Presentato nella sezione Alice nella Città – Panorama Italia alla Festa del Cinema di Roma e in arrivo nelle sale il 16 ottobre distribuito da Vision Distribution, il film segna l’esordio dietro la macchina da presa dell’attore e sceneggiatore Marco Bonini. Nel cast Edoardo Leo, Giovanna Mezzogiorno e Claudia Gerini.
Se ami qualcuno dillo pone al centro una storia molto personale per Marco Bonini, attore, sceneggiatore (I migliori giorni e I peggiori giorni come soggettista e Lasciarsi un giorno a Roma, tutti progetti in collaborazione con Edoardo Leo) e autore del libro omonimo da cui è tratto il film. Il protagonista è Sergio, alter ego del padre dell’autore, un uomo rigido e anaffettivo, la cui esistenza cambia quando subisce un malore – “è morto la prima volta“, come afferma la voce narrante di Bonini stesso.

Al suo risveglio dal coma, Sergio (Edoardo Leo) ha completamente azzerato le proprie esperienze ed è regredito a uno stato simile a quello di un bambino. A prendersi cura di lui in ospedale ritrova una famiglia allargata, ma, al contempo, frammentata, composta dall’ex moglie Alba (Giovanna Mezzogiorno), dalla compagna Gabriella (Claudia Gerini) e dal figlio Giulio (Biagio Venditti). Questa nuova infanzia forzata diventa una seconda opportunità per rielaborare nodi irrisolti, e riscoprire come si ama.
Dalla pagina allo schermo
L’adattamento del romanzo beneficia del coinvolgimento alla regia dello stesso Marco Bonini, che sceglie un territorio familiare per il salto dietro alla macchina da presa. Bonini decide di usufruire della voce narrante, a cui si presta in prima persona, per rendere esplicite le tematiche affrontate. Questo è anche un modo per cercare di mantenere il punto di vista di Giulio – il figlio e chiaro alter ego del regista – nel film sacrificato in termini di screen time in favore della star interprete del padre.
Il passaggio alla regia mostra un approccio semplice, misurato, al servizio di una storia che non necessita di virtuosismi. Viene scelta una messa in scena pulita e lineare, che si affida ai dialoghi e al lavoro con gli attori per restituire da una parte gli spezzoni più tipici della commedia, dall’altra la storia familiare rivelata pian piano. Ne deriva un racconto fluido, ma senza svolte narrative particolarmente d’impatto.
Le sequenze in cui Bonini sperimenta di più a livello di messa in scena sono i confronti tra Sergio e il padre, una figura del passato stoica e – si intuisce dalle loro interazioni – responsabile in larga parte degli aspetti più abrasivi della sua personalità. Le sue apparizioni, grazie al lavoro fatto dal reparto costumi e dalla fotografia, che ne fanno risaltare la figura attraverso il bianco e nero, richiamano foto di un’altra epoca.
Per il resto, è un esordio che tende ad appiattirsi su moduli narrativi tradizionali, privo di un quid che possa elevare la storia senza richiamare altre commedie di stampo simile. In particolare Per te, film di Alessandro Aronadio uscito l’anno scorso, presenta similarità nella premessa, l’ispirazione da una storia vera fino al coinvolgimento di Edoardo Leo nel ruolo del genitore che si trova a essere ‘educato’ dal suo stesso figlio.
In fuga dal passato
Il nucleo concettuale del film risiede nella riflessione su come la memoria plasmi l’identità, e sul valore terapeutico di un reset. La perdita dei ricordi di Sergio non viene raccontata come una condanna, bensì come un’occasione per liberarsi dai traumi generazionali – quasi ‘troppo comoda’, viene da pensare a chi ha subito i suoi atteggiamenti passati. In questo senso, la figura di Giulio, nome condiviso sia dal padre che dal figlio di Sergio, diventa un perno simbolico sul quale ruota un’eredità fatta di silenzi e modelli di mascolinità tossica da spezzare.
In maniera simile al libro, il film cerca di trattare un tema delicato come la malattia e la perdita di sé attraverso un registro leggero e comico, stabilendo un punto di equilibrio tra la risata di gioia liberatoria e il pathos emotivo. Si tratta di una strada battuta più volte da un certo tipo di commedia italiana recente, che utilizza il paradosso di una persona dai tratti fanciulleschi nel corpo di un adulto per mostrare gli effetti delle sovrastrutture sociali, delle esperienze passate e dei rancori pregressi.

