Matthew Modine si racconta a Mònde: tra Kubrick, Stranger Things e il bisogno di restare umani

Dalla collaborazione con Stanley Kubrick ai retroscena di Stranger Things, passando per il rapporto tra arte, guerra e identità: la masterclass di Matthew Modine a Mònde si trasforma in una riflessione intensa sul cinema, sulla recitazione e sul significato stesso dell’essere umani.

A Foggia, durante la IX edizione di Mònde – Festa del Cinema sui Cammini, Matthew Modine ha tenuto una lunga masterclass capace di ripercorrere quarant’anni di cinema e televisione, alternando riflessioni intime, aneddoti dai set e discorsi politici e culturali sul presente.

L’incontro si è mosso continuamente tra memoria personale e riflessione collettiva: dal successo globale di Stranger Things fino alle collaborazioni con Stanley Kubrick, Christopher Nolan, Alan Parker e Oliver Stone, Modine, l’attore ha contribuito alla costruzione di un racconto che ha trasformato il cinema in uno strumento per interrogarsi sul mondo, sulla violenza e sull’identità umana.

Netflix, l’algoritmo e la fine dell’immaginario condiviso

Uno dei primi temi affrontati è stato proprio il cambiamento radicale dell’industria audiovisiva contemporanea. Parlando dell’enorme successo di Stranger Things, Modine ha sottolineato come Netflix abbia ridefinito completamente il concetto stesso di popolarità globale.

Quando uscì Full Metal Jacket, essere distribuiti in quaranta paesi era già un enorme successo. Stranger Things invece è ovunque, in quasi ogni parte del mondo”.

Secondo l’attore, il sistema delle piattaforme streaming ha modificato profondamente anche il modo in cui il pubblico consuma le storie, sostituendo la scoperta con la logica dell’algoritmo.

Se ti piace questo, allora ti piacerà anche quest’altro. Ma la cultura dovrebbe funzionare diversamente: dovremmo poter scoprire qualcosa di inatteso”.

Da qui una riflessione più ampia sulla perdita di un immaginario collettivo condiviso: un tempo, sostiene Modine, televisione e cinema creavano esperienze comuni. Oggi il pubblico vive frammentato in percorsi individuali guidati dalle piattaforme.

Il cinema come ricerca personale

L’attore ha poi spostato il discorso sul proprio presente artistico e umano, raccontando il motivo della sua presenza in Italia. Modine ha infatti confermato di essere al lavoro su un nuovo film da dirigere a Torino, descritto come una riflessione sulle “due giornate più importanti della vita”: quella della nascita e quella in cui si scopre il motivo per cui si è al mondo.

Dove siamo è intimamente legato a chi siamo”, ha dichiarato, trasformando la risposta in una riflessione quasi filosofica sul rapporto tra identità, luogo e destino.

Gran parte della masterclass si è concentrata sul mestiere dell’attore e sul modo in cui la recitazione permetta di entrare nella vita degli altri. Citando Harper Lee e Il buio oltre la siepe, Modine ha spiegato come interpretare un personaggio significhi “entrare nella pelle di un’altra persona e camminarci dentro”.

Da questa idea nasce anche la sua personale concezione della recitazione, legata a una dimensione quasi spirituale. Secondo Modine, gli attori attingono inconsapevolmente alle esperienze sedimentate nella propria memoria familiare e nel proprio DNA: paure, desideri, traumi e impulsi accumulati nel corso delle generazioni.

Quando interpreti qualcuno spezzato dalla vita o pieno di paura, dentro di te esiste già qualcuno che ha vissuto davvero quelle emozioni”.

Il racconto di “Birdy” e il rapporto con Alan Parker

Il racconto più intenso della serata è arrivato però parlando di Birdy, il film diretto da Alan Parker che lo consacrò negli anni ’80 accanto a Nicolas Cage.

Modine ha ricordato la difficoltà iniziale nell’accettare il ruolo e il senso di fragilità necessario per interpretare un personaggio convinto di essere un uccello.

