Che cosa succede quando quattro persone che sembravano destinate a non suonare mai più insieme decidono invece di condividere di nuovo lo stesso palco?
La risposta è andata in scena sabato 18 luglio al Rock in Roma, seconda tappa del tour estivo dei Bluvertigo, Essere Umani.
Il nome del tour non è casuale. Essere Umani parla a tutti noi: di quanto sia faticoso ricominciare, perdonarsi e convivere con le proprie contraddizioni. Al di là delle canzoni e del sospetto – sempre legittimo – che accompagna ogni reunion, i Bluvertigo tornano insieme per dimostrare che è possibile ricostruire qualcosa dopo una rottura, persino dopo più fratture.
Prima di raccontare la serata, vale la pena contestualizzare che cosa rappresenti questa reunion per la scena musicale italiana. Negli ultimi ventiquattro anni i Bluvertigo hanno provato a “rimettersi insieme” cinque volte. L’ultimo tentativo, nel 2021, destinato ad aprire un nuovo capitolo, si trasformò nell’ennesimo fallimento, tra accuse reciproche e dichiarazioni al vetriolo.
L’annuncio dello scorso gennaio, invece, aveva un sapore diverso: accompagnato da una frase-manifesto – «un essere umano come una linea di luce in mezzo al rumore» – parlava esplicitamente di «non nostalgia», di un nucleo originario tornato a vibrare.

L’interferenza come nuovo linguaggio espressivo
L’ingresso è già una dichiarazione estetica. Sergio Carnevale raggiunge per primo la batteria. Poi Livio Magnini, insieme a Lele Battista, polistrumentista e amico storico della band. Arriva Andrea “Andy” Fumagalli, infine Marco “Morgan” Castoldi. Sul palco c’è soltanto un tappeto ambient, poco più di un respiro elettronico. Alle loro spalle scorrono codici binari e stringhe di vecchi linguaggi informatici. Tutto il resto è ridotto all’essenziale.
Ognuno prende posto senza fretta, come se la musica si stesse costruendo davanti agli occhi del pubblico. Poi il countdown: 00:00:00. Da quel momento, il concerto attraversa l’intera discografia della band, passando per i tre capitoli della Trilogia Chimica – “Acidi e basi” (1995), “Metallo non metallo” (1997) e “Zero – ovvero la famosa nevicata dell’85” (1999) – senza mai cedere alla classica carrellata di successi.
È un percorso costruito attorno al filo conduttore del tour: essere umani, appunto. Ogni brano cambia pelle, accompagnato dai visual che scorrono sul fondale e sugli schermi ai lati del palco. Le immagini diventano parte integrante della narrazione, mentre l’elettronica incontra il rock e il pop si sporca di sonorità industrial e leggere derive psichedeliche. Più che un concerto, è un attraversamento sonoro e visivo in cui anche il pubblico finisce per diventare parte dell’interferenza.
Davanti al palco si ritrova una comunità che ha imparato ad aspettare. È la gente cresciuta con MTV Brand New, quella che alla fine degli anni Novanta aveva intuito prima di molti altri le potenzialità dei Bluvertigo. Oggi ha superato i quarant’anni: c’è chi assiste al concerto con i figli sulle spalle, chi preferisce seguirlo da lontano, appoggiato ai punti ristoro. Nessuno sembra avere davvero bisogno delle prime file, perché la relazione con la band non è mai dipesa dalla distanza dal palco, ma dal tempo trascorso insieme. È un pubblico che canta, ascolta. Quasi teatrale nella sua compostezza.

