Dalla timidezza degli inizi al progetto Cerotti, il giovane artista racconta un percorso fatto di autenticità, fragilità e musica vissuta come esigenza, prima ancora che carriera.
C’è chi inizia a fare musica per inseguire un sogno di successo e chi, invece, lo fa per necessità. Lupo appartiene alla seconda categoria: anticipato dal singolo “Cicatrici“, il suo album d’esordio CEROTTI viene pubblicato lo scorso 20 febbraio per Sins Records.
Un percorso iniziato per istinto, tra scrittura e bisogno di esprimersi, e cresciuto nel tempo fino a diventare qualcosa di più strutturato, ma senza perdere autenticità.
Ciao e benvenuto su The Soundcheck! Hai descritto Cerotti come una sorta di “cassetta di pronto
soccorso emotivo”: quando hai iniziato a vedere le tue canzoni non solo come sfogo personale, ma
come qualcosa che possa davvero aiutare anche gli altri? Come è iniziato tutto per te?
Ciao e grazie mille a voi! In realtà credo che il mio percorso sia iniziato sin da subito con
l’intenzione di voler aiutare. Questa cosa non l’ho mai detta ma il mio primo nome d’arte prima di
diventare “Lupo”, era “Help” perché implicava un chiedere e dare aiuto. Quindi in realtà, salvo
pochi momenti in cui poteva capitare che scrivessi delle canzoni per sfogarmi e liberare la testa da
alcuni pensieri, tendenzialmente ho iniziato a scrivere sin da subito con l’intenzione di voler
aiutare.
Se dovessi scegliere una sola tua canzone per presentarti al grande pubblico, quale sarebbe e
perché? E per cosa ti piacerebbe distinguerti dai tanti giovani che affollano il mercato
discografico?
Bella domanda! Mah… Se dovessi scegliere una canzone per presentarmi al grande pubblico non
sceglierei la mia preferita ma proverei a andare incontro alle orecchie del pubblico. In questo
momento probabilmente “20” o “MWR di Schiaffi” che sono due canzoni che arrivano molto
facilmente. Mi piacerebbe distinguermi dai tanti giovani che affrontano il mercato discografico per
il semplice motivo – e può sembrare un po’ altezzosa come cosa – che faccio musica per puro
piacere, non perché voglio diventare una “popstar”: in questo caso, credo si diventi popstar
quando la prima intenzione è il voler fare musica. Per quel che mi riguarda, ho iniziato a 16-17 anni
perché avevo voglia di scrivere e la maggior parte delle canzoni erano tendenzialmente per mio
piacere. Nel tempo poi, ho imparato anche a voler arrivare agli altri, ma sempre con i miei ideali e i
miei principi che non cambierei per poter arrivare a un pubblico in generale. Credo comunque che
questo sia un metodo molto onesto e non troppo scontato per distinguersi dagli altri.
Nel disco parli molto di fragilità, ansia e senso di inadeguatezza dei ventenni: con le tue canzoni
cerchi più di “curare” o di raccontare le ferite?
Credo che al momento cerco più di raccontare, nel senso che, come ho detto altre volte, vorrei
riuscire a far sì che le persone non si sentano sole. Quando parlo di determinati problemi, ferite,
cerco di far sì che chi ascolta utilizzi un po’ la tecnica del “mal comune, mezzo gaudio”, che poi non
è così tanto giusto. Però riconoscersi in un gruppo, in un sistema e comprendere di non essere
isolati, aiuta perlomeno a voler trovare le forze di risolvere determinati problemi. Detto questo,
credo che per scrivere un testo che curi, serva ancora più maturità, più sensibilità e ci lavorerò
perché credo sia comunque un compito molto importante!
Quali sono gli artisti, italiani o internazionali, passati o contemporanei, che ti hanno influenzato di
più? E con chi ti piacerebbe collaborare?
È sempre una domanda molto complicata perché, non vorrei risultare saccente, ma mi piace, in
qualche maniera, provare a tirar fuori qualcosa che risulti il più mio possibile. Premesso questo,
probabilmente mi rifaccio molto alla musica italiana di oggi, perché ascolto davvero tanta musica
italiana anche se sto provando ad allargarmi, ascoltando vari gruppi anche chiaramente
internazionali. Però non è che abbia un artista che prendo come mentore o come ispirazione per
come vorrei diventare. Dal punto di vista musicale mi piacerebbe collaborare invece con numerosi
artisti! Probabilmente in Italia Salmo perché mi piace sia dal punto di vista musicale sia dal punto
di vista di personaggio (non dico persona perché non lo conosco!) ma ce ne sono tantissimi altri
all’estero! Forse adesso come adesso ZEP perché mi diverte parecchio quello che fa, o Twenty One
Pilots… anche se al momento mi sento ancora troppo legato e tanto legato alla musica italiana per
poter anche soltanto immaginare di poter collaborare effettivamente con artisti del genere.
Dalla prima volta che hai iniziato a fare musica fino ad oggi: cosa è cambiato di più in te e qual è il
traguardo che sogni adesso?
Tendenzialmente credo molto di più in me e nel fatto che questo, effettivamente, sia un lavoro o
perlomeno, qualcosa che non voglio descrivere come lavoro (perché per quanto sia impegnativo, è
qualcosa di piacevole) ma come “un impegno serio”. Io sono cambiato nel senso che, sotto certi
aspetti, alcune cose le faccio in maniera differente: magari quando provo a scrivere una canzone,
cerco di adottare delle tecniche o delle scelte – da punto di vista di stesura – un po’ più ragionate,
sebbene comunque credo molto nell’istintività e nello scrivere nel cosiddetto momento buono.
Però ecco, proprio perché comincio a vedere questo come un impegno più serio, provo a
comportarmi di conseguenza e credo molto di più in quello che faccio.
a cura di
Arianna Spennacchio