L’attore ha raccontato di aver affrontato quel film quasi come un’esperienza mistica, chiedendo simbolicamente aiuto “a tutte le anime spezzate dalla vita” per riuscire a interpretare il personaggio. Durante il racconto sono emersi anche diversi aneddoti dal set, tra cui la celebre immagine promozionale del film: una posa improvvisata da Modine stesso, inizialmente osteggiata da Alan Parker e poi diventata il poster ufficiale della pellicola.

Stanley Kubrick e il significato della guerra

Il discorso si è poi spostato su Stanley Kubrick e Full Metal Jacket, uno dei momenti centrali della masterclass. Modine ha raccontato il rapporto creativo con il regista, descrivendolo come un autore estremamente rigoroso ma allo stesso tempo aperto al dialogo con gli attori.

Secondo Modine, Kubrick applicava una regola precisa: “non esistono cattive idee”. Gli attori non dovevano mai respingere una proposta in maniera aggressiva, ma provare a trasformarla e svilupparla.

Da questa filosofia nacque anche una delle conversazioni più importanti della lavorazione di Full Metal Jacket. Modine ha infatti raccontato di aver suggerito personalmente a Kubrick di lasciare vivo il personaggio di Joker nel finale del film.

He should live. That is the real horror of war”.

Per l’attore, la vera tragedia della guerra non è morire, ma sopravvivere portandosi dentro per tutta la vita il trauma della violenza vissuta.

Da qui la masterclass si è trasformata in una riflessione apertamente politica sul militarismo americano, sulla cultura della guerra e sul ruolo del cinema nel raccontare la violenza.

Modine ha citato Oliver Stone e altri registi che hanno cercato di interrogarsi sulle contraddizioni della società americana, denunciando un sistema costruito storicamente sul conflitto permanente.

Il cinema come strumento di coscienza

Un altro passaggio centrale dell’incontro è stato dedicato al rapporto tra arte e coscienza politica. Raccontando la scoperta del film Piccolo grande uomo di Arthur Penn, Modine ha spiegato come quella visione abbia cambiato il suo modo di guardare il mondo e la storia americana.

Per la prima volta, ha raccontato, il cinema gli mostrò il punto di vista dei nativi americani non come “nemici”, ma come esseri umani vittime della violenza coloniale.

Attraverso l’arte puoi vedere le cose da un’altra prospettiva”.

Da quel momento, ha spiegato, il suo desiderio non fu più semplicemente diventare un attore, ma diventare un essere umano.

Stranger Things e il personaggio del Dottor Brenner

La parte finale della masterclass è stata inevitabilmente dedicata a Stranger Things e al personaggio del dottor Brenner.

Modine ha raccontato di aver rifiutato inizialmente il ruolo per ben quattro volte, convinto che il personaggio fosse scritto in maniera troppo convenzionale.

Solo successivamente decise di reinterpretarlo completamente: abbandonò il look originario pensato dagli autori, eliminò gran parte dei dialoghi esplicativi e costruì un personaggio freddo, elegante e ambiguo, ispirato più ai villain silenziosi del cinema classico che agli scienziati stereotipati.

Non volevo interpretare un mostro. Per me Brenner amava davvero quei bambini”.

Nel corso dell’incontro, Modine ha anche riflettuto sui rischi psicologici del lavoro dell’attore, spiegando come il corpo spesso non distingua completamente tra finzione ed esperienza reale. Citando Daniel Day-Lewis e il modo in cui alcuni personaggi possano lasciare tracce profonde anche fuori dal set.

Una questione collettiva

La masterclass si è chiusa con un lungo dialogo con il pubblico sul significato del fare cinema oggi, sul lavoro dell’attore e sul bisogno di continuare a raccontare storie in un mondo sempre più dominato da piattaforme, consumo rapido e algoritmi.

Per Modine, recitare significa soprattutto studiare, osservare, provare, costruire relazioni con gli altri attori e comprendere il senso umano delle storie raccontate.

Non si tratta di me, o di te. Si tratta di noi”.

Ed è probabilmente proprio questa visione collettiva e profondamente umana del cinema ad aver attraversato tutta la sua masterclass a Mònde – Festa del Cinema sui Cammini.

a cura di
Alfonso La Manna

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