È l’ultima battuta?: la recensione in anteprima del nuovo film di Bradley Cooper

Con È l’ultima battuta?, Bradley Cooper torna a raccontare fragilità e relazioni nel mondo dello spettacolo, intrecciando crisi di mezza età e rinascita personale nella scena della stand-up comedy newyorkese.

Presentato in anteprima al Bif&st, È l’ultima battuta? è il nuovo film di Bradley Cooper, il terzo nelle vesti di regista, che lo vede di nuovo – dopo A Star Is Born (2018) e Maestro (2023) – interessato a indagare un rapporto tra due personaggi e più in generale gli ambienti del mondo dello spettacolo, abbandonando questa volta la musica per esplorare un microcosmo visto poche volte nel cinema, quello dei locali di stand-up comedy.

Liberamente ispirato alla storia dello stand-up comedian John Bishop e dalla sua crisi coniugale, Cooper firma la sceneggiatura insieme allo stesso protagonista Will Arnett e a Mark Chappell, che proprio con Arnett aveva già lavorato per la serie Flaked (2016-2017).

L’attore canadese è infatti oggi più che noto per gravitare molto nel circuito delle serie televisive, come Arrested Development – accanto a Jason Bateman e Michael Cera che ben prima di lui avrebbero sfondato il grande schermo – e per essere stato l’iconica voce di Bojack Horseman (2014-2020) nell’omonima serie. Spesso si è prestato come doppiatore anche in film d’animazione per il cinema, e molti lo ricordano infatti come Batman nei due Lego Movie e nello spinoff sul personaggio, ma quello di cui Arnett aveva bisogno era un ruolo al cinema che potesse farlo conoscere a un pubblico molto più ampio.

Bradley Cooper sembra aver capito le potenzialità di questo attore e ha visto in lui il candidato ideale per questo nuovo progetto nella sua carriera da regista. Come sarà stato il risultato?

La trama

New York. Alex Novak (Will Arnett) è un uomo che, dopo vent’anni di matrimonio, si trova ad affrontare il crollo della propria vita familiare quando la moglie Tess (Laura Dern) chiede il divorzio. I due cercano di mantenere un equilibrio per il bene dei due loro figli, preservando una quotidianità il più possibile stabile nonostante la separazione.

Nel pieno di una crisi di mezza età, Alex si ritrova così a dover ridefinire se stesso. Si iscrive quasi per caso a una serata open mic in un locale notturno e scopre il mondo della stand-up comedy, iniziando un percorso imprevisto che gli offre una nuova direzione e un possibile senso di rinascita.

Parallelamente, Tess è costretta a confrontarsi con il peso delle scelte fatte nel corso della vita matrimoniale e alle conseguenze della fine di una relazione.

Una crisi o un’opportunità?

L’idea alla base del nuovo film di Bradley Cooper è quella di pensare a un racconto su una separazione, intimo, che per certi versi può ricordare Storia di un matrimonio (2019) di Noah Baumbach (ormai già un riferimento tra questo tipo di film) ma rendendolo più intrigante attraverso il racconto parallelo di Alex e della sua piccola ascesa nel mondo dei locali notturni.

Lo stesso titolo originale del film, Is This Thing On?, traducibile come “è acceso questo coso/a?”, fa proprio riferimento a questa duplicità, sia per quanto riguarda la relazione coniugale, ormai arrivata agli sgoccioli; sia per il microfono, lo strumento che utilizza nelle sue serate per esorcizzare il suo malessere.

Il tema al centro di tutto rimane chiaramente la crisi di mezz’età, e questa coinvolge sia lui, costretto a trasferirsi in un nuovo appartamento, sia lei, che inizia a meditare su tutti i sacrifici fatti per la famiglia, che forse l’hanno portata ad abbandonare una grande carriera da pallavolista. Seppur la separazione risulti frutto di una scelta consensuale e la coppia riesca a dividere equamente il tempo con i figli, la sensazione di un sapore amaro pervade. Il sentimento frustrante e svilente di vent’anni passati insieme che più che averli uniti li ha allontanati progressivamente.

Aprire un nuovo capitolo è difficile, è accettare il cambiamento in pianta stabile, senza poter continuare a tenere il piede in due scarpe, ed è proprio in questa fase turbolenta e piena di incertezze che la scoperta della stand-up sembra mostrare ad Alex quasi un modo per poter fare i conti con la cosa, il linguaggio terapeutico adatto a lui.

Quel piccolo palcoscenico notturno diventa così il luogo della sua terapia e della sua piccola grande rivalsa. La platea di spettatori si innamora della sua irriverenza, delle sue parole graffianti, tragicomiche, dissacranti, ma piene di verità, come se stessimo assistendo a dei continui siparietti Alleniani.