Questo bilanciamento, per quanto lodevole nelle intenzioni, funziona purtroppo a fasi alterne. Se da un lato alcune trovate umoristiche riescono a smorzare la gravità delle situazioni con grazia, dall’altro la transizione verso i momenti di maggiore intensità drammatica appare talvolta eccessivamente patinata, attenuando la portata emotiva delle sequenze chiave.
Il cast
Edoardo Leo offre una prova solida nei panni di Sergio, specie nel bilanciamento delle parti più esplicitamente umoristiche, forte della sua esperienza in storie simili come il già citato Per te. Il suo personaggio, tuttavia, non si discosta molto da un’amabile imitazione che richiama il modello Forrest Gump. I suoi lati più negativi, caratteristici della sua vita precedente al malore, sono sfiorati in parte, ma passano troppo in secondo piano, così come le interazioni con Giulio (padre e figlio) meriterebbero più spazio per colpire nel segno.
Giovanna Mezzogiorno e Claudia Gerini si cimentano con personaggi più complessi di quanto suggerisca la superficie. Entrambe sono caratterizzate da un forte carico di affetto inespresso, dolori personali, e frustrazione per la necessità di doverli far passare in secondo piano considerata la situazione. Nonostante l’evidente impegno nel renderle empatiche e tridimensionali agli occhi dello spettatore, le due interpretazioni risultano a tratti sopra le righe, eccedendo in toni teatrali che stonano con la misura del contesto.
Nel ruolo del figlio Giulio, Biagio Venditti dovrebbe rappresentare un punto focale come alter ego dello stesso Marco Bonini, anche se, a differenza del libro, sceglie di distanziarsi facendogli adottare un altro nome rispetto al proprio. Sebbene il giovane attore abbia la giusta presenza scenica sincera e una buona intesa con Edoardo Leo, la scrittura del suo personaggio soffre di una certa rigidità. Nelle intenzioni dell’autore, il conflitto padre-figlio e la risoluzione del loro rapporto dovrebbero essere il fulcro della storia, ma, nella pratica, il tema non risulta esplorato abbastanza.

In generale, la scrittura vuole rendere i punti di vista di tutti i personaggi principali comprensibili, e far sì che il pubblico sia partecipe e appassionato dei loro conflitti interiori e delle loro reazioni. L’attenzione, tuttavia, si spalma tra i protagonisti, facendo saltare lo spettatore da un punto di vista all’altro senza focalizzarsi per il tempo necessario. L’intento di fornire un quadro completo non riesce quindi del tutto, lasciando, in ultima istanza, il pubblico poco affascinato dai personaggi.
Conclusioni
Se ami qualcuno dillo si configura in ultima analisi come una commedia non rivoluzionaria all’interno del panorama cinematografico italiano contemporaneo. L’opera di Bonini punta, come molti titoli recenti simili, a un equilibrio tra l’intrattenimento leggero e l’esplorazione dell’importanza dei legami affettivi, ribadendo la necessità di lasciar andare i fantasmi del passato per costruirsi un futuro più consapevole e sereno.
Pur supportata da un materiale di partenza scaldacuore e da intenti autobiografici sinceri, la pellicola non riesce mai davvero a graffiare, né a smarcarsi dalle convenzioni del genere. Un film guidato da un messaggio condivisibile, reso più leggero per il pubblico, ma privo di quell’incisività stilistica o narrativa capace di renderlo un titolo memorabile.
a cura di
Luca Murgia

