Un film che punta tutto sull’intrattenimento, sacrificando originalità narrativa e tridimensionalità dei personaggi. Apex, ultimo lavoro di Baltasar Kormakur, è una visione leggera e dalle poche pretese, che però non lascia il minimo segno.
Il binomio essere umano-natura è sempre stato un chiodo fisso per Baltazar Kormakur. Nella sua filmografia, il cineasta islandese ha spesso insistito sul legame viscerale, conflittuale e insidioso che intercorre tra l’uomo e l’ambiente più selvaggio. Il risultato è un cinema muscolare, fisico e adrenalinico.
Basti pensare a Everest (2015) – film che aprì la 72esima edizione del Festival del Cinema di Venezia – nel quale ricostruisce con crudo realismo la disastrosa spedizione sul monte Everest del 1996 da parte di un gruppo di scalatori più o meno esperti. In tempi più recenti, invece, ricordiamo Beast (2022) con protagonista Idris Elba. Un vedovo che, in compagnia delle sue due figlie, arriva in Sudafrica per una vacanza e, nel corso di un’escursione nella riserva, si ritrova a dover affrontare la furia di un leone solitario.

Apex si inserisce alla perfezione in questo filone. Segnata dalla dolorosa perdita del marito (Eric Bana) avvenuta mesi prima durante una scalata in montagna, Sasha (Charlize Theron) decide di intraprendere in solitaria un viaggio nella natura selvaggia australiana. Nel corso di questa avventura però, dovrà misurarsi non solo con l’implacabile ostilità della natura, ma anche con la ferocia predatoria di un serial killer (Taron Egerton).
L’uomo e la natura
Apex incarna benissimo l’essenza del cinema di Baltazar Kormakur: esaltante, coinvolgente ed estremo. Come estrema è la vita di Sasha, costantemente alla ricerca della perfezione, della vetta più alta, del limite massimo oltre cui spingere il proprio corpo.
Ma questa volta il regista fa qualcosa di più. Non si limita a calare i propri personaggi in un contesto avverso e a dir poco proibitivo, ma inserisce un nuovo elemento narrativo, spiazzante e imprevedibile: trasforma l’essere umano in un vero e proprio prodotto della natura, un predatore che trae piacere nel cacciare le proprie vittime. Il legame tra uomo e natura, tanto caro al regista, trova qui la sua massima espressione grazie al personaggio di Ben – subdolo e folle serial killer interpretato da un ottimo Taron Egerton – che avrebbe dovuto rendere il film ancora più intrigante e angosciante. Ma senza riuscirci davvero.
Ecco, quindi, che il film gioca con questi due elementi fin dal titolo: Apex, che da una parte può fare riferimento a un traguardo elevato verso cui tendere, mentre dall’altra fotografa l’essenza del superpredatore (Ben), il vertice della piramide alimentare che stana le sue prede, le insegue, le cattura e poi le uccide.
Quando l’intrattenimento non basta più
Kormakur si affida nuovamente a un cinema di puro intrattenimento. Un cinema dove avventura, azione e suspence si mescolano nel tentativo di dar vita a un’opera dal divertimento assicurato. Apex riesce però solo a metà in questo intento.
Se da una parte il film diverte grazie alla sua natura avventurosa e a un ritmo serrato, dall’altra paga una prevedibilità che finisce per depotenziare quasi del tutto il pathos. Più che costruire tensione, Apex sembra limitarsi a seguirne lo schema: le svolte narrative arrivano puntuali ma raramente sorprendono, dando allo spettatore la sensazione di trovarsi sempre un passo avanti rispetto alla messa in scena: il trauma subìto, l’escursione in solitaria come metafora del viaggio interiore, il pericolo da affrontare per superare le proprie paure, il largamente intuibile epilogo. Tutto sa di “già visto”.

L’elemento forse più interessante, capace di tenere alta la curiosità per la pellicola è la prova di Taron Egerton. Un’interpretazione intensa e fisica, che permette di conoscere un nuovo lato di questo talentuoso attore, forse ancora troppo sottovalutato. Egerton veste i panni di un serial killer sadico e ambiguo: un uomo che vive un profondo legame con la natura, in grado di riprodurre persino il suono di alcuni animali e che sfoggia una dentatura non proprio umana (aspetto che forse avrebbe meritato un ulteriore approfondimento). Un personaggio che avrebbe potuto (e dovuto) rappresentare il vero motore del film, ma che, complice una sceneggiatura debole firmata da Jeremy Robbins, finisce per appiattirsi progressivamente fino a sfiorare la macchietta.
Altrettanto energetica la performance di Charlize Theron. Audace e risoluta, la sua Sasha è una forza della natura, inarrestabile come le rapide che affronta a bordo del suo kayak, ma anche fragile e logorata dal senso di colpa per quanto accaduto al marito. Con Egerton forma una coppia cinematografica che funziona per sintonia e bravura, dando luogo anche a ben coreografati scontri corpo a corpo, ma che non viene certo aiutata da una storia piatta e prevedibile, esattamente come i loro personaggi.
Conclusioni
Nonostante alcune buone sequenze d’azione e la sempre ottima capacità di Kormakur di raccontare la montagna con riprese e immagini mozzafiato (questa volta relegate purtroppo al piccolo schermo), Apex è uno di quei classici titoli Netflix destinati a perdersi nell’infinito catalogo della piattaforma. Un’opera pigra, priva di spunti e di un’idea originale. E, cosa ancora più preoccupante, senza il desiderio di cercarne una. Un film che sembra fatto con lo stampino, frutto della solita, triste mentalità produttiva di Netflix, devota solo alla quantità a discapito della qualità.
a cura di
Alessandro Michelozzi

