggiungere per un gruppo musicale: smettere di appartenere soltanto a chi c’era all’inizio e diventare patrimonio di persone nate molti anni dopo.
Quando un intero ippodromo smette di parlare
Le prime note di “All My Life” esplodono dagli amplificatori e l’Ippodromo La Maura diventa un unico, gigantesco coro. Non c’è bisogno di incoraggiare il pubblico. Dave Grohl sorride ancora prima di arrivare al microfono, quasi sapesse già quale sarebbe stata la risposta di Milano.
L’energia della band è impressionante. Dave percorre il palco senza sosta, alternando chitarra e microfono, mentre Pat Smear, Nate Mendel, Chris Shiflett, Rami Jaffee e Josh Freese costruiscono un suono potente, pieno. È una macchina perfettamente oliata, ma che non perde mai la spontaneità di una band che ama stare sul palco.
Quello che colpisce, più di ogni altra cosa, è il divertimento. il frontman ride spesso, scherza con i compagni, si rivolge al pubblico con quella naturalezza che lo ha sempre contraddistinto. Non dà mai l’impressione di recitare un copione imparato a memoria. Ogni concerto sembra davvero unico, costruito anche attraverso il dialogo con chi ha davanti.
Più volte ricorda il rapporto speciale con l’Italia, ripensando ai primi tour e a quei concerti nei club quando i Foo Fighters erano ancora una band agli inizi. «Ragazzi tutti pazzi!», esclama sorridendo, ricevendo ogni volta un boato ancora più forte.

Non una scaletta ma un viaggio nella storia della band
Raccontare un concerto dei Foo Fighters seguendo semplicemente l’ordine della scaletta sarebbe quasi riduttivo. Ogni brano sembra trovare il proprio posto naturale all’interno di un percorso che attraversa tre decenni di carriera, alternando momenti di pura energia a passaggi più intimi, senza che il ritmo della serata perda mai intensità.
Quando il pubblico viene travolto da “The Pretender“, una delle canzoni simbolo della band, è in quel momento che l’Ippodromo cambia completamente volto. Chi fino a pochi minuti prima osservava il palco con emozione inizia a saltare, a cantare, a lasciarsi andare. Il prato si muove come un unico corpo e si ha la sensazione che ogni persona conosca esattamente cosa accadrà al riff successivo.
Con “Times Like These” il clima cambia improvvisamente. Dave Grohl lascia che sia la musica a parlare, accompagnato da migliaia di voci che trasformano il ritornello in un coro spontaneo. È uno di quei brani che, con il passare degli anni, ha assunto un significato diverso per chi lo ascolta. Dal vivo questo aspetto emerge ancora di più: non è soltanto una canzone, ma un momento di condivisione.
Il concerto prosegue senza concedere pause. “Rope“, “Stacked Actors“, “My Hero” e “Learn to Fly” ricordano quanto il repertorio dei Foo Fighters sia riuscito a rimanere attuale senza inseguire le mode. È sorprendente osservare come canzoni pubblicate in periodi così diversi convivano perfettamente all’interno dello stesso live. Per chi le ascolta non esistono brani “vecchi” o “nuovi”: esistono semplicemente pezzi che fanno parte della propria storia.
Uno degli aspetti che colpisce maggiormente è la naturalezza con cui la band passa dai momenti più esplosivi a quelli più raccolti. “These Days“, “Wheels“, “Marigold” e “Big Me” regalano una dimensione più intima, quasi domestica, dimostrando come i Foo Fighters non abbiano mai costruito la propria identità soltanto sulla potenza delle chitarre. Anche nelle canzoni più delicate rimane quella sincerità che ha sempre caratterizzato la scrittura del cantante.