Tutto quello che ci rende umani
I Bluvertigo aprono con Decadenza, rivendicando la libertà di pensiero e la necessità di sottrarsi agli schemi. Segue subito Il dio denaro e qui arriva l’unico intervento politico della serata.
Morgan sottolinea che il brano, scritto nel ’92, conserva ancora oggi tutta la sua attualità: «viviamo in un presente in cui il denaro continua a essere considerato più importante della vita», entra nel discorso con calma. Poi arriva al punto citando il caso del gioielliere che ha sparato alle spalle a due rapinatori in fuga, condannato in via definitiva per omicidio e oggi al centro di una richiesta di grazia rivolta al Quirinale. Senza negare la gravità di un furto, ribadisce che «nulla può giustificare la perdita di una vita umana».
L’Assenzio (Ther Power of Nothing), La Comprensione e Forse scavano nelle ambivalenze dell’identità, un continuo oscillare tra lucidità e smarrimento. Su L.S.D. La sua dimensione la tensione cresce fino a esplodere in un lungo feedback di chitarra, accompagnato da registrazioni che richiamano le comunicazioni radio del disastro dell’Apollo 13.
Già dai primi brani, la band risulta solida, compatta. Morgan sembra essersi lasciato alle spalle il personaggio televisivo ed è tornato musicista: passa dal basso al pianoforte, alla chitarra acustica, mantenendo il ruolo di narratore senza mai cercare la provocazione facile.
Andy è pura eleganza, tra tastiere, sintetizzatori e sassofono. Imperturbabile come un direttore d’orchestra, se Morgan rappresenta l’imprevedibilità, lui diventa l’equilibrio. Si cercano con lo sguardo, si sorridono. Nei piccoli gesti si legge molto più di qualsiasi comunicato stampa.
Livio trova finalmente lo spazio che merita. Dal vivo la sua chitarra acquista un peso ancora maggiore rispetto ai dischi: una seconda voce a sei corde. Sergio rimane il cuore pulsante della band, con una precisione impressionante, mai asettica.
È la volta di Sovrappensiero, impreziosita nel finale dal campionamento della voce di Franco Battiato. Morgan si ferma a ringraziare il pubblico; ci tiene a precisare che non si tratta di un gesto costruito, di una circostanza: sentire cantare i suoi testi resta la sua gioia più grande. E forse ciò che lo sorprende di più è l’affetto ricevuto dopo tutti questi anni.
Si prosegue con (Le arti dei) Miscugli. È qui che i Bluvertigo raccontano davvero cosa significhi essere umani: convivere con il sacro e il profano, con il bene e il male, con tutto ciò che impedisce di ridurre una persona a un semplice dispositivo.
Con L’eretico il palco prende letteralmente fuoco, tra teschi e simboli religiosi che scorrono sugli schermi. È il momento in cui la band riafferma la propria identità: inquieta, visionaria, sempre in bilico tra provocazione e ricerca.
Cieli Neri rompe il registro concettuale con una ballata intima, mostrando anche la sfera emotiva di un individuo. La Crisi è il brano più applaudito della prima parte della scaletta. Difficile non leggerlo come un commento implicito alla storia stessa della band: la crisi come condizione ricorrente e necessaria, capace di lasciare segni e trasformare ciò che viene dopo.
Zero è il punto più alto della scaletta in termini di affermazione identitaria: «Io è un altro / Lo zero non esiste / Niente è nulla / Tutto è mio», l’energia accumulata si libera tutta insieme.

La chimica dell’imperfezione
Nei bis Morgan torna sul palco completamente vestito di rosso. Un cambio d’abito che richiama il trasformismo di David Bowie, a cui rende omaggio interpretando Loving the Alien.
Iodio, Il mio malditesta e Salvaluomo in un medley di pochi minuti, quasi un unico sfogo: il rifiuto di ogni obbligo a stare bene, a comportarsi, ad adeguarsi. Un’urgenza che trova nell’immaginazione il suo approdo naturale, l’unico strumento capace di aprire una via d’uscita alla ripetizione e all’omologazione.
Altre forme di vita proietta la prospettiva umana su una scala cosmica. L’ultimo brano è un atto di umiltà: ricordare che l’essere umano è soltanto una delle infinite possibilità della vita.
La band ringrazia, si inchina e lascia il palco. Sullo schermo scorrono i titoli di coda, che ripercorrono il concept del tour e rendono omaggio a tutte le persone che lo hanno reso possibile, in un viaggio destinato ad attraversare l’Italia per tutta l’estate fino a settembre.
L’ultima immagine è una slide fissa, quasi un sottotitolo lasciato lì apposta per chi è rimasto fino alla fine: l’umanità è l’insieme degli esseri viventi che si riconoscono simili, nonostante diversi. Non serve aggiungere altro. La vera rivoluzione è riconoscersi nelle differenze senza smettere di cercare ciò che unisce.
Scaletta
- Decadenza
- Il dio denaro
- L’Assenzio (The Power of Nothing)
- La comprensione
- Forse
- L.S.D. La sua dimensione
- Sovrappensiero
- (Le arti dei) Miscugli
- L’eretico
- Cieli neri
- La crisi
- Zero
- Loving The Alien (cover di David Bowie)
- Medley (Iodio – Il mio malditesta – Salvaluomo)
- Altre forme di vita
a cura di
Edoardo Siliquini
foto di
Stefano Ciccarelli





















