Testa o Croce? – la recensione in anteprima del nuovo western italiano con Alessandro Borghi

Testa o Croce? segna il ritorno del genere western in Italia, dopo troppi anni di assenza. Presentato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, il film è diretto da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, già autori del Re Granchio. Il duo propone un racconto classico ma, allo stesso tempo, anticonvenzionale, che riflette sul valore dei miti e sovverte il genere in chiave femminista.

Se dovessimo riflettere su quale sia il genere cinematografico nel quale l’Italia abbia fatto maggiormente scuola in tutto il mondo, la risposta sarebbe indubbiamente il western. Gli spaghetti-western di Sergio Leone hanno infatti influenzato generazioni e generazioni di registi, ed oggi possiamo ritrovarne le contaminazioni nei prodotti più disparati.

Tantissimi autori contemporanei hanno rielaborato la produzione leoniana per metterla al servizio del loro cinema: basti pensare all’intera filmografia di Tarantino, permeata nel dna dalle suggestioni del suo maestro, ma anche al lavoro di registi orientali come Takashi Miike (Sukiyaki Western Django) o Kim Jee-woon (Il buono, il matto, il cattivo).

Paradossale, invece, è il fatto che proprio l’Italia – colei che ha rivoluzionato questo genere e l’ha dominato per anni – abbia completamente smesso di produrli. Quando è arrivata, dunque, la notizia di un nuovo western italiano selezionato a Cannes 2025 e firmato dalla coppia di registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis (che già si era fatta notare col Re Granchio di qualche anno prima), il cuore di chi scrive è andato in sussulto.

Di cosa parla “Testa o Croce”?

La premessa del film nasce da una vera vicenda: a inizio ‘900 Buffalo Bill (un perfetto John C. Reilly) si reca a Roma per il suo Wild West Show, per vendere all’Italia il mito della frontiera col suo spettacolo itinerante. Tra un racconto e l’altro delle sue gesta, il cowboy accetta la sfida di una gara di doma tra i suoi pistoleri e i butteri italiani.

Rosa (Nadia Tereszkiewicz), giovane moglie succube del signorotto locale, si invaghisce di Santino (Alessandro Borghi), il buttero che vince la sfida, a cui lo stesso padrone aveva ordinato di perdere per incassare una scommessa.

Santino viene imprigionato e Rosa, sopraffatta delle continue violenze di suo marito, spara a quest’ultimo e fugge via con il suo amato. Sulla testa di Santino viene messa una grossa taglia e Buffalo Bill viene ingaggiato per mettersi sulle loro tracce.

In questa fuga d’amore e di emancipazione, Rosa inizia a sognare l’America, la terra di opportunità che le permetterebbe di ricominciare con Santino una nuova vita. Ma questo sogno costerà loro un’odissea fatta di incontri, fughe, tradimenti, prigioni e sparatorie. Insomma, tutte le tappe tipiche del western.

La storia è raccontata dal diario e dalla voce dello stesso Buffalo Bill che, attraverso il suo punto di vista inaffidabile, narra la vicenda mentre è alla ricerca della coppia. Nei quattro capitoli del diario – e della pellicola – la storia entra in contrasto con le reali vicende dei nostri due veri protagonisti, offrendo uno spunto di riflessione sulla veridicità e sull’attendibilità dei miti di questi racconti di frontiera.

Una storia d’amore in un mondo in eterno conflitto

“I western sono sempre stati uno specchio attraverso cui scorgere il contesto socioculturale in cui sono stati realizzati e questa è la nostra opportunità di fare un film che parli attraverso il genere del mondo in cui viviamo: un mondo di false apparenze, individualista, surreale, spesso ostile e malvagio, dove l’unico sentiero verso la redenzione è l’amore.”

I registi Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

La pellicola è, a conti fatti, una sincera storia d’amore a sfondo western. L’inizio del rapporto tra due personaggi fragili e soli, che vivono ai margini come outsider in un mondo in eterno conflitto. La pellicola rinuncia al machismo e alla risolutezza delle grandi icone del genere, ma torna a concentrarsi sugli ultimi, come faceva già John Ford con la coppia di protagonisti in Ombre Rosse.

