Un calcio in bocca fa miracoli è il romanzo d’esordio di Marco Presta, pubblicato da Einaudi nel 2011. Autore e conduttore radiofonico, noto per il programma “Il Ruggito del Coniglio” in onda su Rai Radio 2, Presta descrive la terza età con una comicità corrosiva, capace di muoversi tra cinismo, insofferenza e improvvise aperture sentimentali
C’è una forma di vecchiaia che non chiede scusa. Non si rifugia nella saggezza, non cita Seneca e non si consola con i sudoku per tenere allenata la mente. È la vecchiaia che sbuffa, impreca e conserva lo scontrino anche dopo aver buttato l’oggetto acquistato. Quella che non si rassegna a diventare tenera.
Il protagonista è un anziano senza nome, ma con una quantità di livore sufficiente per tre esseri umani. Il tipo di persona che ti giudica prima ancora che tu possa salutarlo. Un osservatore cinico, feroce e sarcastico, più fedele alla propria indifferenza che a qualsiasi forma di benevolenza, convinto che la gentilezza sia una crepa strutturale. Eppure, per un inciampo della vita, o forse solo per il gusto di complicarsela, si ritrova impantanato in una love affair che non lo riguarda. Non direttamente, almeno.
L’amico Armando, pizzicagnolo con l’ingenuità di un missionario disarmato, ha un piano romantico e suicida: far innamorare due perfetti sconosciuti. E lui, il nostro vecchio burbero, finisce per accompagnarlo in questa crociata come ci si trascina a una riunione di condominio: controvoglia, ma già pregustando il litigio. E sarà proprio questo lento, goffo, inesorabile “doing” – come cantano i Massive Attack in Teardrop (“Love is a doing word”) – a rendere visibile l’amore dove sembrava esserci solo misantropia.
Il romanzo non ha fretta, è più una passeggiata tra i rottami dell’umanità che una corsa verso una morale. Nessun eroe o colpo di scena. Solo una portinaia sexy, qualche penna rubata e il sogno di passare a miglior vita ad agosto, per rompere le scatole anche post mortem. Tra una risata dal retrogusto amaro, frecciatine pronunciate da una bocca che ha smesso di credere nella diplomazia e un’immancabile tirata d’orecchi alle nuove generazioni, affiora un affetto non dichiarato verso chi resta.
Non c’è redenzione, perché non serve. Solo un lieve, impercettibile spostamento del baricentro emotivo. Alla fine, tentando di lasciare il campo meno scombinato di come l’ha trovato, il “vecchiaccio” – come adora definirsi – non cambia se non nel modo in cui finge di non cambiare. E anche se continua a bofonchiare, quel mugugno somiglia sempre più a una carezza travestita da bestemmia.
È un libro che non si consiglia a cuor leggero, ma si regala con una smorfia complice.
A chi crediamo di non capire più.
A chi siamo diventati senza accorgercene.
A chi, un giorno, potremmo voler chiedere scusa.
«Non mi rimane che utilizzare la vecchia strategia del bacherozzo: quando si avvicina un pericolo, si distende sul dorso, immobile, e si finge morto. Nel caso mio, non devo neanche fingere troppo».
a cura di
Edoardo Siliquini

