Il ritorno di Miranda Priestly coincide con la spietata crisi dell’editoria moderna. David Frankel firma un sequel maturo che mette da parte il sapore di favola per analizzare la brutale transizione digitale del giornalismo di moda, in una guerra all’ultimo sangue per le entrate pubblicitarie.

Era il 2006 quando nelle sale uscì Il Diavolo Veste Prada, un film che celebrava il mondo della moda e la sua massima espressione: Anna Wintour.

Il film si basava sull’omonimo romanzo uscito tre anni prima e fu subito un successo tanto al botteghino quanto per la critica, che lo valutò persino migliore dell’opera da cui derivava. A distanza di vent’anni, arriva nelle sale il secondo capitolo di una pellicola diventata ormai iconica.

Molte volte, però, i sequel tardivi di opere così celebri rischiano di trasformarsi in sbiadite operazioni commerciali prive di una reale urgenza narrativa. Il Diavolo Veste Prada 2 sarà riuscito a evitare questo inciampo, rivelandosi un film solido e godibile?

Il film riapre le porte di un mondo dell’editoria di moda che appare ora profondamente mutato, svestendo la patina glamour per offrire un’opera che colpisce lo spettatore con la stessa spietata eleganza del primo capitolo.

L’attesa ventennale ha permesso agli autori di sedimentare le tematiche originali, restituendo al pubblico un universo capace di evolversi coerentemente con i drastici cambiamenti della società contemporanea, tra analytics e intelligenza artificiale.

Tra Crisi e Potere

Sono passati vent’anni da quell’ultimo sguardo tra Miranda (Meryl Streep) e Andy (Anne Hathaway). Tra loro non ci sono più stati contatti: mentre la prima è rimasta salda al comando di Runway, la seconda è diventata un’affermata giornalista d’inchiesta per una delle più importanti testate newyorkesi.

Troviamo Andy a ritirare un premio davanti a un folto numero di colleghi, quando improvvisamente viene licenziata insieme a loro tramite un SMS. Questo evento drammatico la spinge a un sentito monologo sulla condizione attuale dei media.

La situazione porta Irv Ravitz (Tibor Feldman), il timoniere del gruppo editoriale che ha tra le sue file Runway, ad affidare proprio ad Andy il rilancio d’immagine della rivista.

La decisione arriva in seguito a uno scandalo che ha investito Miranda e i suoi sottoposti a causa delle pessime condizioni lavorative di un’azienda da loro pubblicizzata.

Questo intreccio porterà le due donne a confrontarsi nuovamente con un mondo diametralmente cambiato. Non si parla più di copie cartacee vendute, ma di engagement sui social e di quante views generino i post per accaparrarsi l’interesse del pubblico.

In questo scenario, la narrazione affronta l’improvvisa morte di Irv e i giochi di potere che questa dipartita porta con sé. Tra tagli di bilancio e tentativi di scalata aziendale, Miranda e Andy dovranno unire le forze per salvare una testata che rischia di sparire per sempre.

Confronto tra le Protagoniste

La sceneggiatura compie una scelta coraggiosa, abbandonando quasi del tutto le atmosfere favolistiche per calarsi nella cruda realtà del declino inarrestabile della carta stampata di fronte all’avanzata inesorabile del digitale.

L’intera narrazione ruota attorno a un brutale e logorante scontro per accaparrarsi le vitali entrate pubblicitarie, introducendo una fortissima critica alle dinamiche del capitalismo moderno e alla spersonalizzante transizione dei media.

In questa spietata guerra editoriale si inserisce un intreccio serrato che bilancia sapientemente le sfumature più drammatiche e riflessive con quell’ironia tagliente e cinica che ha reso celebre il franchise originale.

Al centro della scena troneggia ancora una volta una monumentale Meryl Streep, magistralmente calata nei panni di una Miranda Priestly ora vulnerabile e costretta a fronteggiare concretamente l’ombra imminente del pensionamento.

A sfidarla in una lotta senza esclusione di colpi troviamo Emily Blunt, evolutasi in una potente e spietata dirigente rivale, mentre Anne Hathaway porta in scena un’Andy Sachs decisamente maturata nel ruolo di Features Editor.

Questo formidabile triangolo al femminile è ulteriormente impreziosito dal graditissimo ritorno dello storico e rassicurante Stanley Tucci, le cui dinamiche sono arricchite dalle solide performance delle new entry Kenneth Branagh e Justin Theroux.

L’Estetica e la Regia

Dal punto di vista puramente tecnico, la regia asciutta ed essenziale di David Frankel risulta lo strumento perfetto per valorizzare al massimo le intense interazioni e la palpabile alchimia tra le straordinarie attrici protagoniste.

L’impianto visivo generale e le meticolose scelte dei costumi abbandonano gli eccessi del passato per tradurre visivamente l’evoluzione spietata, fredda e calcolatrice dell’attuale panorama mediatico internazionale.

Questa precisione estetica e formale garantisce un livello di intrattenimento estremamente lucido e viscerale. Il film riesce così a mantenere un ritmo incalzante e privo di cali di tensione per la maggior parte dei 119 minuti di durata, anche se se si perde a tratti in un’eccessiva velocità.

Grande spazio è lasciato alla colonna sonora, con tanti richiami al primo capitolo e un’evoluzione della diva di riferimento: Lady Gaga, infatti, ha preso di diritto il titolo ricoperto da Madonna, con un cameo che diventa quasi necessario alla narrazione e che ammalia il pubblico.

Un’Evoluzione Necessaria

Il lungometraggio dimostra con assoluta e inequivocabile chiarezza che attendere due decenni per realizzare e distribuire questo nuovo capitolo è stata la mossa narrativamente ed esteticamente più saggia che la produzione potesse compiere.

Offrendo un raro e prezioso connubio tra il calore malinconico del passato e una spietata e disillusa analisi del presente, l’opera si impone nel panorama attuale come una visione obbligata per chi cerca grande cinema di intrattenimento.

Ci si trova davanti a un film che si discosta molto dal libro, attualizzando temi che sarebbero risultati fuori dal mondo, in una quotidianità ormai troppo diversa da quella di vent’anni fa. Era necessario trasmettere un messaggio chiaro e diretto: “Siamo al passo con i tempi”.

Al netto di qualche inevitabile concessione di fan service, la pellicola conferma che le grandi storie sanno invecchiare bene.

Tuttavia, si avverte un naturale decadimento, dovuto forse alla fretta di chiudere la sceneggiatura: questo porta la seconda parte del film ad assumere una velocità non necessaria, facendo perdere in parte il pathos accuratamente costruito nella prima ora.

Il Diavolo Veste Prada 2 è, in definitiva, una pellicola che si guardare con piacere e che riporterà al cinema un’enorme fan base in trepidante attesa da due decenni.

Al tempo stesso, ha la forza di attrarre in sala una nuova generazione, che ritroverà temi masticati quotidianamente accanto a personaggi impossibili da non amare.

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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