“Fatherland” – la recensione in anteprima del nuovo film di Pawel Pawlikowski

Dopo aver conquistato la Croisette di Cannes a maggio, arriva in Italia la collaborazione tra Pawel Pawlikowski (Cold War, Ida per cui ha vinto il premio Oscar al miglior film internazionale) e Sandra Hüller (Anatomia di una caduta, Digger). Presentato oggi alla Festa del Cinema di Roma e in uscita da domani 16 ottobre, Fatherland è una distribuzione Mubi.

Nell’estate del 1949, Thomas Mann (Hanns Zischler) fa ritorno nella sua terra natale, per la prima volta dopo sedici anni di esilio volontario negli Stati Uniti. Accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), il celebre scrittore attraversa una Germania ridotta in macerie sia fisicamente che moralmente, divisa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il duo padre-figlia è presente per le celebrazioni del bicentenario di Goethe, con inviti sia a Francoforte (sotto il controllo americano), sia a Weimar (sotto l’occupazione sovietica), mentre il loro rapporto è messo alla prova dal suicidio del figlio e fratello Klaus.

Il punto più affascinante di Fatherland risiede nell’approccio di Paweł Pawlikowski, che struttura un road movie biografico e politico in cui è innestata una meditazione spettrale ed elegiaca sull’identità. La figura dell’intellettuale, il ruolo della cultura nella ricostruzione di uno spirito unito popolare, viene messa in discussione dalle affiliazioni politiche. La Francoforte ricostruita richiama subito la Berlino filmata proprio nel 1949 da Rossellini in Germania anno zero.

La celebrazione è solo una facciata, che copre un continuo corto circuito tra la grande letteratura e la miseria di un Paese rovinato dalle sue stesse colpe. La fine della guerra, come evidenziato nelle due opere precedenti del regista, non corrisponde alla fine dei conflitti personali, e ci si interroga sul mondo che sta venendo costruito sopra quello vecchio. Il nostro, di mondo.

Ida, Cold War, Fatherland: la trilogia storica

Fatherland si pone come il completamento ideale di una trilogia sulla memoria storica, comprendente i suoi precedenti film Ida (2013) e Cold War (2018). Se i primi due capitoli esploravano i traumi rimasti irrisolti in seguito all’Olocausto nella Polonia del secondo dopoguerra e poi i drammi individuali sentimentali schiacciati dalla Cortina di Ferro, qui il regista ritorna al punto d’inizio, alla ferita originaria dell’Europa moderna. Il dibattito sulla storia si rende manifesto.

Dal punto di vista tecnico e formale, la continuità con il passato è visibile a colpo d’occhio e in totale coerenza. Il bianco e nero del direttore della fotografia Łukasz Żal restituisce l’idea di una memoria d’altri tempi che viene attualizzata di fronte allo spettatore, mentre il formato 4:3 comprime lo spazio intorno ai protagonisti e accentua il senso di isolamento intellettuale. Ciò che è nato per necessità economica diventa cifra stilistica: l’inquadratura rigida impedisce ogni via di fuga dallo sguardo della storia.

Il mutamento più profondo risiede nella musica, sempre molto presente nella trilogia (e anche qui prosegue il sodalizio con Joanna Kulig nei panni di una cantante, sebbene solo in Cold War sia protagonista della storia). Il canto popolare polacco prima rappresentava la radice identitaria di un popolo stremato, sebbene già pronta a essere messa in pasto al mercato del blocco occidentale sempre in Cold War.

In Fatherland la dimensione musicale viene ritrovata nella tradizione germanica di Bach e Wagner, una memoria infangata dalla storia recente e che si cerca di restaurare; nei cori studenteschi dell’Internazionale e della nuova repubblica tedesca dell’Est; nella composizione di un nuovo inno per la Germania non più unita. La musica non consola né unisce, ma risuona come un’eco, ambigua, divisiva e drammaticamente legata al trauma identitario di una nazione distrutta.

Politica e cultura

Il 1949 rappresenta uno spartiacque fondamentale per l’Europa contemporanea, con la nascita formale delle due Germanie e il consolidamento del mondo diviso in due blocchi contrapposti. In questo limbo temporale, la cultura e la letteratura germanica si ritrovano stritolate dalla morsa della propaganda. Il ritorno di Thomas Mann in patria non è una riappacificazione, ma l’esibizione di un trofeo conteso tra le ostentazioni democratiche – velate del nascente maccartismo – dell’Ovest e il rigido realismo socialista dell’Est.

Nel corso del viaggio, il film offre uno spaccato impietoso delle élite culturali rimaste in patria o rientrate per opportunismo. Dalle ambiguità di Gustaf Gründgens, attore ed ex marito di Erika Mann, che deve ripulirsi dalle simpatie per Göring; ai nipoti di Wagner, affannati a riabilitare il teatro Bayreuth, fino alla figura di Mann, che si scontra con una classe intellettuale compromessa o smarrita. La cultura germanica appare priva di innocenza o etica, incapace di liberarsi dal peso del proprio recente passato.

