Tratto dal romanzo del premio Pulitzer Daniel Kraus e in uscita oggi, 15 ottobre, il film con Austin Abrams e Josh Brolin intreccia il genere del survival horror in corsa contro il tempo al dramma familiare, in un thriller drammatico che risulta più efficace nella prima componente che nella seconda.
Presentato ieri alla Festa del Cinema di Roma, esce oggi, giovedì 15 ottobre, distribuito da 20th Century Studios e The Walt Disney Company Italia, Whalefall – Nella balena. Il film vede Austin Abrams (Resident Evil, Weapons) e Josh Brolin calarsi in un’oscura discesa negli abissi dell’Oceano e nelle profondità dell’animo umano, in un thriller mozzafiato che vi farà restare in apnea fino all’ultimo secondo!
Whalefall è l’adattamento dell’omonimo romanzo di Daniel Kraus, autore già noto per le collaborazioni letterarie con registi come George A. Romero (I morti viventi) e Guillermo Del Toro (Trollhunters e, soprattutto, La forma dell’acqua, poi diventato un film premio Oscar) e vincitore del premio Pulitzer per la Fiction 2026 con il romanzo Angel Down. Lo scrittore ha dimostrato una certa dimestichezza con storie che intrecciano il genere fantastico alla componente relazionale ed emotiva.
Insieme al regista Brian Duffield, Kraus co-sceneggia una storia il cui intento risulta quello di mescolare in modo bilanciato la componente del survival horror – sebbene l’orrore derivi più dalla consapevolezza della debolezza umana nelle profondità marine che dalla comparsa di esseri mostruosi – e quella drammatica di un rapporto familiare da risanare. E il risultato riportato dalla carta al grande schermo finisce per far prevalere la prima sulla seconda, nonostante si noti\ l’impegno.
La trama
La storia di Whalefall – Nella balena vede protagonista Jay Gardiner (Austin Abrams, protagonista del più recente Resident Evil), un giovane sommozzatore che vuole recuperare dalle profondità di Monastery Beach i resti del padre Mitt (Josh Brolin), morto suicida l’anno prima. L’uomo che gli ha insegnato tutto, ma che l’ha portato a scappare di casa a causa del loro rapporto, segnato dalla mancanza di comunicazione ed espressione.
L’impresa disperata, l’ultima occasione secondo Jay per dimostrare il suo valore agli occhi di un padre che è considerato una figura leggendaria ma con cui non è mai riuscito a comunicare, diventa una lotta per la sopravvivenza quando il ragazzo viene attaccato da un calamaro gigante e poi trascinato nello stomaco di un gigantesco capodoglio, con solo un’ora d’aria rimanente... .
Indifferenza cosmica
Finire vivi dentro un grosso cetaceo marino è un archetipo che ci affascina sin dai tempi biblici, partendo da Giona e la balena, fino al classico per l’infanzia Pinocchio, dove il celebre burattino viene inghiottito da un pescecane mentre è alla ricerca del padre Geppetto. Anche al cinema la lotta dell’essere umano contro il mare ed i pericoli che si insidiano nelle sue profondità ha trovato fioritura: partendo da Lo squalo di Spielberg e i sequel, fino ai suoi epigoni più o (molto) meno riusciti.
In Whalefall l’intento non è quello di mostrare la superiorità dell’uomo sulla natura, ma tutto il contrario: l’essere umano risulta impotente di fronte alle forze naturali, e non è ribellandosi ad esse che può sperare di sopravvivere. La conoscenza della natura e la capacità di ascoltarla e adeguarsi alle sue creature sono indicate fin dall’inizio come la chiave di volta.
Lo stesso protagonista, inoltre, non incarna una figura forte e, con il fisico magro e slanciato di Austin Abrams, rappresenta perfettamente un’umanità in balia delle forze naturali.

Quest’ultima può, tuttavia, crearsi il suo spazio attraverso l’apprendimento, il passaggio delle conoscenze e la resistenza. La componente survival si dimostra la più soddisfacente per lo spettatore, grazie alla tensione creata ottimamente dal montaggio del maestro Pietro Scalia, la colonna sonora incisiva e la fotografia di Aaron Morton, capace di lavorare su ambienti in cui è presente la bioluminscenza delle creature inghiottite dal capodoglio, che interrompe la pressoché totale oscurità.
Il film gioca con le paure più ancestrali dell’essere umano: l’interno dello stomaco è un ambiente soffocante, ostile e che non ammette errori, come si vede dalle ferite che si accumulano sul corpo del protagonista. Il count down dato dall’aria rimanente nella bombola di Jay rende la scansione degli eventi pressoché contemporanea al minutaggio del film e coinvolge lo spettatore nell’urgenza di trovare una soluzione, ma anche nella disperazione e nell’eventualità di pensare che forse una soluzione non c’è sempre.
Father and Son
Il bagaglio di conoscenze di Jay è sostanzialmente il pesante fardello che il ragazzo porta con sé, segnato dalla vita che ha passato affinché gli venisse trasmesso dal padre Mitt. Josh Brolin è un volto perfetto per incarnare la durezza dei modi di un uomo che ha dedicato la sua vita al mare (dove è palesemente molto più a suo agio che sulla terraferma) e che vuole trasmettere quello che ha imparato al figlio per permanere e renderlo pronto al mondo.

