Con Good Luck, Have Fun, Don’t Die Gore Verbinski torna a fare ciò che gli riesce meglio: strafare. Nel caos di questa commedia sci-fi apocalittica ritroviamo tutta la vitalità del suo cinema.
A quasi dieci anni dal suo ultimo film, Gore Verbinski torna con un nuova pellicola, e il suo ritorno non può che suscitare enorme curiosità. Si parla infatti di un autore ancora oggi sorprendentemente sottovalutato, un nome che non viene ricordato abbastanza nemmeno all’interno del panorama del cinema commerciale, nonostante abbia dimostrato nel tempo una notevole ecletticità e una rara capacità di attraversare tutti i generi.
Dal divertentissimo e folle esordio Un topolino sotto sfratto (1997) – ancora oggi la cosa più vicina a un live action di Tom & Jerry – Verbinski ha costruito immaginari diversissimi tra loro, lasciando un segno personale in ciascuno. Sono suoi i primi tre capitoli di Pirati dei Caraibi (2003-2007) – saga che finché è rimasta nelle sue mani ha mantenuto un livello solido -, ma è anche suo il remake americano di The Ring (2002), che ha causato gli incubi di un’intera generazione. È l’autore della dichiarazione d’amore al western, a Sergio Leone e al cinema tutto racchiusa in Rango (2011), film che gli è valso l’Oscar. Anche l’ultimo La cura dal benessere (2016), pur con qualche limite, resta un horror notevole, ricco di momenti di altissimo cinema e meritevole di una rivalutazione.
Per questo l’annuncio di Good Luck, Have Fun, Don’t Die fuori concorso all’ultima Berlinale ha inevitabilmente acceso l’entusiasmo: da un lato perché sembrava il riconoscimento di una certa autorialità a un regista spesso confinato nell’etichetta dei mestieranti di blockbuster, dall’altro perché lasciava intravedere anche una Berlinale forse più disposta ad aprirsi al cinema mainstream.
La domanda a questo punto è: com’è il ritorno di Gore Verbinski dopo dieci anni di assenza?

La trama
In una tranquilla serata a Los Angeles, un uomo armato e fuori controllo (Sam Rockwell) irrompe in un diner prendendo in ostaggio i clienti. Dice di provenire da un futuro post-apocalittico e di essere tornato indietro nel tempo per la 117ª volta, nel disperato tentativo di correggere l’errore che ha condannato il mondo alla catastrofe. Il suo obiettivo è reclutare sette persone presenti nel locale per fermare un bambino prodigio prima che dia vita a un’intelligenza artificiale destinata a sfuggire al controllo e a distruggere il futuro da cui proviene.
Da qui prende forma un’avventura notturna che mescola fantascienza, azione e paradossi temporali, trascinando nel caos un gruppo di perfetti sconosciuti (tra cui Haley Lu Richardson, Michael Peña, Zazie Beetz e Juno Temple). Per tutti loro, quella notte diventa l’unica occasione per provare a cambiare un destino che sembra già segnato.

Una missione folle capeggiata da un delirante Sam Rockwell
Verbinski mette in scena un rollercoaster senza freni che parte già a razzo nelle battute iniziali. A trascinarlo è uno straordinario Sam Rockwell, qui nei panni di un viaggiatore nel tempo istrionico, a metà tra un messia visionario e un clochard fuori di testa che potrebbe rivelarsi solo un cialtrone. Il suo lunghissimo monologo iniziale, con cui recluta la squadra di perfetti sacrificabili da usare come carne da cannone, elettrizza lo spettatore e dona immediatamente al film un’energia febbrile e imprevedibile.
La sua missione richiama inevitabilmente Terminator (1984), e alcuni sviluppi successivi del film non fanno che rafforzare questo legame. Anche il suo aspetto – un’improbabile e retrofuturista armatura improvvisata fatta di ferraglia e tecnologia analogica – rimanda al Bruce Willis de L’esercito delle 12 scimmie (1995), altro viaggiatore temporale preso per pazzo nella propria missione. Eppure il personaggio di Rockwell riesce a imporsi con una personalità tutta sua: è un tornado di cinismo, stravaganza e follia, uno che sa di poter sempre riprovare e tornare indietro nel tempo se il piano fallisce e che per questo lascia morire gli altri con una leggerezza disarmante. Sembra di vedere il Rick Sanchez di Rick e Morty (2013) catapultato dentro un film live action, con tutto il suo nichilismo e la sua sfrontatezza.
Rockwell si riconferma un attore formidabile, uno di quei talenti che meriterebbero molto più spesso ruoli da protagonista assoluto, mentre Verbinski dimostra ancora una volta la sua abilità nel costruire personaggi memorabili, cartooneschi e irresistibilmente sopra le righe. In altri tempi, un personaggio del genere sarebbe sembrato perfetto per Johnny Depp che proprio in Verbinski aveva trovato un regista innamorato di questi pacchiani outsider (Jack Sparrow, il Tonto di The Lone Ranger).
Dal profetico viaggiatore prende forma la squadra improvvisata di volontari destinata a seguirlo, e con essa un’avventura sgangherata, surreale e completamente sui generis. È in questo caos che il film trova la sua dimensione: un delirio fantascientifico in cui ironia e assurdo fanno da padroni, trasformando ogni situazione in una caricatura esasperata del presente. Del resto, è proprio questo che il grande cinema fantastico ha sempre saputo fare al meglio tra le mani dei grandi autori: usare l’eccesso e l’assurdo come iperboli per parlare del mondo in cui viviamo.

