Il cinema italiano è il protagonista assoluta di questa quinta giornata del Cinema Ritrovato. Il confronto è quello con due assoluti maestri: Luchino Visconti, protagonista di un’intera sezione del festival, e Pietro Germi, ad uno dei suoi primi film.
Il mio quinto giorno di festival si è concluso all’insegna di due pellicole italiane che non potrebbero essere più diverse tra loro. Da una parte un film di Visconti pieno di suggestioni letterarie, travagliato nella realizzazione, che aveva l’intento di raccontare l’ascesa del totalitarismo tedesco; dall’altro un noir-melò di piccola produzione, per la regia di Pietro Germi, con un limitato numero di attori e uno spazio per lo più urbano.
“La caduta degli dei” (L. Visconti, 1969)
Dopo il successo e la consacrazione avvenuta con il Gattopardo (1963), Luchino Visconti andò incontro ad una serie di film più sfortunati, che ebbero esiti non del tutto positivi per la critica, ma soprattutto al botteghino.
Non perdendosi d’animo, decise di impegnarsi in un progetto enorme, dalla portata quasi epica, che avrebbe dovuto raccontare l’ascesa del nazismo dagli occhi di una ricca famiglia nobile di industriali, basata sulla vera dinastia tedesca dei Krupp, magnati dell’acciaio (I Krupp erano originari di Essen e la famiglia protagonista del film è non a caso, quella fittizia degli ‘Essenbach’)
Il risultato fu La Caduta degli Dei, il primo episodio della ideale trilogia tedesca – insieme a Morte a Venezia (1971) ed a Ludwig (1973) -, prodotto da Pietro Notarianni e scritto Nicola Badalucco ed Enrico Medioli. Si trattò di un enorme successo per la critica, arrivando ad influenzare anche il mondo della moda, dove si assistette ad un ritorno di alcuni capi tipici degli anni ’30.

Come spesso avviene nel cinema di Visconti, il film unisce varie suggestioni letterarie, come la tragedia greca al Macbeth di Shakespeare, passando per i Buddenbrook di Thomas Mann a Dostoevsky, fino ad importanti temi freudiani, espressi nelle mostruose pulsioni dei personaggi.
Questi vantano un cast d’eccezione tra il quale spiccano Dirk Bogarde, nel ruolo del dirigente di acciaieria Bruckmann, ed Helmut Berger, che interpreta il mostruoso Martin von Essenbeck, sessualmente e spiritualmente deviato.
La regia è stupefacente ed elegante, riuscendo a passare con una naturalezza disarmante dalle fastose scene di vita quotidiana degli Essenbach ad altre di violenza efferata. Unendo espressionismo, opera tradizionale ed elementi decadenti, Visconti ottiene quindi un risultato unico nel suo genere: emblematica in questo senso la grottesca scena del matrimonio, dove il regista riesce a mettere in scena la parabola discendente dell’antica nobiltà tedesca, posta di fronte alla scelta obbligata di collaborare col regime nazista o di soccombere definitivamente.

Le lunghe tavolate piene di parenti lasciano spazio ad un silenzio glaciale. Il castello di famiglia, lugubre e riempito di svastiche, diventa un tempio vuoto, dedicato al nuovo culto dello stato. L’Olimpo aristocratico è stato distrutto dall’interno, da quelle gelosie e da quegli screzi che avevano animato i conflitti d’Ancien Regime. Le nobili divinità del passato sono ufficialmente cadute e al loro posto sorgono le rovine d’acciaio della guerra totale.
“La città si difende” (P. Germi, 1951)
Originariamente affidato a Luigi Comencini, che ne aveva curato il soggetto insieme a Federico Fellini ed a Tullio Pinelli, La città si difende è un noir all’italiana, tutto ambientato a Roma e con protagonisti quattro ladruncoli che sono riusciti a portare a termine un colpo multimilionario presso uno stadio.
Nonostante la tiepida accoglienza riservatagli all’uscita, dove venne osteggiato da parte della critica, si tratta comunque di un riuscito crime che molto deve alle sue controparti di genere statunitense, soprattutto da un punto di vista stilistico. I vestiti utilizzati, le armi, il finale beffardo, rimandano tutti ad un certo cinema americano del periodo.

Il sottobosco criminale dove si muovono i personaggi rimarca invece la parte più italiana. Le ampie strade illuminate dalle centinaia di luci che animano la giungla d’asfalto americana lasciano qui posto alle gigantesche case popolari e ai cortili polverosi dove i bambini giocano a pallone.
Se i ladri protagonisti, tutti interpretati da volti immeritatamente poco noti per il cinema del periodo (Renato Baldini, Fausto Tozzi e Paul Müller), appaiono come dei sommersi consapevoli dei loro limiti, i personaggi femminili risultano avere più carattere e forza. Sono, infatti, spesso loro a capovolgere in un senso o in un altro i destini dei rapinatori, come Daniela (una giovane Gina Lollobrigida) ex fidanzata del calciatore-rapinatore Paolo, contro il quale chiamerà la polizia decretando l’arresto.
ILa pellicola giova adesso di un nuovo splendido restauro in 4k ad opera di VIGGO, che è riuscito a donare al film la sua forza originale e che ha reso possibile una delle prime prove alla regia di Pietro Germi.
a cura di
Tommaso Rubechini

