Con un film essenziale e corrosivo, Radu Jude aggiorna Europa ’51 di Roberto Rossellini all’epoca della gentrificazione, del nazionalismo e della solitudine contemporanea. Dal 25 giugno al cinema con I Wonder Pictures.
Se dal Radu Jude di questo film vi aspettate i consueti fuochi d’artificio potete allora ridimensionare le vostre aspettative, perché Kontinental ‘25 segue un canovaccio adamantino, un’esecuzione altrettanto pura e frugale, realizzata con mezzi basilari, che pure inchiodano allo schermo per 109 minuti: una donna cerca assoluzione per il suo senso di colpa, ma nessuna tra le varie persone che incontra vuole, né può veramente darle una mano, aiutandola a razionalizzare, a dare un senso alla sua sofferenza.
E non si tratta certo di un senso di colpa qualsiasi, come i vari personaggi-interlocutori vorrebbero inutilmente farci credere con le loro tesi falsamente consolatorie, ma di uno atavico, legato al semplice fatto di essere, di esistere in questi tempi bui, in questo Medioevo sociale, politico e culturale in cui ci ritroviamo, esausti, a traghettarci, tra le sempre più evidenti contraddizioni del tardo capitalismo, tra la crisi abitativa, la gentrificazione, il (ri)nascente nazionalismo e chi più ne ha più ne metta.
Ma Kontinental ’25 è anche un omaggio, sincero, a Europa ’51, una sua attualizzazione in un mondo in cui di proscioglimenti non ce ne sono più: neanche l’ingiusta, germicida condanna al manicomio che sterilizza ogni inquietudine, e che nel Dopoguerra toccava in sorte a Irene-Ingrid Bergman. Nel 2025, alla protagonista del film di Radu Jude non rimane invece che girovagare in cerca di redenzione potenzialmente all’infinito, in un processo kafkiano al contrario in cui costituirsi è impossibile, nell’incubo di una follia che è ormai diventata normalità e dalla quale tutti cerchiamo, in qualche modo, di divagare.

L’Orso d’Argento a Berlino
Dopo le esplosioni satiriche di Sesso sfortunato o follie porno (2021) e Do Not Expect Too Much from the End of the World (2023) Jude sceglie dunque una forma apparentemente più sobria, accessibile, quasi disarmante, ma non meno corrosiva. Girato in dieci giorni con un iPhone 15, con gli autofocus della fotocamera lasciati a vista e gli attori che hanno accettato di non percepire nessun compenso se non una quota sui ricavi, Kontinental ’25 non poteva che usare mezzi di fortuna per mostrare un universo in cui si assiste a un drammatico impoverimento esistenziale, oltre che materiale.
E dopo l’Orso d’Oro di Sesso sfortunato, questo film sorprendente, che è in arrivo nelle sale italiane da domani 25 giugno con I Wonder Pictures, è valso al regista romeno un nuovo premio alla Berlinale: stavolta, l’Orso d’Argento per la miglior sceneggiatura, stesa in modo da esserci e non esserci allo stesso tempo, da un lato quasi scomparendo nei lunghi dialoghi a inquadratura fissa che sembrano anche troppo naturali per essere stati scritti, dall’altro sostenendo saldamente la pellicola nella sua incorruttibile struttura a episodi.
La trama
Ci troviamo a Cluj, in Transilvania, una terra ora appartenente alla Romania, ma la cui contesa tra romeni e magiari rappresenta una delle dispute territoriali e identitarie più profonde dell’Europa centro-orientale. Se nel ‘51 raccontato da Rossellini l’indifeso era un bambino, il piccolo Michel figlio della protagonista, oggi è l’anziano Ion (Gabriel Spahiou), un ex-atleta caduto in disgrazia tra alcol e slot machine, che gira tra i tavolini degli aperitivi chiedendo gli spicci, rifugiandosi poi a dormire nello scantinato di un palazzo…
… che, purtroppo, deve essere demolito per fare largo a un boutique hotel di stralusso, il Kontinental. Ben presto, dunque, l’ufficiale giudiziario Orsolya (una naturale e profondamente anti-spettacolare Eszter Tompa) bussa alla sua porta per operarne lo sfratto. Ma, una volta ricevuta la notizia, Ion fa una fine tragica.

Da qui in poi, la vita di Orsolya si sposta al centro. La donna, una borghese di origini ungheresi, entra in una profonda crisi per una morte di cui si sente responsabile. Per tutta la durata del film ella si confronterà, tutto sommato invano, con le persone che la circondano, in faccia a faccia che non diventeranno mai campi e controcampi, rifiutando la fluidità del montaggio classico e rimanendo perciò delle impasse comunicative, rigidi quadri conversazionali riempiti da monologhi che si sfiorano soltanto l’un l’altro, in uno spazio comune, ma raramente condiviso.
Una sommatoria di solitudini
Kontinental ‘25 è il ritratto di tante cose: di un’umanità che ha perso la voce, di un senso di comunità che si disgrega, in luoghi dai significati ambigui, precari: vecchi monumenti sovietici, statue di eroi nazionali, architetture magiare in territorio romeno. E poi bandiere ovunque, simboli e discorsi nazionalisti in ogni dove. Tutto sembra parlare di identità collettive, ma restano soltanto appartenenze svuotate, slogan, memorie contese e la sensazione persistente che ogni forma di convivenza sia stata sostituita da una sommatoria di solitudini.

Ci sono infine le antonioniane inquadrature conclusive, che sembrano raccogliere tutte queste tensioni e restituirle sotto forma di paesaggio. Come in un rovesciato omaggio a L’eclisse, i personaggi arretrano progressivamente, fino quasi a dissolversi, lasciando che siano gli spazi urbani a parlare al loro posto. Cantieri, facciate, strade, edifici destinati a cambiare funzione: la città continua a trasformarsi con indifferenza, mentre il dramma individuale si rivela incapace di incidere sul corso delle cose.
La colpa di Orsolya non trova soluzione perché il problema che la genera eccede infinitamente la sua persona; appartiene a un ordine sociale che nessuna presa di coscienza individuale può realmente correggere. Jude osserva questo meccanismo con lucidità spietata, ma senza mai rinunciare a una profonda compassione per i suoi personaggi, tutti ugualmente intrappolati in una realtà che sembra aver smarrito qualsiasi promessa di affrancamento. E chi riesce a evitare di disperarsi, lo fa solo per una temporanea illusione.
a cura di
Flaminia Muzii