Gli sforzi di Thomas Mann, conteso come simbolo dai due blocchi, per riportare la cultura e l’arte come una componente super partes, si scontrano con la realtà dei fatti. In particolare, la letteratura – tradizionalmente intesa come faro morale ed estetico dell’umanità – si rivela del tutto impotente di fronte alla devastazione politica. Le citazioni di Goethe risuonano prive di un valore effettivo tra le rovine di Francoforte, evidenziando il divario incolmabile tra l’idealismo dell’Arte e la realtà sanguinosa della Storia.

La lezione di Pawlikowski

Nonostante il progetto sarebbe dovuto essere affidato inizialmente a Edward Berger (Niente di nuovo sul fronte occidentale), quest’ultimo ha poi preferito rimanere come co-produttore, ritenendo che un regista non tedesco avrebbe avuto un approccio più interessante. Pawlikowski, dal canto suo, aveva già avuto per le mani e poi scartato l’adattamento del romanzo Il mago di Colm Tóibín, una biografia romanzata dello scrittore tedesco.

Fatherland giova della scelta del regista di non realizzare un film biografico con grandi salti temporali, ma di concentrarsi su un unico episodio storico e renderlo simbolo della parabola umana e politica di Mann. Non senza una certa immedesimazione: Pawlikowski, infatti, ha affermato che come per Mann, in quel momento in esilio e privo di una patria in modo simile ai protagonisti di Ida e Cold War, così anche lui si sente perso tra i codici della contemporaneità.

Proprio durante la vittoria del Prix de la Mise en Scène all’ultimo Festival di Cannes, il regista ha messo in guardia sul clima culturale odierno in cui tutti si sentono nel giusto, esortando i cineasti più giovani a mostrare le crepe e i paradossi dell’animo umano attraverso la Settima Arte. Allo stesso modo di Thomas Mann in Fatherland, anche il regista lotta per mantenere la rilevanza dell’arte, ma a differenza sua non la astrae dal mondo, rendendola specchio di confronto e mezzo di comunicazione tra ieri e oggi.

Affrontare una materia controversa come quel periodo storico in un momento delicato come quello odierno, attraverso un approccio per niente storicizzato ma che, anzi, interroga costantemente lo spettatore, significa rifiutare qualsivoglia semplificazione. Come sottolineato dalla critica in sede di presentazione, la lezione di Pawlikowski sta nel non trasformare la memoria in uno strumento di propaganda. Il suo cinema vuole essere un atto di resistenza etica, che ci costringe a guardare le crepe del passato per comprendere le fratture del presente.

Famiglia in rovina

Il cuore del film risiede nel confronto fra Thomas Mann (un asciutto ma impeccabile Hanns Zischler) e la figlia Erika, interpretata da una monumentale Sandra Hüller. Quest’ultima restitusce una figura tridimensionale e complessa, una scrittrice brillante e un’attivista appassionata, che costringe l’ingombrante e accademica figura paterna con la realtà dell’efficacia effettiva dei loro sforzi. Nel loro rapporto emerge anche l’ombra del lutto familiare, in seguito al suicidio del tormentato fratello Klaus.

Il viaggio da Francoforte a Weimar diventa così una doppia esplorazione. Dal lato più privato e intimo, l’elaborazione del lutto per Klaus – il fratello per cui Erika piange e urla, nonché il figlio di cui Thomas sottolinea la debolezza per il modo in cui è vissuto e uscito di scena. Come nei capitoli precedenti, la città è un luogo in cui soffocare e nascondere i propri dubbi interiori, che ricercano un’espiazione nel raccoglimento della campagna.

Da un altro lato, fa capolino la presa di coscienza di un’altra morte, quella per la perdita della terra natale (la Fatherland). La Germania che hanno lasciato non esiste più se non nella loro memoria, mentre quella che ritrovano è un territorio estraneo, diviso in due nazioni entrambe inadatte ad accoglierli; anche l’America in cui si sono rifugiati attende solo un loro passo falso per mandarli via.

Resta aperta e dolorosa la questione centrale che attraversa tutto il film: ha ancora senso la cultura in un mondo a pezzi, che la riduce a mera strumentalizzazione politica? La visione di Pawlikowski non offre facili consolazioni. Tra le macerie di un Paese che ha perso la propria anima, il viaggio di Thomas ed Erika Mann si chiude con la consapevolezza che la patria non è più un luogo fisico, ma soltanto la responsabilità della propria testimonianza.

In conclusione

Fatherland conferma Pawlikowski come uno dei maestri indiscussi del cinema contemporaneo. Con una durata essenziale di appena 82 minuti, il regista polacco firma un’opera estremamente densa dal punto di vista intellettuale, capace di far dialogare la dissertazione filosofica pura con il confronto personale, la fattualizzazione storica con l’analisi attenta delle analogie con la contemporaneità. Un film fondamentale, che ci mette direttamente a confronto con il rapporto inscindibile tra arte, storia, memoria ed emozione.

a cura di
Luca Murgia

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