Toy Story 5 – la recensione in anteprima del ritorno di Woody e Buzz

Con Toy Story 5, Disney e Pixar riportano sullo schermo Woody, Buzz, Jessie e gli altri personaggi che hanno segnato più di trent’anni di cinema d’animazione, questa volta mettendoli davanti a una sfida molto attuale: quella della tecnologia che entra nella vita dei bambini e cambia il loro modo di giocare. Il film, diretto da Andrew Stanton e co-diretto da Kenna Harris, arriverà nelle sale italiane il 18 giugno, con una durata di 102 minuti.

Ricordo ancora bene il primo Toy Story: era il 1995, avevo 11 anni, e fu uno di quei momenti in cui il cinema ti resta addosso.

Per l’epoca la computer grafica era qualcosa di incredibile, quasi stupefacente, anche se oggi, rivedendola, viene da sorridere con affetto davanti a certe immagini che hanno comunque segnato un passaggio storico.

Ma al di là dell’aspetto tecnico, la pellicola aveva già allora una forza speciale: riusciva a dare vita a oggetti inanimati e, soprattutto, a farci riconoscere in loro emozioni molto umane.

Da lì è iniziato un percorso straordinario, fatto di altri tre capitoli e di uno spin-off dedicato a Buzz Lightyear, che ha consolidato definitivamente Toy Story come una delle saghe più amate di sempre.

Sono passati sette anni da Toy Story 4 e nel frattempo il mondo è cambiato profondamente: la tecnologia è entrata ovunque, trasformando il nostro modo di vivere, di comunicare e perfino di immaginare il gioco.

Ed è proprio per questo che Toy Story 5 arriva con una domanda che non riguarda solo i personaggi del film, ma soprattutto noi: in un presente dominato dagli schermi e dall’innovazione continua, c’è ancora spazio per l’immaginazione semplice, affezionata e un po’ fragile dei giocattoli di una volta?

E, soprattutto, riuscirà ancora questa saga a parlare al cuore di chi l’ha amata da bambino e di chi la scoprirà oggi per la prima volta?

La nuova sfida di Bonnie

Buzz LightyearJessie e il resto della banda sono tornati e si ritroveranno di fronte a una sfida molto diversa da quelle affrontate in passato, ma decisamente più attuale.

Bonnie è ormai cresciuta, ha otto anni e, come tanti bambini della sua età, vive immersa in un mondo dove la tecnologia è sempre più presente, sempre più veloce, sempre più capace di catturare attenzione e tempo.

È in questo contesto che entra in scena Lilypad, un tablet di ultima generazione che non rappresenta soltanto un nuovo oggetto, ma una vera e propria idea di gioco, di compagnia e di relazione con il presente.

Dopo un primo contatto con il tablet, Bonnie dimentica i suoi giocattoli perché in quel mezzo vede il vero metodo per riuscire ad avere un’amica, ma Jessie non ci sta e vuol far capire a Lilypad che solo con i giocattoli si possono avere delle vere amiche.

Nel mezzo, ancora una volta, ci sono Woody, Buzz e gli altri, costretti a fare i conti non solo con un mondo che cambia, ma con la possibilità concreta di diventare meno centrali nella vita della bambina a cui si sono sempre sentiti legati.

È proprio da questo contrasto che il film sembra attingere la sua forza: non solo nello scontro tra vecchio e nuovo, ma dalla domanda più profonda che ne scaturisce.
In un’epoca in cui gli oggetti digitali sembrano avere sempre più spazio nelle giornate dei più piccoli, può esistere ancora un posto per quei giocattoli capaci di parlare al cuore prima ancora che all’attenzione?

Riusciranno Woody e i suoi amici dimostrare che il valore di un legame non dipenda da quanto sia moderno, ma da quanto riesca a restare umano?

31 anni di storia e amore

Andrew Stanton spiega che il cuore di questo sequel nasce dall’idea che i giocattoli non invecchino, ma il mondo sì. Il tempo è un elemento narrativo particolarmente interessante quando si parla di infanzia, crescita e passaggio alla fase successiva della vita.

