Human Tapes – “Impronte”: un disco che aspettavo, e che conferma tutto

C’erano già tre brani che avevo ascoltato in anticipo — Ladro, Il più stanco e Screen-shot — e fin dal primo ascolto mi era chiaro che gli Human Tapes stavano costruendo qualcosa di più di un semplice debutto “ben fatto”. Erano pezzi che, presi singolarmente, funzionavano già benissimo: ognuno con una sua identità precisa, ma tutti accomunati da una scrittura emotiva diretta, senza sovrastrutture inutili.

Il più stanco mi aveva colpito per quel senso di pressione costante, quasi fisico, mentre Screen-shot era riuscito a fotografare con lucidità il disagio dell’apparenza. Ma soprattutto Ladro aveva lasciato un segno particolare: un brano che non cercava effetti speciali, e proprio per questo arrivava più forte.

Con l’uscita completa di Impronte, quella sensazione iniziale non solo viene confermata, ma si amplia. Il disco funziona come un racconto unico, dove ogni traccia è un frammento di vita che si incastra nel successivo. Soul e R&B contemporaneo si muovono con naturalezza, mai forzati, sempre al servizio della narrazione.

La cosa interessante è che, anche ascoltando l’album nella sua interezza, quei tre brani che conoscevo già non perdono forza. Anzi, diventano punti di riferimento emotivi del percorso. Ricordi, Vado Giù, fino a Fine Estate, completano il quadro con sfumature più malinconiche e intime, ma senza cambiare la direzione del disco.

Eppure, alla fine, la sensazione è rimasta la stessa di prima dell’uscita: Ladro è il brano che più mi rimane addosso. C’è qualcosa nel modo in cui racconta il desiderio e la perdita, senza mai diventare didascalico, che lo rende il centro emotivo del progetto. Anche dentro un album più ampio e coerente, continua a essere quello che torna in testa e non si sposta.

Impronte è un esordio che convince perché non forza mai la mano: lascia che siano le canzoni a parlare. E nel mio caso, alcune lo stavano già facendo da prima.

a cura di
Cristina Cerioni

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