Da comico sporadico la sua presenza diventa sempre più costante fino a diventare un habitué, trovando nelle risate dei suoi ascoltatori la valvola di sfogo che non credeva fosse capace di desiderare. Ma ovviamente non può far menzione di questa cosa alla sua famiglia, perché sarebbe come ammettere che li sta deridendo in pubblica piazza, e questo lo porta a coltivare il nuovo hobby in gran segreto, fino a quando le cose non potranno più rimanere celate.

La direzione generale

Cooper questa volta ha fatto la scelta saggia che ogni gran regista (con alle spalle una carriera da attore) dovrebbe fare nella sua posizione: seppur il personaggio di Alex sarebbe stato molto vicino a ruoli che egli stesso ha interpretato in passato, ha capito che il personaggio era già cucito addosso su Arnett. Sarà lo spirito tragicomico e (da ruolo della vita) di Bojack Horseman che gli aleggia ancora intorno, ma il carisma e la presenza scenica dell’attore inondano lo schermo. Chi meglio di lui poteva farsi carico di un film sempre così perfettamente sospeso tra drammone e commedia?

E Cooper capisce bene quanto, tanto da insistere su di lui con questa continua camera a mano, primi piani, inquadrature che non lo mollano mai, quasi fosse un pedinamento, quasi volesse farci entrare nella sua psiche.

Se per il grande pubblico Arnett risulterà una scoperta, Laura Dern è una garanzia costante, e forse è già in partenza il suo casting che crea un immediato richiamo a Storia di un matrimonio, anche se lì non era una delle due parti in crisi.

In generale la narrazione, benché si concentri su entrambi, risulta un po’ sbilanciata a favore di Alex, specialmente considerando che conosciamo anche i suoi genitori, mentre il quadro generale di Tess risulta meno approfondito. Ma è quando sono insieme, soprattutto nella seconda parte della pellicola, che i due funzionano al meglio, per una certa naturalezza dei dialoghi e una giusta sensibilità e descrizione di come i due mutano il modo in cui stanno affrontando la cosa. Il film non punta mai al pietismo o alla lacrima facile, ma preferisce concentrarsi in uno sguardo più reale possibile sulla vicenda, che sa essere anche molto più tenero di quel che ci si aspetta inizialmente.

Considerazioni finali

Il film non manca di guizzi e di scene costruite anche notevolmente sul piano narrativo, ma non mancano neanche le incertezze.

Seppur Bradley Cooper abbia rinunciato al ruolo di protagonista a favore di Will Arnett, egli ha comunque deciso di ritagliarsi nel film una piccola particina nel ruolo di Balls, uno strampalato e grottesco amico della coppia. Una sorta di contraltare malinconico e tragico che spinge lo spettatore a pensare possa essere un’iperbole, l’altra strada perseguibile da Alex: come rischia di diventare se si lascia sopraffare dagli eventi. Il tutto però risulta talmente generico e abbozzato che il film avrebbe anche potuto farne a meno e ne avrebbe guadagnato di coesione.

Quel tempo in più si sarebbe potuto dedicare a mostrare come la separazione mostri i suoi segni e ripercussioni sul lavoro di Alex — che non ci viene nemmeno mostrato — o anche solo dedicato ad ampliare tutto il microcosmo che conosciamo nelle serate di stand-up. Tra i momenti più efficaci del film, ai quali si vede sia stata dedicata attenzione, ma che purtroppo nella seconda parte vengono un po’ abbandonati a seguito di dinamiche nella storia che evolvono.

Altro che si può ravvisare è comunque la sensazione generale che il film sia un po’ carente anche di quella rabbia che ci aspetta da un racconto di questo tipo, che non deve necessariamente tradursi in coppie di amanti che si urlano in faccia e distruggono tutto, ma a volte il loro modo di relazionarsi dopo la rottura è fin troppo pacato, potremmo dire quasi “troppo maturo”, che può tradursi anche come un film che non scava abbastanza in tutte le sfaccettature emotive di un mosaico che potrebbe essere molto più complesso.

Nel suo, È l’ultima battuta?, dà la sensazione dopo le due ore, di aver visto un film che anche senza essersi scomposto troppo, trova il suo equilibrio in un faro di positività finale, evitando ogni paternalismo o retorica. Un’ottima chiusa riesce a donargli quel valore in più che lo rende una visione più che gradita e che lascia qualcosa a lungo andare, anche in ottica di revisioni future.

a cura di
Alfonso La Manna

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