Le recensioni di L’umanità perduta, Solo per l’estate e Le cose che restano, tre dei sette cortometraggi in concorso a Long Story Short, il nuovo contest riminese di CDL, protagonista dell’estate cinematografica locale
Proseguiamo con le recensioni dei cortometraggi realizzati per il concorso di CDL Long Story Short, il contest cinematografico che ha trasformato la città di Rimini in un set a cielo aperto.
Le opere che troverete analizzate nel dettaglio oggi sono L’umanità perduta di Ivan Petrović-Poljak per la troupe All’ultimo minuto, Solo per l’estate di Manuel Baggiarini per la troupe I fondo perduto e Le cose che restano di Gabriele Montanaro per la troupe Mabri.
“L’umanità perduta” della troupe All’ultimo minuto (Claudia Camarda)
Con L’umanità perduta di Ivan Petrović-Poljak, la troupe All’ultimo minuto ha deciso di cimentarsi con il cinema di genere, una scelta interessante se si considera quanto poco esso sia esplorato in Italia. Nello specifico, il cortometraggio è una distopia post-apocalittica che, ad un certo punto, assume anche venature horror.
In un futuro non troppo lontano l’umanità è costretta ad indossare delle maschere protettive a causa di un’infezione aviaria che fa impazzire le persone. I protagonisti sono due sentinelle in ricognizione che, incappando in una ragazza senza maschera, devono scegliere se ucciderla o lasciarla andare. Questo dilemma, incarnato alla perfezione da due personaggi con una visione completamente opposta sulla questione, esprime in realtà un tema più profondo: cosa significa essere umani?
Ma, soprattutto, questa umanità è ancora possibile?
Dal punto di vista tecnico, il cortometraggio cerca di mantenere un’estetica coerente al suo genere di riferimento. Così, essendo i protagonisti due sentinelle, traduciamo la realtà attraverso la loro prospettiva: lo sguardo è mediato da visori notturni, così come l’udito è attutito dalle loro maschere. In questo senso, bisogna lodare l’impegno nell’evidenziare il respiro pesante e le voci distorte, che si contrappongono al suono più naturale del battito cardiaco della ragazza.
Come spesso accade nella tradizione della distopia, il grande scontro è tra ciò che si crede essere necessario e la possibilità che, invece, si stia commettendo un errore. Ne L’umanità perduta l’incontro con la ragazza priva di maschera è sia l’incidente scatenante la vicenda, sia emblema del dubbio. Dopotutto, la giovane pare godere di ottima salute ed essere interessata semplicemente a sopravvivere.

Ecco dunque che diventa inevitabile domandarsi: l’infezione aviaria esiste veramente o è un costrutto del sistema? Una delle due sentinelle certamente sembra propendere per la seconda opzione, tant’è che cerca in ogni modo di fermare il proprio compagno che, dal suo canto, non ha il minimo dubbio. Eppure, nonostante ciò, la compassione umana persiste anche nella certezza di trovarsi davanti ad un pericolo, ragion per cui la seconda sentinella decide comunque di accompagnare la condannata a morte a vedere il mare un’ultima volta prima della sua morte.
Nell’ultimo atto del cortometraggio viene però coraggiosamente risolto il dubbio di fondo della vicenda: l’infezione esiste eccome e le maschere sono effettivamente una necessità. Personalmente, considerati i discorsi complottisti emersi nel periodo Covid, ho apprezzato la scelta di rendere la malattia un pericolo tangibile. Allo stesso tempo, è curioso come la riflessione sull’umanità rimanga comunque intatta: uccidere a sangue freddo la ragazza infetta sarebbe stato meglio? In termini di sopravvivenza certamente, ma, dal punto di vista del mantenimento di quella parte di noi che ci rende esseri umani, sarebbe stata una scelta terribile.
Mors tua, vita mea è una filosofia di vita che esiste da sempre, ma, esattamente come il suo opposto, ha un suo prezzo da pagare: la perdita della propria umanità.
“Solo per l’estate” della troupe I Fondo Perduto (Micol Perotti)
Ci sono luoghi che, anche dopo anni di assenza, continuano a custodire una parte di noi e diventano contenitori di sogni e ricordi. È da questa idea che prende vita Solo per l’estate, cortometraggio diretto da Manuel Baggiarini, un racconto delicato e nostalgico che presenta il momento in cui si deve dire addio al proprio passato.
