Il regista Terry Gilliam è grande protagonista a Foggia durante il festival Mònde – Festa del Cinema sui Cammini: tra aneddoti di carriera, battaglie produttive e riflessioni sul cinema contemporaneo. Il racconto di una delle voci più visionarie e conflittuali del cinema moderno.
A Foggia, nell’ambito della IX edizione di Mònde – Festa del Cinema sui Cammini, Terry Gilliam ha tenuto una masterclass che si è trasformata in un vero e proprio viaggio nella memoria del cinema contemporaneo: dalle origini con i Monty Python fino ai grandi scontri con Hollywood, passando per progetti mai realizzati, set caotici e un’idea di cinema sempre sospesa tra immaginazione e resistenza.
Fin dall’inizio dell’incontro, Gilliam ha impostato il dialogo con ironia e improvvisazione, scherzando sul contesto e sulla possibilità di “inventare qualcosa di nuovo” rispetto alla serata precedente del festival. L’atmosfera si è subito spostata su un registro informale, in cui il racconto personale si intreccia con il gioco teatrale tipico del suo immaginario.
Puglia, Italia e il bisogno di dormire meglio
Tra i primi temi affrontati, c’è stato il rapporto con il territorio pugliese. Gilliam ha raccontato il suo arrivo nella regione con una curiosità quasi infantile, sottolineando la differenza rispetto ad altre zone d’Italia già conosciute.
“Ho dormito meglio qui che in qualsiasi altro posto della mia vita”, ha dichiarato, descrivendo la Puglia come un luogo secco, luminoso e sorprendentemente riposante. Un dettaglio apparentemente leggero che diventa subito una chiave narrativa: il cinema di Gilliam, come il suo sguardo, nasce spesso da percezioni laterali, sensoriali, non programmate.
Il cinema in Italia e la lunga battaglia dei finanziamenti
Il discorso si è poi spostato sul desiderio, mai realizzato, di girare un film in Italia. Gilliam ha raccontato un progetto rimasto in sospeso, sviluppato negli ultimi anni senza successo nella raccolta fondi.
“Ho passato cinque anni a cercare di finanziare un film in Italia e non sono riuscito a ottenere nemmeno un euro”, ha spiegato, evidenziando come il problema dei finanziamenti non sia un’eccezione ma una condizione strutturale del cinema contemporaneo.
Da qui una riflessione più ampia sulla natura stessa della produzione cinematografica: “Scrivere un libro o una canzone non costa quasi nulla. Il cinema invece richiede milioni di dollari. Questo inevitabilmente restringe la libertà creativa”. Secondo il regista, il sistema attuale separa sempre più nettamente il cinema industriale da quello indipendente, riducendo lo spazio per l’immaginazione: “Nel mondo indipendente puoi arrivare forse a dieci milioni di dollari. Ma questo cambia completamente il tipo di storie che puoi raccontare”.
L’utopia e il crollo di “Brazil“
Il momento centrale della masterclass è stato il racconto della travagliata storia di Brazil, uno dei film più emblematici della sua carriera, e del suo rapporto conflittuale con l’industria hollywoodiana.
Gilliam ha ripercorso lo scontro con Universal, la visione del film nelle sale di montaggio e la sensazione immediata di rigetto da parte dello studio. “Quando lo hanno visto, ho capito che lo odiavano”, ha raccontato. Da lì si è aperta una lunga battaglia che ha coinvolto media, pubblicità e persino interventi diretti di altre figure dell’industria, fino alla celebre mediazione con Steven Spielberg, chiamato a confermare la durata del film.
L’episodio è diventato uno dei simboli del suo cinema: la volontà di difendere l’opera contro le logiche produttive, anche a costo dello scontro diretto.
Monty Python e la nascita di un linguaggio collettivo
Il racconto si è poi spostato sulle origini, con i Monty Python, esperienza che Gilliam definisce ancora oggi la più divertente della sua vita.
“Eravamo sei persone che si facevano ridere a vicenda, con libertà totale. La BBC trasmetteva i nostri sketch ogni settimana e il giorno dopo tutta Londra ne parlava”.
Da questa esperienza nasce anche una riflessione più ampia sulla cultura contemporanea. Secondo Gilliam, la frammentazione delle piattaforme streaming ha dissolto la possibilità di una visione condivisa: “Oggi ognuno guarda qualcosa di diverso. Non esiste più un linguaggio comune su cui discutere”.
“Un tempo”, sostiene, “la televisione generalista creava una comunità temporanea di spettatori; oggi quella comunità si è dispersa in infinite micro-narrazioni individuali”.
Hollywood, successi inattesi e porte chiuse
Gilliam ha poi ricordato il successo inatteso di Time Bandits, rifiutato inizialmente da tutti gli studios hollywoodiani e poi diventato un caso internazionale grazie al sostegno di George Harrison.
Un destino simile, ma opposto, ha accompagnato anche altri progetti: film respinti in fase di sviluppo e poi rivalutati, o viceversa accolti con entusiasmo iniziale e poi abbandonati.
“Per un breve periodo ero il ragazzo d’oro di Hollywood”, ha raccontato. “Ma quando ho scelto di fare Brazil, le porte si sono richiuse”. Il regista ha sottolineato come questo rapporto ambivalente con l’industria abbia definito gran parte della sua carriera: una continua oscillazione tra attrazione e rifiuto.
“L’esercito delle 12 scimmie” e il gioco degli attori fuori ruolo
Tra gli altri momenti del racconto, Gilliam ha ricordato la lavorazione di L’esercito delle 12 scimmie, nato da una sceneggiatura esterna e inizialmente rifiutata da molti registi.

Il film gli ha permesso di lavorare con attori fuori dal loro registro abituale, come Bruce Willis e Brad Pitt, costruendo interpretazioni inattese e controcorrente.
“Mi interessa mettere gli attori in condizioni che non hanno mai sperimentato prima”, ha spiegato, sottolineando come il lavoro sul casting sia per lui una forma di trasformazione del linguaggio cinematografico stesso.
Un autore unico
Nel complesso, la masterclass ci ha restituito il ritratto di un autore che continua a muoversi in tensione costante tra immaginazione e industria, tra desiderio e impossibilità produttiva.
Gilliam ha raccontato progetti mai realizzati, come Carnival at the End of Days, e sceneggiature ancora in attesa di essere riprese, mostrando un’idea di cinema che vive anche nella sua stessa interruzione.
Un cinema che non cerca la stabilità, ma il conflitto; non la sicurezza produttiva, ma la possibilità del fallimento creativo.
Ed è forse proprio in questa instabilità permanente che si riconosce la sua firma più profonda.
a cura di
Alfonso La Manna

