Per la quarta giornata de Il Cinema Ritrovato si compie un viaggio tra i generi cinematografici: l’horror, il melodramma, la commedia e il noir.
Giunti alla quarta giornata de Il Cinema Ritrovato, la selezione continua ad essere ampia e variegata, un concentrato di generi e stili accattivanti capaci di soddisfare il gusto di tutti gli spettatori. Il menù di oggi prevede mostri per la prima volta a colori con The Curse of Frankenstein, uno sguardo proto-femminista con Eva, risate senza freni con Midnight e, in chiusura, un noir d’autore con The Stranger in Piazza Maggiore.
Senza ulteriori indugi entriamo subito nel vivo.
“The Curse of Frankenstein” (Terence Fisher, 1957)
Cinema Europa, ore 10.15. Ho iniziato la mia giornata con The Curse of Frankenstein di Terence Fisher (regista anche di Dracula, girato solo un anno dopo), film horror del 1957 prodotto dalla casa di produzione britannica Hammer, specializzata – un po’ come la statunitense Universal – in film sui grandi mostri. Al momento della prenotazione mi ero chiesta se non stessi rischiando di vedere l’ennesimo adattamento della favola gotica del mostro di Frankenstein o, ancora peggio, un calco del film di James Whale del 1931. Fortunatamente però, nell’adattare l’opera di Mary Shelley, la Hammer ha scelto di portare avanti un’operazione molto più interessante.
Pur conservando tutti gli elementi che ne rendono riconoscibile la storia, The Curse of Frankenstein si concentra sulla ricerca di una nuova chiave di lettura – a mio avviso estremamente moderna – dell’archetipo dello scienziato pazzo e della sua creazione. L’orrore qui non deriva infatti dalla mostruosità della Creatura (come, invece, poteva essere nel film della Universal), bensì dalla freddezza calcolatrice di Victor Frankenstein, disposto a tutto pur di portare avanti i propri esperimenti.
D’altro canto, il cinema horror è sempre fortemente interconnesso alla sua epoca di produzione, dal momento che tende ad incarnare i timori legati ad un tempo specifico. Di conseguenza, è davvero così sorprendente che gli spettatori del 1957, reduci dagli orrori della bomba atomica, avessero paura di un progresso scientifico sregolato e poco etico?

Dal punto di vista tecnico, invece, bisogna sottolineare un aspetto fondamentale per la storia della Hammer come casa di produzione: The Curse of Frankenstein è il primo film di stampo gotico a colori. I rossi brillanti, i verdi accesi e i blu cupi servono ad accentuare la drammaticità degli eventi narrati, ragion per cui un restauro in 4K era praticamente una necessità. In questo senso il lavoro portato avanti dalla Hammer e dalla Warner Bros. Pictures è stato fondamentale e, da quanto ho visto, il risultato finale è più che soddisfacente.
“Eva” (Maria Plyta, 1953)
Cinema Jolly, ore 14.00. Con Eva ho deciso di immergermi in acque a me sconosciute: il cinema greco. In realtà, ho deciso di vedere questo film per una ragione precisa: Maria Plyta è il primo esempio di regia al femminile in Grecia (tra l’altro una regia piuttosto prolifica, dal momento che la sua filmografia conta ben 17 opere), nonostante sia rimasta pressoché sconosciuta a livello internazionale per tantissimo tempo.
L’oblio legato alla figura di Plyta è stato talmente potente da persistere anche quando la produzione di Eva è diventata un vero e proprio caso di cronaca. Nel 1952 si consumò infatti una tragedia: la macchina del produttore Dimitris Kominis finì accidentalmente su una mina tedesca inesplosa portando così alla sua morte precoce. La notizia fece il giro dei giornali dell’epoca, eppure il nome di Maria Plyta e del suo film continuarono ad essere omessi anche quando, teoricamente, sarebbero dovuti essere sotto i riflettori.

