Tra allerte meteo e pienone, i Litfiba portano anche a Bologna tante chicche da “17” Re e dai loro anni ‘80. ‘Fanculo le polemiche e chi non sa cosa sta andando a vedere e ascoltare…
Allerte meteo, concerto posticipato di una mezz’oretta, il cielo che pone una tregua con annessa carezza di fresca brezza. Sembra tutto troppo bello, ma per una volta è andata bene davvero: i Litfiba al Sequoie Music Park di Bologna sono riusciti a portare a casa un gran bel concerto.
Pienone per lo stage delle Caserme Rosse, con una fauna variegata sia per questioni anagrafiche (dai ventenni agli ultra sessantenni), sia per questioni di “preparazione” (“Speriamo facciano Lacio Drom o El Diablo”. Ma anche no, mio caro non-amico anonimo).
“Il cuore è solo un muscolo impazzito”
Sono da poco passate le 21:40, i megaschermi ai lati del palco si spengono. La musica di sottofondo sfuma fino a scomparire. Dalla penombra, una figura si appresta a posare le dita sul suo strumento. Un suono di pianoforte, accompagnato da un effetto di tastiera simil organo, da sintetizzatore. Qualche nota, nessuno parla, qualcuno applaude, molti capiscono che è finalmente iniziato il concerto.
In pochi capiscono che quelle note che Antonio Aiazzi sta suonando, mentre Ghigo Renzulli sorride e gli altri iniziano a prender posto, sono le note di “Febbre”. Il tempo di far salire Luca Martelli, Gianni Maroccolo e Piero Pelù: “Febbre” svanisce in una nebbia di ricordi. Parte “17 Re”, il brano “perduto e ritrovato”.
I suoni sono già molto buoni, la chimica tra i giovincelli c’è. Ci sono i brividi per quelle tre note di basso maroccoliano cadenzate, taglienti, una campana che risuona il rintocchi di un richiamo ai limiti dell’ancestrale e lisergico. “Come un dio” nella sua versione originale, un rito.
“Grande capo dice che…”
“Oro Nero”, “Tango”, “Sulla Terra”, “Santiago”. “Café, Mexcal e Rosita”, “Pierrot e La Luna”, “Ferito”. “Instanbul”, “Santiago”, “Ballata”. Potremmo continuare a elencare praticamente tutti i brani della scaletta, come le vecchie signore sgranano il rosario tra le mani. La portata di questo tour in termini di importanza spesso viene posta in secondo piano. Tante di quelle canzoni sono fuori dai live dei Litfiba da 30 o 40 anni, salvo rari casi in cui i singoli li hanno talvolta riesumate per i loro progetti (Gianni Maroccolo in primis, pur in versioni pesantemente – e magistralmente – rimaneggiate).
È stata realizzata una scelta oculata per evitare una sovrapposizione eccessiva con quel tour che nel 2013-2014 fu altrettanto importante per riportare in vita un repertorio dei Litfiba spesso messo da parte in favore di episodi più popolari. Esemplare è il parlottare di taluni che auspicano, durante l’esecuzione di “Univers” o “Vendette”, l’apparizione pur fuori contesto di una “Lacio Drom” o una “El Diablo”. In parte comprensibile, in parte inaccettabile: Pelù, Renzulli, Maroccolo, Aiazzi e Martelli stanno portando davanti a migliaia di persone episodi che persino negli anni ‘80 non ebbero spazio su un palco, e tu chiedi una canzone che hai ascoltato in qualsiasi salsa per secoli?
Scusate la piccola semi-polemica/sfogo. A proposito…
“È la noia che scava dentro me”
Le polemiche per i discorsi di Piero Pelù dal palco. I cosiddetti sermoni. Populisti o non populisti, potremmo intavolare un discorso financo interessante. Ma considerarli fuoriluogo è come considerare inaccettabile la sfericità del globo terrestre.
I concerti dei Litfiba, la presenza di Pelù sul palco in tali contesti, hanno sempre mostrato questo lato. Chi si è annoiato, chi l’ha trovato forzato, chi ha detto che “dovrebbero pensare a suonare e basta, niente politica”, allora non ha capito a che tipologia di concerto andava ad assistere. Non ha capito la portata di brani come “Oro Nero” o la stessa “Resta”, che tanti urlano, cantano e fanno simpatici saltelli sul posto.
È un po’ come andare a un concerto Black Metal e lamentarsi delle urla, delle doppie casse e delle bestemmie. Non ha senso.
“Prendi la mia mano e vieni via…”
Ha senso invece la bellezza di vedere sul palco quattro vecchi amici suonare ancora, con un misto di esperienza e innocenza mai deceduta, accompagnati da un più giovane amico che dietro i tamburi si gode lo spettacolo.
Ha senso sorridere ed essere felici quando si palesano Renzulli e Maroccolo, anzi, Federico e Gianni, scherzare, ridere e poi abbracciarsi appena finito un brano.
Ha senso vedere Antonio imbracciare la fisarmonica, con un sorriso in bilico tra la felicità e la timidezza, e intonare “Tango”.
Ha senso vedere Piero far volteggiare il parrucchino di Trump e dire senza troppi panegirici “Ragazzi, non rompetemi il cazzo. Se non vi sta bene quello che dico, sti cazzi” (frase parafrasata ma che rispecchia il pensiero base degli interventi di Pelù riguardo le varie scaramucce).
Ha senso essere presenti lì, capire la portata e lasciarsi trasportare. E lasciare da parte chi voleva “Regina di Cuori” o “Terremoto” (annoso il problema di far capire loro che la canzone si intitola “Dimmi il nome”). Per quelle, signori miei, ci sono altri tour, altri contesti.
Lasciateci sognare ancora un po’, riflettendo anche su quanto certi testi, certi brani, a distanza di 40 anni, siano ancora così maledettamente adatti ai tempi odierni.
Scaletta
- Febbre (intro strumentale)
- 17 Re
- Come un Dio
- Oro nero
- Sulla Terra
- Vendette
- Ferito
- Apapaia
- Ballata
- Re del silenzio
- Pierrot e la luna
- Univers
- Tango
- Cafè, Mexcal e Rosita
- Gira nel mio cerchio
- Cane
- Resta
Bis: - Il vento
- Istanbul
- Santiago
- Eroi nel vento
- La preda
- Tex
- Cangaceiro
a cura di
Andrea Mariano