La storia segue Giorgio, costretto a tornare a Rimini per vendere la casa di famiglia, il luogo in cui aveva trascorso le estati della sua infanzia insieme allo zio, con le stanze rimaste chiuse per anni, i mobili coperti di polvere, gli oggetti dimenticati e le tracce di una leggenda che lo aveva animato da bambino.
Il cortometraggio sceglie di introdurre la narrazione con una sorta di prologo: il piccolo protagonista gioca nella sua cameretta facendo volare una macchinina a cui ha costruito delle ali di cartone, mentre un ritaglio di giornale appeso alla parete annuncia quello che viene definito “l’evento dell’anno”: il tentativo di sorvolare l’Adriatico in automobile partendo proprio da Rimini.
Poi, il tempo della storia muta: si arriva al presente, quando Giorgio è ormai ragazzo e torna in città dopo diversi anni, un ritorno che presto si trasforma in un viaggio interiore nell’inevitabile incontro con il passato. Dopo un dialogo con lo zio e il riaffiorare del mito del volo con l’auto, il protagonista è pronto a salutare la città e a chiudere un capitolo della propria vita, tornando al mare con la stessa macchinina alata che l’aveva accompagnato durante tante vacanze estive.
Ed è proprio la leggenda del volo sull’Adriatico a rappresentare il cuore del cortometraggio.
La domanda che esso pone allo spettatore non è se quell’uomo abbia davvero attraversato il mare, poiché, in fondo, non importa. Quello che conta davvero è il valore che quella storia ha assunto agli occhi di Giorgio: da bambino rappresentava la possibilità che perfino l’impossibile diventasse reale; da adulto significa trovare il coraggio di guardare di nuovo a quel se stesso che immaginava automobili capaci di volare e capire quanto sia fondamentale non rinunciare a quella parte di sé che gli ha insegnato a osservare il mondo con occhi diversi.
È così che Solo per l’estate si configura come un’opera di realismo magico, in cui fantasia e realtà si intrecciano in una coesistenza di quotidianità ed eventi straordinari, senza il bisogno di distinguere nettamente l’una dagli altri, che sono accettati come parte del reale.
Se il tema centrale del corto è rappresentato dal rapporto tra i sogni dell’infanzia e la realtà adulta, la sua forza espressiva è legata soprattutto alla tecnica cinematografica. Il montaggio dà vita a una narrazione che alterna presente e passato senza interrompere il racconto, fondendoli tra loro in maniera naturale e anche simbolica: la chiusura della porta di casa da parte del bambino alla fine delle vacanze trova il suo riflesso nell’adulto che chiude definitivamente la casa dopo averla venduta. La macchinina con le ali che ricompare nei momenti decisivi del racconto e il ritrovamento del vecchio articolo di giornale mettono in parallelo la leggenda dell’infanzia e il presente.
Anche il linguaggio visivo sottolinea questo rapporto dialettico: uno degli aspetti più riusciti del cortometraggio è senza dubbio la fotografia, che lavora costantemente sul contrasto tra queste due dimensioni temporali. Le scene ambientate nell’infanzia sono caratterizzate da un’estetica rétro che richiama i filmini di famiglia girati con le videocamere degli anni Novanta e i primi anni Duemila. La luce, che entra dalle finestre, è calda e naturale, in netta contrapposizione con gli interni bui o illuminati artificialmente del presente, in un efficace contrasto accentuato anche dalla dimensione musicale.
In Solo per l’estate la regia dedica un’attenzione particolare proprio agli oggetti (i giochi sparsi sul letto, la macchinina con le ali di cartone, le maglie da calcio, i poster e i disegni nella cameretta), che vengono valorizzati attraverso prolungate inquadrature, così come gli ambienti esterni: prima la zona industriale di Rimini, poi la città coi sui vicoli e, infine, la spiaggia. Il ritmo rimane così volutamente lento, in una narrazione che privilegia l’emozione e l’osservazione rispetto all’azione. A ciò contribuisce anche la brevità dei dialoghi, che nella loro essenzialità evitano superflue spiegazioni di ciò che già le immagini comunicano (nonostante in un paio di occasioni la recitazione risulti poco naturale o poco comprensibile).
Al confine tra realtà e fantasia, il cortometraggio mette in scena con delicatezza la storia di un legame con un luogo che custodisce parte della nostra identità, mostrando che crescere non significa smettere di inseguire i propri sogni, ma trovare un modo nuovo per farli volare.
