I riusciti esperimenti di nouvelle vague italiani, l’oscuro cinema sociale dell’inglese Joseph Losey e gender bending nell’opera tradizionale cinese: tutto questo alla nuova giornata del Cinema Ritrovato.
La quarta giornata di festival è stata la quella delle sorprese personali. Conoscendo poco o nulla dei film selezionati per questo giorno, sono stati tutti in grado di stupirmi. Da uno dei primi film di Bertolucci, passando per il cinema inglese anni ’60, fino ad una delle pellicole più riuscite di Tsui Hark.
“Prima della Rivoluzione” (B. Bertolucci, 1964)
Nella Parma dei primi anni ’60, il giovane Fabrizio (Francesco Barilli) è spaccato tra la sua educazione cattolico-borghese e la militanza nel Partito Comunista Italiano. Sono gli anni che dovrebbero preparare allo scontro tra padroni e proletari, ma l’arrivo di una giovane zia da Milano, Gina (Adriana Asti) metterà in crisi Fabrizio, che rimarrà confinato in un limbo intellettuale, attendendo una Rivoluzione che forse non arriverà mai.
Girato quando Bertolucci aveva appena 22 anni, il film è imbevuto dello stile della nouvelle vague, che proprio in quegli anni cominciava ad espandersi anche nelle sale italiane. È il film-manifesto per quella gioventù di cinema ad inizio carriera e, quando i loro nomi appaiono nei titoli di testa, è impossibile non pensare a quello che avrebbero portato a compimento.

Tra questi, la colonna sonora è una collaborazione tra Ennio Morricone e Gino Paoli, la fotografia di Aldo Scavarda e al montaggio il giovanissimo Roberto Perpignani, presente in sala a presentare il film. Quest’ultimo ha ricordato un commovente aneddoto sulla lavorazione del film, quando Bertolucci, per metterlo alla prova, gli lasciò una scena chiave da montare in piena autonomia.
Si tratta dell’addio di Puck, l’amico francese di Gina e, dopo due giorni di lavoro insonne, il risultato finale piacque così tanto al regista da essere rimasto pressoché invariato nella versione definitiva del film.
Prima della Rivoluzione è una pellicola intrisa di una profonda volontà di Cambiamento, poco importa se politico, di crescita individuale o per il cinema italiano. Lo stile di Bertolucci si fonde perfettamente con le memorabili linee di dialogo, creando una sorta di riuscito esperimento di nouvelle vague all’italiana.

Parma, nei cui vicoli e nelle cui campagne si ambienta l’intera vicenda, è una delle assolute protagoniste del film. Gli stessi nomi dei personaggi provengono proprio dal romanzo La Certosa di Parma di Stendhal. La città, soprannominata non casualmente “La piccola Parigi“, viene ripresa in decine di modi diversi, dal dettaglio delle strade fino alle vedute aeree, e ricorda proprio la capitale francese, set dei migliori lavori di Truffaut e Godard.
“Incidente” (J. Losey, 1967)
Il secondo film della trilogia ideale, nata dalla collaborazione tra il regista Joseph Losey e il drammaturgo Harold Pinter, è una pellicola spietata tutta incentrata sullo scardinare le oscure dinamiche sociali della borghesia intellettuale britannica.
Il protagonista è Stephen (interpretato da un grandissimo Dirk Bogarde), un professore di filosofia di Oxford che assiste, impotente, ad un tremendo incidente d’auto nel quale rimangono coinvolti due sue giovani studenti.
Da questo inizio si dirama una trama interamente in flashback, con la quale la penna di Pinter e le splendide inquadrature di Losey raccontano una storia torbida ed oscura, fatta di desiderio e di dinamiche di potere deviate.

Il film, che all’uscita non venne capito dal pubblico inglese, giova adesso di un nuovo restauro in 4K ad opera di Studio Canal, che restituisce lo stile ricercato del mondo accademico di Oxford, una sorta di Parnaso immerso del verde e nel sole. Losey mette in scena dei veri e propri quadri visivi, dove vince il non detto e nei quali niente appare come sembra.
Solo l’alcol, che scorre a fiumi durante pranzi e cene, riesce per brevissimi tratti a mettere in luce il subdolo gioco di controllo che avviene dietro le quinte, smascherando momentaneamente i suoi autori. Più i bicchieri si riempiono, più gli occhi si fanno acquosi, più i distinti membri della borghesia inglese assumono tratti feroci e animaleschi.

Il personaggio di Bogarde, calcolatore delle possibilità di conquista e dominio degli altri, appare condannato ad una quotidianità paradisiaca alla quale, per lo meno sulla carta, non manca niente: l’amore per moglie e figli, una splendida casa, il cibo, il vino, lo sport. Nonostante partecipi a tutto questo sembra che niente possa fornirgli emozioni che vale la pena provare, trasformando questo paradiso borghese nel suo inferno personale.
Grazie ad uno splendido lavoro di montaggio frammentato che dona una struttura quasi onirica al flashback, l’Incidente riesce a tessere una trama tanto lineare quanto profonda grazie al potere delle immagini.
“Do Ma Daan” (T. Hark, 1986)
Il secondo film di Tsui Hark nella programmazione del Cinema Ritrovato XL è per me l’assoluta sorpresa di quest’anno. Recentemente presentato allo Shanghai International Film Festival con il nuovo restauro in collaborazione con L’Immagine Ritrovata Asia e BVLGARI, si tratta di una pellicola in grado di mischiare un’incredibile pluralità di generi senza che questi riescano mai a prevalere l’uno sull’altro.
Do Ma Daan è, in questo, il film più ambizioso ed esuberante di Tsui Hark, allo stesso tempo commedia, thriller di spionaggio, un film di arti marziali e una splendida riflessione sul gender bending. Uscito lo stesso anno di A Better Tomorrow di John Woo e prodotto dallo stesso Hark, che presentava dinamiche di fratellanza tra i tre protagonisti maschili, Do Ma Daan ne risulta la perfetta controparte al femminile.

Le sue tre protagoniste, la spia Tsao Wan (Brigitte Lin), la suonatrice Sheung Hung (Cherie Chung) e l’attrice di opera Bai Niu (Sally Yeh), provenienti da mondi e background completamente diversi, dovranno infatti collaborare per riuscire a carpire il documento segreto del generale Tsao (e per salvare la pelle).
Grazie a continue scene di cross-dressing e di scambio d’identità, come già avveniva in Shanghai Blues (1984, sempre di Tsui Hark), il film riesce a trovare il ritmo perfetto. Le scene si susseguono con estrema naturalezza come girando le pagine di uno splendido romanzo, e si passa dalla risata alla tensione con una facilità strabiliante.
Le coreografie, sia nelle parti di Opera Pechinese, incantevoli e ipnotiche, che nei combattimenti, mozzafiato (quello che avviene sui tetti è da antologia del genere), giovano della gestione di Ching Siu-tung, leggendario maestro del cinema d’azione di Hong Kong.

Do Ma Daan verrà anche proiettato in Piazza Maggiore giovedì 2 luglio, fornendo il perfetto appuntamento per poter gustare sul grande schermo (anzi, enorme schermo) questo capolavoro perduto e finalmente recuperato.
Assolutamente da non perdere!
a cura di
Tommaso Rubechini

