Street Fighter – recensione in anteprima del film tratto dal videogioco di culto

Tratto dalla saga videoludica quasi quarantenne di Street Fighter, l’omonimo film fa da reboot al brand sul maxischermo dopo i due precedenti live action. Tantissimi scontri, una grande autoironia e un incredibile legame tra fratelli, in un lungometraggio perfetto da vedere con gli amici. In uscita nelle sale italiane oggi, 15 ottobre.

Il mondo dei videogiochi e quello cinematografico e televisivo si sono da sempre fatti reciprocamente la corte. Tantissimi videogiochi presentano trame elaborate e personaggi ottimamente caratterizzati, che possono permettere una resa sul grande schermo di forte impatto. Eppure, nonostante ciò, i prodotti nati da questo binomio sono risultati altamente scadenti, con risultati migliori che sfiorano o superano di poco la sufficienza.

Negli ultimi anni si può però notare – anche qui non senza qualche scivolone – cura, attenzione e una maggiore insistenza nel voler proporre adattamenti di questo tipo. Degli esempi possono essere la serie tv di The Last of Us, o il recente nuovo film di Resident Evil, che per quanto mostri una storia totalmente nuova, strizza l’occhio a molte caratteristiche presenti nei videogiochi.

Di tanti generi videoludici, uno di quelli maggiormente presenti al cinema è quello dei “picchiaduro”, videogiochi basati unicamente su combattimenti tra un vario roster di personaggi. Già negli anni ’90 saghe come Mortal Kombat o, appunto, Street Fighter ricevevano adattamenti sul grande schermo, e ora negli anni ’20 degli anni 2000 hanno fatto entrambi il loro ritorno.

Questo nuovo capitolo vale la visione? Be direi che è arrivato il momento di scoprirlo insieme e – per citare il videogioco – “Prepare for Battle”!

Trama

Da rispettato atleta di arti marziali, Ken Masters è ormai diventato un fenomeno pubblicitario da baraccone a causa della misteriosa morte del suo maestro e dalla sparizione del suo migliore amico Ryu, dopo che quest’ultimo ha vinto il World Warrior Tournament. Un giorno, Ken viene convinto dalla misteriosa Chun-Li a partecipare alla nuova edizione del torneo, con la promessa di potersi di nuovo confrontare con Ryu, inconsapevole che il tutto sia solo una grossa manipolazione organizzata dal malvagio M. Bison.

Il fenomeno di culto di Street Fighter

Prima di iniziare a parlare del film è doveroso (come sempre, quando si tratta di fenomeni pop) raccontare prima le origini del franchise di Street Fighter, sviluppato e pubblicato da Capcom, e la sua eredità.

Il primo capitolo uscì nel 1987, ormai quasi quarant’anni fa, come videogioco arcade (su cabinato) e successivamente su PC. Già con questo titolo iniziale, il successo fu mondiale e il videogioco diventò fin da subito un punto di riferimento del genere “picchiaduro”, per poi esplodere ancora di più con il ben più famoso Street Fighter II: The World Warrior, uscito nel 1991.

Il secondo capitolo è considerato su larga scala uno dei videogiochi più importanti e migliori di tutti i tempi, ed è tuttora uno dei titoli più venduti di Capcom, che vanta tra i franchise da lei creati anche colossi come Devil May Cry, Monster Hunter e il già citato Resident Evil.

Street Fighter ad oggi è un fenomeno di massa ancora attivo e in vita, capace di espandersi ed ampliarsi su altri formati. Attualmente la saga vanta sette capitoli videoludici (suddivisi in varie espansioni o versioni), due serie videoludiche spin off, diverse serie crossover con altri brand (tra cui Marvel), quattro film live action, sei film animati, due serie anime, manga e tanto altro.

Un mediocre B movie, ma fatto con il cuore

Street Fighter rientra appieno in quella tipologia di film, di cui fanno parte i nuovi lungometraggi di Mortal Kombat e Masters of the Universe, in cui si proclama con orgoglio ed audacia la propria appartenenza alla categoria dei “B movies costosi”. Sono pellicole che, nonostante un cast o un budget decisamente non di seconda fascia, sono divertite dalla loro stessa buffoneria, consapevoli di non star mettendo in scena niente d’impegnato e che puntano all’intrattenimento più puro e semplice. E sia chiaro, va benissimo così!

