“VisionQuest”, direttamente dalla Festa del Cinema di Roma la recensione in anteprima dei primi due episodi

Dal 14 ottobre su Disney+ con i primi due episodi, la nuova serie Marvel diretta da Terry Matalas “VisionQuest” chiude la trilogia iniziata con “WandaVision”: Paul Bettany torna nei panni di Visione Bianco, in un viaggio filosofico tra la nave di Teseo, l’ombra di Ultron e il terrore di imparare a vivere

Dopo l’elaborazione del lutto al centro di WandaVision e le derive mistiche di Agatha All Along, il Marvel Cinematic Universe porta a compimento la sua trilogia più intima e concettuale con VisionQuest.

Al termine degli eventi di Westview, avevamo lasciato la versione “ricostruita” di Visione (il sintezoide bianco assemblato dalla S.W.O.R.D. e privo della Gemma della Mente) svanire verso l’ignoto dopo l’incontro filosofico con la sua controparte ideale. Privato di sentimenti ed empatia, ma in possesso di tutti i dati d’archivio sulla sua vita precedente, il nuovo Visione si trova ora proiettato nel mondo reale, costretto ad affrontare una dolorosa domanda esistenziale: cosa rimane di un individuo quando si possiede la memoria del passato, ma non più l’anima che la animava?

In questo viaggio interiore e geografico alla scoperta di sé, tra il ritorno di figure chiave come Ultron (James Spader) e la presenza del giovaneThomas, la serie abbandona le classiche dinamiche dei supereroi per calarsi in una meditazione profonda sul senso dell’umanità, della sofferenza e dell’identità.

Trama

VisionQuest si sviluppa come un road movie d’azione e mistero che prende il via all’indomani degli eventi di Westview. Il “Visione Bianco”, ormai solo e in fuga, si mette in viaggio attraverso il mondo per seguire le traccie e le coordinate geografiche rimaste impresse nella sua memoria di sistema. Durante questo percorso alla ricerca di risposte sul proprio passato e su cosa gli sia davvero successo, il sintezoide si imbatte nel giovane Thomas, un ragazzo enigmatico che nasconde un doloroso segreto legato alla sua vera identità.

Le cose si complicano ulteriormente quando dai resti della tecnologia avanzata riemerge la minaccia di Ultron (James Spader), deciso a riprendere il controllo sulla sua creazione. Tra inseguimenti, vecchi laboratori abbandonati e il ritorno di volti noti del passato, Visione si ritroverà costretto a lottare non solo per scoprire chi era, ma per difendere ciò che resta del suo futuro.

La caduta dell’Anima: la condanna di sapere senza sentire

Per comprendere VisionQuest occorre fare un passo indietro su chi sia stato davvero Visione nella sua prima vita. Non era un semplice algoritmo, né un mero costrutto di vibranio: nato dalla sintesi tra la Gemma della Mente, la scienza e una grazia quasi sacra, Visione era l’Anima impersonificata. Era la creatura pura, l’unica capace di sollevare il martello di Thor, l’incarnazione stessa dell’empatia e della compassione.

La vera tragedia di questa nuova serie risiede nella domanda più spaventosa di tutte: cosa rimane quando l’Anima impersonificata viene privata della sua luce e ridotta a guscio?

L’incipit chiarisce subito questo baratro interiore: “Io non sono lui. Ho i suoi ricordi, ma non le sue emozioni”. Il nuovo Visione non ha perso la memoria, ma il nucleo. Possiede i dati di un passato fatto di sacrifici, poesia e amore per Wanda, ma li osserva come file freddi su uno schermo. Wanda era il suo ponte con l’esistenza, la persona che gli forniva una logica del mondo e una ragione per abitarlo. Privo di quella lente emotiva, il sintezoide guarda “là fuori” ed è terrorizzato: vede nell’umanità soltanto creature contraddittorie che si crogiolano nella sofferenza, un universo caotico e irrazionale popolato da streghe, mostri e da una disumanità di cui egli stesso teme di essere la prova vivente.

Il paradosso di Teseo e il dramma di Thomas: specchi di un’identità frammentata

Chi si diventa quando si è stati la forma più alta di empatia e ci si ritrova a essere soltanto spettatori del proprio passato? La narrazione riprende il paradosso della Nave di Teseo e lo spinge fino alle sue conseguenze più intime. Visione si paragona a quell’imbarcazione le cui assi sono state continuamente sostituite nel corso dei secoli: è ancora la stessa nave che un tempo levò l’ancora per salvare i bambini, sebbene non conservi più un singolo elemento originario? E qual è il filo conduttore dell’identità quando la materia resta, ma la sostanza emotiva si è estinta?

A rendere questo dilemma ancora più tangibile è il dualismo del giovane Thomas: tormentato da una vita di cui ha ricordi, ma che non ha abitato, cerca di creare ulteriore confusione attorno a sé, moltiplicando all’infinito le sue vite pur di non affrontare il dolore della propria frammentazione. La frase che dice agli agenti di polizia una volta arrestato – “So che non era reale, ma lo è per me. Io non so più chi sono” – diventa la spia dell’angoscia del protagonista, realtà di un’esistenza che non risiede nella precisione dei dati o nel senso degli stessi, ma nella verità dell’impatto emotivo che lascia dentro chi la vive.

Oltre la simmetria: scoprire cosa muove l’esistenza

L’analisi fredda di una mente priva d’anima può cogliere la simmetria, la tecnica e i colori di un dipinto, ma rimane irrimediabilmente cieca di fronte alle emozioni che l’opera sprigiona. Perfino una mente distruttiva e contorta come quella di Ultron (come vediamo in uno dei tanti confronti tra i due) saprebbe cogliere la bellezza insita nella creazione, nell’imperfezione e nel caos della vita, mentre il nuovo Visione si trova inizialmente bloccato nell’incapacità di percepire il senso delle cose.

VisionQuest si rivela così una meditazione profonda sul fatto che al mondo c’è qualcosa di più della scienza pura. Gli esseri umani non sono macchine perfette: cambiano ogni giorno, si spezzano, perdono la propria strada e soffrono. Ma è proprio in questa capacità di mutare e di accettare il dolore che l’esistenza ritrova la sua rotta.

Nel suo cammino, il protagonista scopre che per ritornare a vivere non serve recuperare magicamente la vecchia gemma: l’anima non è un oggetto smarrito da reperire in un archivio, ma una fiamma che si riaccende ogni volta che si ha il coraggio di aprirsi di nuovo all’altro e al mistero dell’umanità.

a cura di
Michela Besacchi

Articolo scritto con il parziale aiuto d’intelligenza artificiale

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