Questa riflessione dà al film una base più ampia rispetto a una semplice avventura, perché contiene il rapporto tra bambini, genitori e oggetti dell’infanzia. Un pensiero che porta lo spettatore adulto ad interrogarsi su come stia agendo nei confronti dei più piccoli.
La pellicola però mantiene un tono divertente, ma anche attuale, trovando un conflitto organico e inevitabile nel rapporto tra giocattoli e tecnologia.

Dal punto di vista visivo, il film sembra puntare su una forte distinzione tra il mondo reale e l’immaginazione di Bonnie. Il team creativo ha lavorato su uno stile artigianale, con una resa che richiama il disegno con i gessetti pastello per rendere più fantasioso e tattile il momento del gioco. Questa scelta serve a dare un’identità visiva specifica e a mostrare come ogni bambino possa immaginare il gioco in modo diverso.

È un approccio coerente con l’idea di fondo della saga: entrare nel punto di vista dei bambini senza perdere la forza emotiva dei personaggi che li accompagnano.

Ma non è solo una riflessione sul futuro, perché nel film ritornano i personaggi più amati della saga, tra cui WoodyBuzz LightyearJessieBullseyeForkyBo PeepRexHammSlinky e altri volti storici dell’universo Toy Story.

Doppiaggio e Taylor Swift

Nella versione italiana, Woody è doppiato da Angelo MaggiBuzz Lightyear da Massimo Dapporto e Jessie da Ilaria Stagni.

Qui, ahime, c’è il vero punto debole del film: dall’alto della sua incredibile carriera di doppiatore, Angelo Maggi non riesce ad apportare lo stesso carisma che Fabrizio Frizzi donava a Woody. Ma certamente questo giudizio è fuorviato dalla simbiosi che nella mia mente c’è nel duo storico, perché la sua prova rimane un doppiaggio di altissimo livello.

Tra i nuovi personaggi spicca Lilypad, il tablet intelligente a forma di rana, doppiato da Katia Follesa. Accanto a lei arrivano anche altri elementi tecnologici e nuovi giocattoli, come 50 action figure di Buzz Lightyear Edizione Hi-Tech, oltre a Smarty PantsAtlasSnappy, che ampliano il mondo del film con idee molto diverse tra loro.

Un altro elemento forte di Toy Story 5 è la colonna sonora: Randy Newman torna a comporre per il suo quinto film della saga, confermando il suo ruolo centrale nell’identità musicale del franchise con il ritorno di You’ve Got a Friend in Me, uno dei brani simbolo della serie, presente in tutti i film di Toy Story.

C’è poi una novità importante: la canzone originale I Knew It, I Knew You, interpretata da Taylor Swift e scritta insieme a Jack Antonoff, nasce come brano ispirato al percorso di Jessie. Un pezzo che richiama anche le radici country dell’artista e che si lega al tono emotivo del film.

Un Presente che ancora possiamo cambiare

Toy Story 5 non è solo il capitolo che chiude un cerchio, ma quello che richiama con più forza il cuore di tutta la saga.

Alla fine, il film non dice mai che la tecnologia è sbagliata, ma mi ha fatto tornare a pensare a qualcosa che forse stavano già cercando di dirci nel 1995: non è l’oggetto a rendere importante un legame, ma la capacità di stare vicini, di capire, di fare da compagnia in modo semplice e umano.

In un mondo in cui i bambini crescono circondati da schermi, app e dispositivi che promettono amicizia immediata, Woody, Buzz, Jessie e Lilypad sembrano ribadire che l’empatia non è una funzione da attivare, ma un tempo da costruire.

Forse è proprio questo che rende ancora così preziosi i giocattoli di una volta: non sono più moderni, ma ancora capaci di farci sentire vicini e di ricordarci che il gioco è principalmente un modo per restare in contatto con le persone e con noi stessi.

Chiudendo gli occhi, viene quasi da pensare che Toy Story 5 non sia tanto un film sui giocattoli, ma sul nostro rapporto con il tempo, con l’infanzia che passa e con quella parte di noi che vorrebbe non perdere mai la capacità di emozionarsi con cose semplici.

E, in questo, la saga riesce ancora a parlare al cuore, sia di chi l’ha amata da bambino, sia di chi la scopre oggi per la prima volta.

Perché, al di là della tecnologia e dei cambiamenti, qualcosa resta sempre uguale: il bisogno di avere qualcuno o qualcosa che ti dica, con semplicità, che sei importante e che non sei solo.

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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