Eva è però una pellicola di valore a prescindere da queste fatalità. Si tratta infatti di cinema modernista del secondo dopoguerra: al centro della narrazione si trova infatti la psiche dei personaggi, mentre la struttura in sequenze tipica del cinema hollywoodiano passa in secondo piano. A rendere particolarmente speciale questo film è però la rilevanza dello sguardo femminile e l’approccio avanguardistico di Plyta nel mettere in scena la sua protagonista.
Eva è un personaggio complesso capace di generare sia antipatia che compassione, ma, soprattutto, gode di una sorprendente libertà dal sistema patriarcale. Il punto non è tanto quali scelte compirà la protagonista, bensì il fatto stesso che le sia permesso compierle sullo schermo. In questo senso, non è sbagliato considerare femminista il taglio registico di Maria Plyta, nonostante abbia anticipato di anni il femminismo stesso.
Per immergersi appieno nell’atmosfera del film bastano veramente poche coordinate geografiche e temporali: siamo alla fine di agosto su una piccola isola greca vicino Atene e il profumo del mare avvolge tutto e tutti. Qui viene messo in scena un vero e proprio melodramma amoroso, in cui, però, il centro di tutto è il desiderio femminile, un desiderio che non chiede scusa e nemmeno permesso. Forse non serve realmente sapere altro per voler riscoprire Eva e la filmografia di Maria Plyta.
“Midnight” (Mitchell Leisen, 1939)
Cinema Jolly, ore 16.00. Con Midnight ho cambiato nettamente genere, approdando per la prima volta nella commedia pura. Parte della rassegna dedicata a Mitchell Leisen, regista noto per le sue opere capaci di fondere commedia romantica, screwball ed estetismo, Midnight è un concentrato di precisione comica. Non sono il pubblico più semplice da convincere con la commedia, eppure davanti a questa pellicola del 1939 – non avete idea di quanto sia rimasta a bocca aperta quando ho scoperto l’anno di produzione – non sono riuscita a trattenere risate genuine.
Scritto dal duo Billy Wilder e Charles Brackett, all’epoca ancora agli esordi, Midnight è praticamente una versione di Cenerentola in chiave commedia degli errori. La protagonista Eve Peabody, interpretata da Claudette Colbert, possiede un carisma spumeggiante, ragion per cui tutti i personaggi che incontra tendono a desiderare di gravitarle attorno. La stessa grande farsa intricata che mette in scena per tutto il film cattura inevitabilmente lo spettatore, spingendolo a desiderare che continui in eterno. Come Cenerentola, però, Eva è conscia della propria identità e, pertanto, attende rassegnata la sua mezzanotte: la caduta di ogni finzione. Ma questo momento è veramente una fine o solo un nuovo inizio?

Divertente, ritmato e fresco: questa è l’essenza di Midnight che, d’altro canto, è considerato uno dei grandi classici di Leisen. Per concludere penso sia doveroso fare anche una menzione speciale alla scenografia del film, dal momento che gli esterni della città di Parigi sono stati ricostruiti in studio. Così come l’anno di produzione, anche questa informazione mi ha particolarmente sorpresa, anche se forse non mi sarei dovuta stupire troppo. Dopotutto, Mitchell Leisen ha un passato importante da costumista e scenografo ai tempi del cinema muto.
“The Stranger” (Orson Welles, 1946)
Piazza Maggiore, ore 21.45. Dopo l’horror, il melodramma e la commedia, ho concluso la mia giornata con un noir: The Stranger di Orson Welles.
In realtà, la serata si è aperta con la proiezione di alcuni filmini di famiglia di Alfred Hitchcock in 16 millimetri, girati approssimativamente tra il 1928 e il 1937. Il merito principale di questo materiale di archivio è stato mostrare un lato nascosto, giocherellone, del regista, in opposizione all’immagine che potevamo avere nelle nostre menti. A suo modo, anche The Stranger ci ha poi mostrato un lato nascosto di Orson Welles, più allineato alla produzione hollywoodiana del tempo.
Ovviamente, tenendo in considerazione il peso del nome del regista, The Stranger non poteva che essere una rivisitazione più complessa della struttura del noir classico. La genesi del film è abbastanza banale: Welles decise di accettare di girare un noir su commissione così da dimostrare a Hollywood di essere in grado di realizzare un film “normale”. In un certo senso, l’obiettivo è stato raggiunto, se si considera che The Stranger è stato il film di Welles preferito dal pubblico del tempo.
Nonostante il regista abbia evidentemente adottato un approccio più personale e sperimentale, il film non soddisfò completamente Welles, convinto di essere stato troppo limitato creativamente. In effetti la pellicola, pur mantenendo la cifra autoriale del regista, segue abbastanza i canoni strutturali dei film noir hollywoodiani del tempo. Di conseguenza, soprattutto se paragonato ad un Citizen Kane, The Stranger soddisfa lo spettatore senza però sorprenderlo particolarmente.
Anche il tema di fondo del film si allinea con la tradizione hollywoodiana, dal momento che si parla della caccia ai nazisti fuggiti dopo la Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, nel trattare il tema Welles introduce un’innovazione: l’utilizzo di veri filmati della Shoah. Insomma, anche con un film più “banale” Orson Welles riesce sempre a far sentire la propria voce.
A domani con nuove notizie da Il Cinema Ritrovato Edizione XL!
a cura di
Claudia Camarda