Rosa sogna la libertà, ma il suo viaggio non li condurrà in America, ma in un’Italia di frontiera disunita e frammentata. I due dovranno vagare in un Paese che sta mutando e dove la civilizzazione sta prendendo forma, ma ancora lentamente. Vengono costruite le prime ferrovie, ma, a pochi passi da esse, i sentieri diventano paludi stagnanti; ci sono cacciatori di taglie pronti a tutto e i rivoluzionari – e qui l’eco di Leone è forte – sono alla ricerca di leader da rendere nuove icone.

La nascita dell’amore e del mito della coppia dovrà dunque farsi strada all’interno di questo scenario e tra i vari e disparati personaggi che incontreranno lungo la strada.

Il ruolo di Rosa e la sovversione del canone

Alessandro Borghi e il suo Santino – con la faccia totalmente bruciata dal sole – ci offrono il ritratto di un uomo che fino a quel momento è rimasto solo e ha covato mille fragilità. Il suo unico talento è cavalcare e mai nessuno gli ha riconosciuto dei meriti. Non importa che la taglia sia illegittima e che lui non abbia ucciso nessuno, l’uomo accetta il suo fato senza troppe remore. Più succube che artefice del proprio destino, che lo coinvolge in un domino di eventi dal quale non può più tornare indietro.

Se la sua riluttanza a prendere le redini della propria vita è sempre maggiore, in Rosa cresce sempre di più la volontà di autodeterminazione e di divenire artefice della propria vita.

“Il film parte da un immaginario maschile e lo decostruisce progressivamente. Il personaggio maschile classico, il cowboy, l’eroe, viene messo in discussione e smontato pezzo dopo pezzo, fino a un ribaltamento totale. L’arco narrativo del personaggio di Rosa è il nucleo del racconto.”

Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

Rosa diventa quindi l’eroina e vera protagonista assoluta di questa pellicola, similmente alla Hailee Steinfeld de Il Grinta dei fratelli Coen. Testa o Croce? diviene la parabola della sua crescita e la storia della nascita del suo mito. Il racconto di una donna che vede i suoi sogni – ideali e letterali – scontarsi con la dura realtà di un mondo selvaggio e distruttivo, che farà di tutto per impedirle di trovare la sua strada e cambiare la propria sorte.

Il suo contraltare perfetto diventa quindi il Buffalo Bill di Reilly, il cowboy americano per definizione. L’incarnazione del mito maschile e trionfante della frontiera, già affermato e celebrato.

Un western anticonvenzionale con uno stile tutto suo

“Con Testa o Croce? abbiamo messo in scena una ballata western ambientata in Italia, un anti-western che parte da premesse classiche (il cowboy, il duello, la fuga) per poi trasformarsi gradualmente in qualcosa di più magico e surreale. L’intento era rompere le convenzioni del genere, reinterpretandolo in chiave italiana e contemporanea.”

Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis

L’opera seconda del duo mostra infatti per gran parte della pellicola toni molto classici del western, per andarli sempre di più a scandagliare con elementi di rottura per il genere. A partire da semplici momenti grotteschi, all’uso ripetuto di simboli, fino a scene di puro onirismo che, talvolta stravolgono la storia, donandole un’atmosfera completamente nuova.

Rigo de Righi e Zoppis dimostrano la loro voglia di sperimentare e alternare numerose incursioni grottesche e oniriche, a momenti estremamente classici e – a volte – anche crepuscolari.

La loro messa in scena non segue i canoni delle zoommate leoniane o dei primissimi piani degli scontri a fuoco, tipici dei duelli e trielli. I due propongono piuttosto una regia dal gusto molto più classico, che dà ampio respiro ai paesaggi della Maremma e del Lazio, immortalati con campi larghissimi. Questi luoghi unici e suggestivi diventano, dopo decenni di assenza dal cinema italiano, lo sfondo delle cavalcate dei nostri personaggi, sostituendo i soliti canyon delle frontiere americane.

A contornare il tutto, le splendide musiche di Vittorio Giampietro, che omaggiano Morricone e conferiscono alla pellicola un ritmo impeccabile, tra tamburi, piani e sonorità da ballate.

a cura di
Alfonso La Manna

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