“Le cose che restano” della troupe Mabri (Andrea Munaretto)
A volte è difficile parlare di una perdita. Spesso è quasi impossibile affrontarla senza perdere di vista emozioni e colpe che ci addossiamo anche quando, in realtà, di colpe non ce ne sono.
Le Cose che Restano è un road movie che nasce da un’assenza e prova a trasformarla in un viaggio emotivo, ponendo in secondo piano l’aspetto puramente narrativo. Gabriele Montanaro mette in scena un percorso breve ma intenso, dove il movimento fisico si intreccia con quello interiore di Marta, chiamata a fare i conti con ciò che non è riuscita davvero a lasciarsi alle spalle.
La storia si apre nel giorno del compleanno del fratello, a un anno da un evento che ha segnato profondamente la vita dei protagonisti. Il viaggio fisico tra Darsena, Quattro Cavalli e Aeroporto si intreccia con un tragitto interiore che la protagonista affronta, cercando di dimenticare per non soffrire.
Ci troviamo davanti a una lenta riconciliazione con il passato, con i ricordi e con quelle ferite che continuano a restare sotto pelle.
L’idea funziona perché non cerca il colpo di scena, ma si muove su una sensibilità più sottile. La linea tra ciò che è stato e ciò che continua a pesare resta sempre presente: la pellicola ci ricorda, infatti, che certi legami, certi vuoti e certe mancanze non spariscono mai davvero. Cambiano forma, ma rimangono addosso.
Sono legami e mancanze che fanno male, che fanno piangere, che ci portano a colpevolizzarci. Eppure, proprio grazie a questi sentimenti, il ricordo resta vivido, come il sorriso delicato di un primo incontro in tenera età.

Gabriele Montanaro ci pone davanti a un road movie che è tale solo in senso lato: il viaggio non è tanto fisico quanto metafisico. Il percorso di Marta è un attraversamento della consapevolezza, che porta a capire come, anche quando ci si colpevolizza per un evento tragico, quella colpa non sia mai davvero nostra, soprattutto quando riguarda qualcuno che amiamo.
Di fronte al lutto, cerchiamo risposte chiedendoci cosa avremmo potuto fare per evitarlo, o se avessimo dovuto fare qualcosa in più. La verità è che questi pensieri servono unicamente a raggiungere una pace interiore, perché, in fondo, non possiamo cambiare ciò che è stato.
La scelta del regista di usare immagini pulite e prive di orpelli va dritta al punto e accompagna lo spettatore verso una riflessione su ciò che potrebbe essere e su ciò che è stato davvero.
Allo stesso modo, la presenza costante del fratello – ormai assente – diventa un contrappunto al dolore della protagonista. È una presenza che vive nei ricordi e nei discorsi di Marta, destinata a restare con lei nel tempo: non solo come ferita, ma come un sorriso capace di sostenerla.
Ciò che è autentico continua a esistere, come l’aria che respiriamo: invisibile, ma costante. È un’immagine che racchiude il cuore del progetto, suggerendo un cinema più emotivo che dichiarativo, capace di parlare attraverso dettagli e spazi.
Le Cose che Restano racconta il lutto, la memoria e il cambiamento senza mai alzare la voce, ed è proprio per questo che riesce a colpire con precisione.
Gli undici minuti aiutano a mantenere il racconto compatto, lasciando l’impressione che il regista voglia imprimere una traccia più che spiegare tutto fino in fondo. Un segno che resta anche nello spettatore, soprattutto in chi ha vissuto esperienze simili.
Ne emerge un lavoro che punta sulla fragilità e sulla persistenza delle emozioni, con un approccio intimo e controllato. Ed è proprio qui che il corto trova la sua forza, ricordandoci che alcune cose non passano davvero, ma restano.
Forse perché, in fondo, bisogna imparare a trattenere il buono di ciò che è stato, senza restare ancorati a come è finito. E ci si ritrova a pensare a quei momenti in cui tutto era semplice, in cui si era felici, con quella persona accanto a noi.
La musica nelle orecchie, lo sguardo rivolto al cielo, e un sorriso che riaffiora.
Perché, in qualche modo, quella presenza continua a camminare al nostro fianco.
a cura di
Claudia Camarda
a cura di
Micol Perotti
a cura di
Andrea Munaretto