La famiglia di Jay è composta anche dalla madre (Elisabeth Shue) e dalle sorelle maggiori (Jane Levy ed Emily Rudd), le quali conservano un ricordo affezionato e spensierato di Mitt e sono rimaste accanto a lui durante la malattia che l’ha portato al suicidio in fondo al Pacifico. Come unico figlio maschio, a Jay è stata affidata la pesante eredità di fare squadra con il padre, dal quale è sempre scappato (pur non riuscendosi a distaccare mai del tutto da lui). Un legame, quello tra padre e figlio, che il ragazzo si trascina letteralmente dietro nella sacca che porta con sé, contenente i suoi resti.
A manifestazione di ciò, ogni tecnica di sopravvivenza mostrata nel film è accompagnata da un flashback, una finestra sul loro rapporto di totale incomunicabilità e paura reciproca. Il paradosso, per Jay, è che l’uomo per cui è finito dentro un capodoglio è lo stesso che gli ha trasmesso quelle stesse conoscenze con cui uscire da questa trappola mortale! Austin Abrams interpreta il personaggio magnificamente, riuscendo ad esprimere la frustrazione del protagonista nel non poter accettare questo stato delle cose.
La situazione a stretto contatto con l’ambiente tanto amato dal padre, le creature da cui ha proposto al figlio di farsi mangiare – “è l’ordine naturale delle cose” – dà modo alla coppia di aprirsi come non sono mai stati in grado di fare prima, attraverso un espediente narrativo a cui viene data una precisa motivazione nelle prime scene della pellicola (ma che forse risulta il suo elemento più debole).

L’artificio che permetterà a Jay e Mitt di confrontarsi una volta per tutte è infatti a metà tra l’allucinazione e la deriva mistica, in cui il padre e il capodoglio sono trattati come un unico essere. Sicuramente è la componente più fantastica – e non è poco in un film su una persona inghiottita viva da un animale marino. Il risultato sfocia in un lirismo un po’ eccessivo nella parte finale, pur partendo da una base di confronto generazionale e familiare che nel libro riesce a risultare più asciutta e, per questo, a colpire maggiormente nel segno:
«Avrei dovuto ascoltare»
(Avremmo dovuto imparare a parlare)
«Avrei dovuto arrivarci da solo»
(Avremmo dovuto essere degli insegnanti migliori)
«Avrei dovuto capire»
(Avremmo dovuto lasciare spazio ai tuoi dubbi)
«Vorrei poter ricominciare da capo»
(Anche noi)
La letteratura riesce a riassumere il legame tra Mitt e Jay. Il padre è appassionato dei romanzi di Steinbeck, in particolare Vicolo Cannery, che riporta diversi parallelismi con lui. Il figlio non riuscirebbe mai ad ammettere che potrebbe averlo letto su suo consiglio, né tantomeno di averlo apprezzato. Il libro, però, viene comunque lanciato nel tentativo di creare un ponte tra i due, di portarli per una volta dalla stessa parte.
L’anti – Moby Dick
Whalefall è un film con due anime che lottano per raggiungere un equilibrio. Da una parte vuole richiamare il filone dei film di sopravvivenza (in particolare quelli ambientati in mare), la sfida tra uomo e natura – il romanzo in particolare vuole richiamare il nozionismo sulle specie marine che permea l’archetipico Moby Dick di Melville. Dall’altra vuole affrontare una materia da romanzo familiare, in cui il capodoglio rappresenta metaforicamente la mole dell’eredità paterna che schiaccia e inghiotte letteralmente il figlio.

Questa seconda componente risulta ben intenzionata, ma forse gli attori non riescono a metterla in scena in modo soddisfacente nel passaggio dalla carta al grande schermo. Gli espedienti utilizzati per caratterizzare in modo unico le interazioni padre e figlio sono infatti interessanti, ma riescono nell’intento solo a metà. Nella sua parte più angosciante, d’altra parte, la pellicola riesce a restituire la disperazione e la crudezza – così come il gusto di vedere l’ingegnosità umana nelle situazioni più estreme – grazie a un comparto tecnico di grande livello.
Whalefall – Nella balena, da oggi al cinema distribuito da The Walt Disney Company Italia, è una corsa mozzafiato contro il tempo, la storia di una famiglia e dei suoi segreti, che, a volte, risultano più misteriosi delle profondità dell’oceano.
Un’avventura folle che invita a riconnettersi e rialzarsi dopo essere caduti.
a cura di
Luca Murgia