Questi film sono dei “so bad it’s good” con i soldi, talmente ignoranti da fare il giro e diventare belli. E ci riescono per un motivo ben preciso: ci mettono il cuore. Per quanto non sia ai livelli dei citati Mortal Kombat e Masters of the Universe, Dalan Musson dimostra con la sua sceneggiatura di amare e conoscere il brand di Street Fighter.

Si strizza, infatti, molto l’occhio alla popolarità di Chun-Li, ma anche gli altri personaggi mostrano un’estetica ed una caratterizzazione curata e fedele alla controparte videoludica ed ogni flashback della pellicola viene mostrato attraverso scene ben congeniate, che richiamano gli anime fatti in passato. Ciò che taglia le gambe a questa pellicola è, purtroppo, la regia di Kitao Sakurai, non particolarmente curata e sentita.

Round 1… Fight! (forse)

Street Fighter dovrebbe essere un film di “mazzate ed ignoranza”, eppure i combattimenti che mette in scena (tranne due o tre) sono tra i meno ispirati (registicamente parlando) che si siano visti in questi ultimi anni. Veloci e raffazzonati, pigri, soffocati e compressi da una storia che – è evidente – non riesce a mostrare in sole due ore tutto quello che vuole raccontarci.

Non si lotta poco, se si guarda il film nel complesso, ma, se presi singolarmente, la maggior parte dei combattimenti non presenta un minutaggio adeguato, capace di trasmettere la giusta adrenalina o carica. Il torneo stesso è praticamente messo in secondo piano, con soli due incontri portati in scena. Paradossalmente, anche solo venti minuti in più avrebbero reso la pellicola più coinvolgente, riuscendo ad apportare personalità e maggior pepe ai vari duelli senza togliere nulla alla storia principale.

Altro elemento divisivo del film è sicuramente il suo stile comico. Street Fighter alterna momenti divertenti ed ispirati giocando con musica e vivaci scambi di battute ad altri dove si arriva a livelli cinepanettonici, dove si prova, in malo modo, a deridere il machismo dei vari personaggi con frecciatine a sfondo omosessuale (tranne ovviamente quando in scena c’è Chun-Li).

Infine, senza fare spoiler diretti, bisogna sperare negli incassi alti del film in modo che realizzino il secondo capitolo, perché un finale così mal gestito e che ti urla in faccia “ci vediamo nel sequel!” era da tantissimo tempo che non mi capitava di vederlo.

Il casting

Bisogna fare un applauso, salvo pochi scivoloni, al cast del film. L’obiettivo era prendere attori fisicamente perfetti per richiamare il più possibile i vari personaggi e ci sono perfettamente riusciti! Andrew Koji e Noah Centineo sono perfetti nel ruolo di Ryu e Ken. Callina Liang riesce a trasmettere la sensualità e il carisma di Chun-Li e, in generale, tenendo conto che il resto del cast è composto non da attori ma da cantanti, wrestler e culturisti, si può dire che abbiano fatto tutti un gran lavoro nonostante le capacità recitative limitate.

Impossibile tra questi non citare i wrestlers della WWE: Cody Rhodes nel ruolo di Guile e Roman Reigns nei panni del villain finale Akuma. Reigns, inoltre (per svelare una curiosità che non tutti sanno) è cugino del ben più famoso Dwayne “The Rock” Johnson.

Maggiormente fuori luogo risultano essere incredibilmente due che invece presentano una carriera attoriale alle spalle, ovvero David Dastmalchian e Jason Momoa. Il primo intrepreta il villain Bison senza avere la fisicità per poterlo fare, finendo per sembrare un banale cosplayer fatto male, di quelli che puoi trovare facilmente al Lucca Comics. Il secondo interpreta il selvaggio – e verde – Blanka, divertendosi sicuramente, ma venendo soffocato da una CGI talmente scadente da creare un incubo che difficilmente rimuoverete dalla mente.

In conclusione

Street Fighter è indubbiamente un prodotto divertente e perfetto da vedere al cinema con il proprio gruppo di amici, senza troppe pretese e armati di popcorn, ma, purtroppo, dimenticabile e dal risultato poco più che sufficiente. Le due ore di durata volano e, chissà, magari una volta rientrati a casa vi verrà voglia di scoprire (o riscoprire) il videogioco.

Un maggior impegno nella messa in scena delle parti più action avrebbe sicuramente reso questo film un cult dei b-movies, come sono sicuro che diventerà Master of the Universe. Un’occasione, ahimè, azzeccata a metà.

a cura di
Andrea Rizzuto

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