In uscita nelle sala italiane domani, giovedì 25 settembre, Le città di pianura è stato presentato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard. La pellicola di Francesco Sossai unisce lo stilema della commedia all’italiana tipica da Il Sorpasso allo sguardo di registi come Aki Kaurismaki e Jim Jarmusch. Il risultato è una boccata d’aria fresca graditissima.
Le città di pianura è una di quelle pellicole che negli ultimi anni ci mostrano quanto si debba dare spazio a nuovi autori e nuovi sguardi che hanno tanto da raccontare.
Guardando il portfolio del regista Francesco Sossai, si scopre con stupore che quest’ultimo è stato assistente alla regia di grosse produzioni internazionali come Tenet e Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno, e mai ci si sarebbe aspettati titoli di questo tipo.
Questo perché il suo lungometraggio, presentato a Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard, è fin dalle premesse un dichiarato atto d’amore a pellicole che hanno consacrato la commedia all’italiana nell’olimpo dei film del genere, come Il Sorpasso. Non mancano influenze e analogie con altri registi europei e d’oltreoceano, come i lavori di Aki Kaurismaki, le pellicole di Jim Jarmusch o i protagonisti di Un Altro Giro (Druk) di Thomas Vinterberg.
Le città di pianura è un road movie sempre costellato da alcol, che racconta uno spaccato, o meglio un intero microcosmo. Quello delle città del Veneto, dei luoghi e dei personaggi controversi che lo abitano.
L’idea di riprendere gli stilemi del road movie e della commedia all’italiana diventa il pretesto per raccontare vite e ambienti, proseguendo con la tradizione ma filtrandola con un occhio nuovo: quello di un autore che vuole mettersi in gioco.
La trama
Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla) sono due cinquantenni sbandati che vivono alla giornata, ossessionati dalla continua ricerca – o dal posticipo – dell’ultimo bicchiere. Nel loro lungo viaggio in Juagar, una sera decidono di proseguire il tour alcolico a Venezia.
Qui si imbattono in un piccolo festeggiamento di laurea tra amici. Tra loro si nasconde il timido e rigido Giulio (Filippo Scotti), studente di architettura che, per qualche motivo, li attrarrà a sé. Senza esitare troppo, i due decidono di prenderlo sotto la loro ala e di trascinarlo nel loro infinito viaggio, tra continui cambi di mete, imprevisti e momenti in cui i personaggi inizieranno a raccontarsi e svelarsi.
Carlobianchi e Doriano, maschere sorridenti di vite difficili
Fin dalla prima scena del film, la caratterizzazione dei nostri protagonisti appare estremamente chiara, mostrandoci lo stile di vita che questi ultimi hanno scelto nel corso degli anni.
Non soddisfatti della serata, infatti, essi decidono giustamente, di fermarsi in un nuovo locale, realizzando solo qui di essere riusciti, grazie allo stato di ebrezza, a capire il senso della loro vita. Un attimo dopo, lo dimenticheranno del tutto, iniziandosi ad arrovellare sulla conclusione raggiunta con le sinapsi completamente imbevute di alcol.
E qual è questo loro senso della vita? Qual è la loro missione? Perché i due continuano ad vivere in questo modo?
Il film non fornisce mai risposte chiare, né tantomeno nichiliste nei confronti dei due personaggi: essi sono esseri umani e, nel corso delle loro eterno viaggio verso “l’ultima bevuta”, lo spettatore apprenderà le loro fragilità, le contraddizioni e i momenti che hanno segnato le loro esistenze, tra ricordi e fallimenti.
Le atmosfere vengono segnate da questo continuo riecheggiare di memorie passate: i due sono reduci della vita, sconfitti dalla crisi del 2008 e da alcune personali. Si sono rifugiati nell’alcol da veri Peter Pan e come dicono anche loro, sono troppo vecchi per crescere.
“La voglia di bere l’ultima non si esaurisce mai, perché va al di là della sete.”
Bere diventa il loro unico svago possibile, all’interno di un mondo in continua evoluzione che sembra averli messi con le spalle al muro. Perché un rifugio sicuro dove annebbiare la mente e continuare a prendere tutto sotto gamba è più confortante che accettare la realtà e il cinismo del mondo esterno.

L’incontro con Giulio
I due vitelloni costringono il giovane Giulio a unirsi alla loro scorribanda, con la promessa che il giorno dopo lo riaccompagneranno a Mestre per riprendere il computer che gli serve per una revisione universitaria.
Ma il loro viaggio è destinato a subire non pochi stravolgimenti, con continui cambi di mete e un susseguirsi di eventi sempre più imprevedibile.
I tre finiscono per condividere insieme il resto del tempo, con quella dicotomia che tanto ricorda agli spettatori la dinamica dei due protagonisti de Il Sorpasso, film dichiaratamente ispiratore a detta del regista stesso.
Il road movie
Carlobianchi e Doriano prendono Giulio sotto la loro ala protettiva e lo coinvolgono in un road movie a metà tra un film di Jim Jarmusch e uno di Aki Kaurismaki. Metteranno, infatti, Giulio nella condizione di interfacciarsi con prospettive tanto diverse dalle sue, in compagnia di personaggi che mai avrebbe incontrato prima.
I tre cambieranno il loro modo di vedere il mondo e rievocheranno vecchi ricordi, mentre sullo sfondo si staglieranno i luoghi più disparati del Veneto, in un mix di passato e presente. Complice anche la scelta di girare in pellicola, che restituisce l’immagine di un’ opera avulsa dal tempo, a metà tra due epoche.
Ogni tappa diventa un capitolo: ci si ferma, si beve, ci si racconta, e si riparte. Un ciclo infinito, specchio dell’esistenza perpetuata dai due buontemponi.

