Domani, giovedì 2 ottobre, arriva nelle sale italiane HIM, l’horror sportivo prodotto da Jordan Peele e diretto da Justin Tipping, distribuito da Universal Pictures. Il film affronta una domanda semplice e spietata: “quanto sei disposto a sacrificare per diventare il numero uno?”
Debutta domani al cinema HIM, il nuovo potente horror del regista Justin Tipping interpretato dagli eccezionali Marlon Wayans e Tyriq Withers. Un racconto che mette a nudo la ferocia e l’ossessione del football, e nello stesso tempo i sacrifici necessari per raggiungere la gloria.
La trama
Il protagonista è Cameron Cade, giovane promessa del football americano. Il successo a cui pare destinato viene però compromesso quando un fanatico lo aggredisce brutalmente, provocandogli un trauma cranico che rischia di stroncare definitivamente la sua carriera.
Il punto di svolta arriva con una telefonata del suo manager: il leggendario quarterback Isaiah White – l’idolo che già suo padre aveva venerato, quasi trasformandolo in una figura sacra e modello di virilità, resistenza e gloria – offre a Cameron la possibilità di allenarsi in una struttura isolata. Per il giovane, questa occasione rappresenta non soltanto la possibilità di rimettersi in gioco, ma anche l’opportunità di ripagare i sacrifici compiuti dal padre per lui.

Sacrificio e sofferenza per raggiungere la vetta
Quella che segue è una settimana logorante, che assume i contorni di un percorso iniziatico. Cameron affronta allenamenti estenuanti, ma soprattutto crescenti pressioni psicologiche. Lo tormentano le allucinazioni legate al trauma subíto e l’oscura influenza di Isaiah, che si rivela un mentore sadico, capace di manipolare il ragazzo e di colpirlo nelle sue fragilità, sottoponendolo a prove sempre più disturbanti: angosciante è la scena in cui, per indurlo a raggiungere la necessaria precisione, Isaiah fa ricadere le conseguenze degli errori di lui su un compagno di squadra, che si lascia colpire ripetutamente in volto da una macchina spara-palloni, fino a ridursi a un corpo inerme.
Dunque, ciò che sembrava semplicemente una dura preparazione atletica diventa ben presto un’educazione morale deviata basata sulla violenza psicologica, impartita da un uomo che vive ossessivamente il football come un dogma assoluto e che è disposto a tutto pur di plasmare il giovane allievo secondo i suoi principi. Ne annulla l’identità e lo costringe a sovvertire la gerarchia di valori che l’ha sempre guidato – da “Dio, famiglia, football” a “Football, famiglia, Dio”.
Solo mettendo il football prima di ogni altra cosa Cameron potrà diventare un degno successore del GOAT, il “Greatest Of All Time”. In questo ribaltamento risiede la vera essenza del film, che da horror sportivo scivola progressivamente nel thriller psicologico.

Lo sport come culto e ossessione
In HIM, lo sport non è semplice competizione: è religione, fede cieca e sacrificio. Quest’ultimo inteso non solo come rinuncia o impegno estremo, ma come – quasi letteralmente – sacrificio umano, dove chi non è all’altezza viene “preparato a morire”, come in un rito primitivo. Uno degli aspetti più interessanti e inquietanti del film è, infatti, proprio il parallelismo costante tra sport e culto sacrale.
Le immagini religiose si susseguono lungo tutta la pellicola: la squadra professionistica si chiama “Saviors” (“Salvatori”), il fan club è rappresentato come una vera e propria setta, e Cameron deve sottoporsi a rituali di iniziazione che ricordano cerimonie esoteriche. Isaiah, dal canto suo, assume le sembianze di una divinità terrena. Non solo viene venerato, ma lui stesso si sente un dio, e con la sua sete di onnipotenza è pronto persino a praticare continue trasfusioni di sangue perché esso è “un dono degli dèi” che consacra il vero GOAT, “colui che porterà alla salvezza le persone”.

Con l’esasperazione della dimensione mistica, la narrazione si fa sempre più violenta e inquietante. L’attenta regia di Tipping, lavorando sul contrasto tra grandiosità e brutalità delle scene, ricorre a inquadrature che alternano movimenti lenti per dare solennità e accentuare la suspense, e immagini più frammentarie e concitate che sottolineano la tensione drammatica e il pathos. Originale è inoltre l’uso della “visione a raggi X”, che mostra dall’interno le lesioni del protagonista attraverso un punto di vista ad effetto.
La conclusione
Se la conclusione della pellicola è incentrata sulla tematica del sacrificio e sulla figura di un prescelto destinato a incarnare la salvezza – ovvero il raggiungimento della gloria -, non riesce tuttavia ad essere pienamente convincente. Il film infatti si chiude con sequenze tanto sanguinose quanto scontate: dapprima uno scontro corpo a corpo tra Cameron e Isaiah, una sorta di duello gladiatorio per cui “quando due uomini entrano nel Colosseo, solo uno sopravvive”, e in seguito una lotta disperata di “uno contro tutti”, macchiata da un’esagerata quantità di sangue.

Questa volontà di eccessiva spettacolarizzazione comporta forzature che rendono tali scene quasi assurde, lasciando nello spettatore un senso di perplessità. L’impressione è che, nel voler amplificare la brutalità animalesca e nel tentativo di mascherarla attraverso una patina di alti ideali, HIM finisca per scivolare nella retorica, con espressioni banali e ripetitive (“Ecco cosa fanno gli uomini veri: fanno sacrifici”, “Chi non osa, non vince”, “Questo non è un gioco, questo è tutto”, “Bisogna versare il sangue per diventare Re”).
In sintesi, HIM è un film visivamente d’impatto, disturbante e provocatorio, che vuole – seppur con qualche debolezza narrativa – non solo raccontare il lato oscuro del football, ma soprattutto proporre una riflessione sulla perdita della propria identità in nome del successo, sulla manipolazione psicologica e sul prezzo che si è disposti a pagare per diventare il migliore. La domanda che rimane sospesa dopo i titoli di coda è: “ne sarà valsa davvero la pena?”
a cura di
Micol Perotti