Verbinski tra mille generi e influenze
Il regista confeziona un grottesco film d’azione sci-fi in cui la commedia e l’ironia non vanificano il peso dei temi trattati ma anzi fungono da cavallo di Troia per renderli meno retorici. Ci riesce anche grazie alla sceneggiatura volutamente sconsiderata di Matthew Robinson, che alimenta il caos strutturale dell’opera e ne amplifica la natura dissacrante.
C’è in Verbinski una consapevolezza profonda dei generi che attraversa, ma soprattutto una visione estremamente libera del loro utilizzo. Come un vero prompt anche il suo cinema postmoderno funziona come una sorta di algoritmo: prende ciò che ama, lo smonta e lo ricombina in un flusso imprevedibile.
Qui torna anche il suo amore per l’animazione, non solo in certe soluzioni visive che danno vita a creature assurde e deformi, ma anche in citazioni più dirette e riconoscibili – come quella a Toy Story – che contribuiscono a raccontare un mondo in cui la sovraesposizione e reiterazioni di immagini diventa un vero tema.

Ma, in realtà, tutto il film è un condensato di cinema: la commedia nera, le atmosfere febbrili, la distopia tecnologica e il surreale dialogano perfettamente con quanto ha sempre fatto Terry Gilliam. Ulteriori connessioni si possono trovare con il cinema di Edgar Wright: da L’alba dei morti dementi (2004), in cui i giovani erano tanto apatici da essere ritratti come zombieficati, a La fine del mondo (2013), dove anche lì dei perdenti lottavano contro un inesorabile futuro destinato a collassale.
Come spesso accade nel suo cinema, Verbinski finisce per eccedere, e inserire di tutto nel calderone. Ma è proprio in questa abbondanza che lo si riconosce. Perché se anche in questo film ha trovato un momento per riproporre il leoniano triello di sguardi in primissimo piano, è impossibile non sorridere di fronte all’esuberanza di questo autore incontenibile.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die pur nella sua diversità rispetto ai lavori precedenti, può idealmente essere visto come una sorta di summa di tutto il suo immaginario: un tornado dove tutti i suoi mondi si frullano.

L’unico film possibile sull’IA
A pochi giorni dalla scomparsa di Daveigh Chase, la Samara di The Ring, torna inevitabilmente alla mente come il regista nel 2002 riflettesse sul potere perturbante dei media analogici. Oggi, a distanza di oltre vent’anni, il regista sembra spostare quello stesso sguardo inquieto verso le altre ossessioni del presente: l’intelligenza artificiale e il rapporto sempre più ambiguo tra l’uomo e le nuove tecnologie.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die si pone così come un monito ai rischi legati all’uso distorto della tecnologia e alle sue possibili derive apocalittiche. Il viaggiatore temporale interpretato da Sam Rockwell insiste su un punto preciso: siamo condannati, il tempo è quasi scaduto.
Le persone radunate nella squadra non sono esperti o addestrati a gestire un’emergenza di questa portata. Il successo dipende da una combinazione unica e sconosciuta di fattori. Proprio per questa indeterminatezza non esiste una strategia certa, ma solo tentativi, probabilità e fallimenti potenziali. Nel corso della missione, il gruppo si confronta con una società ormai assuefatta dal digitale. Il quesito è se sia ancora possibile interrompere un processo integrato e impossibile da sradicare dalla quotidianità.
Il film alterna anche dei capitoli di backstory dedicati ad alcuni membri del gruppo, strutturati quasi come episodi antologici che accentuano ulteriormente le derive di Black Mirror (2011): giovani assuefatti dallo scrolling infinito che li rende catatonici, genitori che ricorrono a dubbie clonazioni per sostituire figli perduti, relazioni interrotte perché uno dei partner preferisce il metaverso alla realtà. Una sequela di scenari possibili che, pur raccontati in chiave iperbolica, mostrano profonde connessioni odierne riconoscibilissime.

In questo senso, il film non fa sconti sui cambiamenti che stiamo attraversando e sulla sensazione crescente di irreversibilità delle nostre scelte. Se un limite gli può essere attribuito, forse si trova proprio nel non riuscire a garantire una “soluzione”, come se volesse prendere più direzioni senza scegliere una posizione definitiva. Ma è lecito chiedersi se questa indecisione non sia essa stessa lo specchio di un presente in cui tutti fatichiamo a trovare delle risposte.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die non è un film consolatorio e non cerca di esserlo. E forse la sua chiave è già tutta nel titolo: divertirsi, sopravvivere, ma rimanendo vigili senza farsi travolgere fino al punto di non ritorno.
a cura di
Alfonso La Manna