I personaggi
Carlobianchi e Doriani sono figure sconfitte dalla vita, socialmente poco accettate. Nostalgici per definizione e nullafacenti che infestano la pianura padana: sempre intenti a bere, a ridere, a far festa. Vivono alla giornata, unendosi alle bevute degli studenti, fingendosi architetti per gioco ed incontrando vecchie conoscenze. Nulla è davvero utile alla loro crescita, ma tutto serve a rinviare il confronto con la realtà.
E qui l’interpretazione di Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla è sicuramente impeccabile. Gli attori riescono a rendere questi personaggi così autentici e tangibili che, a più riprese, lo spettatore finisce per immedesimarsi nello sguardo di Giulio, che li accompagna. Come il passeggero nel retro della Jaguar, con l’impressione di ritrovarsi di fronte a persone che abbiamo conosciuto realmente.
Il giovane Giulio di Filippo Scotti è, invece, in tutto lo specchio della nuova generazione: un ragazzo colto e saturo di conoscenze, ma non di esperienze. Un giovane insicuro, che ha difficoltà ad affermarsi, incapace di decidere, sempre pronto a declinare proposte fuori dai suoi schemi.
Sotto la sua lente, il film si trasforma per il suo personaggio in un vero e proprio coming of age imprevisto: una viaggio apparentemente superfluo con due estranei, che lo sottoporrà a cambiamenti e a forti prese di posizione. I racconti di fallimenti altrui e di altre vite diventeranno così uno sprono a migliorarsi e ad accettarsi.
Tra questi racconti passati emerge quello del vecchio amico e sodale dei due vitelloni, il loro compagno Genio, costretto a migrare in Argentina per evitare le ripercussioni di qualcosa che forse ha coinvolto anche i nostri protagonisti. Interessante e funzionale aver scelto Filippo Scotti per compiere un doppio ruolo in questa porzione del racconto: è infatti sempre lui a vestire i panni di Genio nel flashback dedicatogli.
Le interpretazioni dei tre attori sono in definitiva eccellenti, capaci di trasformare queste figure ai margini in personaggi tridimensionali. Dopo averci conquistato in È stata la mano di Dio, Filippo Scotti si riconferma il giovane volto più importante e iconico del nuovo cinema italiano.

Tante influenze per uno stile unico
Nel passato assistiamo a un flashback peculiare: durante il suo ultimo giorno in ditta, un operaio riceve una visita in elicottero dal suo capo, il quale lo ringrazierà con un rolex per gli anni di duro lavoro e per la fedeltà dedicatagli. Una scena apparentemente semplice, ma in grado di mettere in chiaro fin da subito i connotati grotteschi e surreali che a volte la pellicola assume. Una scena che mi ha ricordato l’assurda sequenza iniziale dell’elicottero ne La Dolce Vita di Fellini e i personaggi peculiari del cinema di Sorrentino che ne sono derivati.
Le soggettive dell’auto sulle lunghe strade buie ricordano, inoltre, scene analoghe di Strade Perdute. Esse assumono qui un tono meno cupo rispetto quelle di Lynch, ma hanno la stessa valenza metaforica relativa allo smarrimento interiore dei personaggi.
Inoltre, la colonna sonora tipica dei diner è presente a più a riprese, avvicinando il film più ai road movie americani che al cinema italiano di oggi.
Nella pellicola si percepisce tanta nostalgia per luoghi che stanno cambiando e non sono più gli stessi. Il Veneto diventa, infatti, un personaggio a sé e viene ritratto come un microcosmo di locali, personaggi e ampi paesaggi, lontano dalle classiche Roma e Napoli, sempre protagoniste delle produzioni attuali italiche. Il fatto, poi, che il regista abbia lavorato in produzioni internazionali e si vede eccome! Francesco Sossai dimostra di avere un background molto ampio e solido, attestato da tutte le influenze che sono alla base della pellicola.

Tirando le somme
Il film è una fotografia sincera del Veneto, delle sue meraviglie e delle sue zone d’ombra. Le città della pianura padana diventano città di solitudine e luogo di continua riflessione.
Le città di pianura è un’opera che rilegge la storia di un luogo e delle persone che la abitano, con uno sguardo a metà tra una risata sguaiata e malinconica. Dimostrandoci quanto luoghi poco raccontati nel cinema italiano si prestino a essere il perfetto setting per storie di crescita e, purtroppo, utilizzate troppo poco per scenari di opere del genere. Esistono luoghi al di fuori di Roma e Napoli e film come questo devono assolutamente ricordarcelo.
Carlobianchi e Doriano sono due eterni fannulloni che rifiutano di crescere, sempre sornioni e pronti a far festa, ma profondamente smarriti e malinconici. Si ride molto con loro, ma sempre in modo agrodolce, poiché dietro le battute e fiumi di alcol emergono fragilità profonde.
Le tappe del viaggio sembrano importanti ma non lo sono mai, mentre la storia riflette la stessa andatura dei due protagonisti. Sospesa, inconcludente e barcollante, esattamente come faceva Il Grande Lebowski dei fratelli Coen.
Francesco Sossai vuole imporsi nel cinema italiano come una voce fuori dal coro. Un autore che vuole raccontare un road movie sui perdenti, capace di mescolare la tradizione della commedia all’italiana a influenze internazionali. Facendolo, ci investe emotivamente con un’opera sui cambiamenti e sull’impossibilità di crescere davvero, che racconta a fondo questi nostri tempi andando oltre la superfice apparente.
a cura di
Alfonso La Manna