Una band che continua a divertirsi
Quello che colpisce è il piacere evidente di stare insieme sul palco.
Durante tutta la serata Dave Grohl lascia spazio ai suoi compagni, li presenta uno a uno, scherza con loro e trasforma le presentazioni della band in un piccolo spettacolo nello spettacolo. Anche questo momento, che in molti concerti rappresenta una semplice formalità, diventa un’occasione per giocare con il pubblico, improvvisare e ricordare che loro sono prima di tutto un gruppo di amici che continua a condividere la stessa passione.
Alle spalle della band scorrono immagini che raccontano la loro storia: fotografie degli inizi, vecchi filmati, frammenti di concerti passati. Non è un’operazione nostalgica, ma il modo più semplice per ricordare quanto lungo sia stato il percorso che li ha portati fin qui. Vedere quei ragazzi poco più che ventenni sugli schermi mentre, pochi metri più sotto, gli stessi musicisti continuano a riempire un ippodromo dà la misura della loro straordinaria longevità artistica.
Quando una canzone smette di appartenere a chi l’ha scritta
Se c’è un momento che riassume l’intera serata, probabilmente arriva con “Best of You“.
Bastano poche note e il cantante quasi si fa da parte, lasciando che sia il pubblico a portare avanti il ritornello. Migliaia di persone cantano all’unisono, trasformando il concerto in qualcosa di diverso da una semplice esibizione. Per qualche minuto il palco e il prato sembrano annullare ogni distanza. È uno di quei momenti in cui si capisce quanto una canzone possa smettere di appartenere all’artista che l’ha composta per diventare parte della vita di chi la ascolta.
L’encore si apre con “Exhausted“, quasi a voler chiudere un cerchio iniziato trent’anni fa con il primo album. Poi arriva il momento che tutti, in fondo, stavano aspettando.
Le prime note di “Everlong” sono sufficienti a cambiare nuovamente l’atmosfera. In quel momento non è soltanto la canzone che chiude il concerto. È il simbolo di tutto quello che i Foo Fighters hanno rappresentato in questi trent’anni: la capacità di scrivere brani che continuano a emozionare persone di età, esperienze e storie completamente diverse.

Molto più di un concerto
Negli ultimi anni si è parlato spesso della presunta crisi del rock. C’è chi sostiene che abbia perso la centralità di un tempo, chi lo considera un genere incapace di parlare alle nuove generazioni e chi, più semplicemente, pensa che il suo momento sia passato.
Eppure basta trascorrere una serata come quella dell’Ippodromo Snai La Maura per rendersi conto che la realtà è molto più complessa.
Il rock, forse, non occupa più le classifiche come un tempo. Non domina gli algoritmi delle piattaforme di streaming e raramente è il genere più discusso sui social. Ma continua a fare una cosa che pochi altri linguaggi musicali riescono ancora a fare con la stessa naturalezza: costruire comunità.
I Foo Fighters continuano a rappresentare tutto questo.
Non soltanto per la qualità della loro musica o per la straordinaria presenza scenica, ma perché incarnano un modo di vivere il rock che sembra resistere al passare del tempo. Una band nata quasi per caso, in uno dei momenti più difficili della storia della musica contemporanea, è riuscita a costruire un’identità così forte da diventare un punto di riferimento per più generazioni.
Guardando sessantacinquemila persone cantare insieme viene naturale porsi una domanda: quante band nate negli ultimi quindici anni riuscirebbero oggi a riempire uno spazio come l’Ippodromo Snai La Maura suonando semplicemente rock?
La risposta non è così scontata.
Forse è proprio questo che rende i Foo Fighters ancora così importanti. Non perché siano rimasti uguali a sé stessi, ma perché hanno saputo attraversare tre decenni di cambiamenti continuando a mettere al centro le canzoni, il rapporto con il pubblico e il piacere di salire su un palco.
Quando le luci si riaccendono e il prato comincia lentamente a svuotarsi, nessuno sembra avere davvero fretta di andare via. C’è chi resta ancora qualche minuto a guardare il palco ormai spento. È la sensazione che si prova ogni volta che un concerto riesce davvero nel suo intento: quello di lasciare qualcosa anche dopo l’ultima nota.
Ripensando alla serata, mi sono resa conto che la cosa che porterò con me non sarà soltanto una canzone o un momento preciso. Sarà l’immagine di migliaia di persone diverse per età, esperienze e provenienza che, per qualche ora, hanno condiviso lo stesso spazio e la stessa passione. Forse è questo il significato più autentico, non assistere a uno spettacolo, ma sentirsi, anche solo per una sera, parte di qualcosa di più grande.
a cura di
Maria Giulia Lapenna
foto di
Mirko Fava

















































