“Torno per dirvi tutto”, la duplice opera di Lory Muratti

“Torno per dirvi tutto”, la duplice opera di Lory Muratti
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“Torno per dirvi tutto” è la nuova fatica artistica dello scrittore e musicista Lory Muratti. Alla redazione di The Soundcheck, Muratti ha concesso un’intervista che spiega meglio la natura del suo lavoro

Lory Muratti, musicista, scrittore e regista, è tornato il 22 novembre il libreria con “Torno per dirvi tutto“, edito da Miraggi Edizioni. Il romanzo è stato accompagnato nel processo creativo anche dalla produzione dell’album omonimo, pubblicato da Freecom e anticipato in radio dal singolo “Due comparse perfide”.

Gli otto capitoli, affiancati dalle otto tracce del disco, seguono le vicende di Lory – intrecciando realtà a finzione – tra le forme e i paesaggi della Mitteleuropa. Il protagonista, nel tentativo di indagare sulla recente morte del padre, si trasforma in un Caronte moderno – un facilitatore di suicidi – accompagnando le anime alla deriva.

Benvenuto su The Soundcheck Lory! Ogni traccia del disco è affiancata da un capitolo del libro, cosa nasce prima e come è stato accostare i due percorsi creativi?

Il mio mondo compositivo è da sempre caratterizzato dall’incontro fra lo scrittore e il musicista. Due anime che si sono mostrate mettendosi in relazione in modo spontaneo. È iniziato tutto quando, sin da giovanissimo, cercavo di elaborare un vissuto scrivendone con l’intenzione di trasformare l’esperienza in parole, appunti, stralci e in particolare in racconti.

Era a quel punto che le emozioni scaturite in me e la spinta che mi avevano fornito per mettermi al lavoro, cambiavano forma. Mi spingevano al pianoforte o alla chitarra per provare a descrivere anche in musica quello che stavo provando. Il racconto, scritto di getto, si mostrava così come il terreno ideale per la costruzione del testo che avrei cantato in una chiusura del cerchio che innescava un profondo legame tra le due forme.

È nata in questo modo la dialettica in cui mi muovo tra musica e narrazione, una dimensione che è cresciuta fino a prendere il respiro di un romanzo e un disco di canzoni a esso ispirate. Una formula vera e propria che ha preso vita ufficialmente nel 2007 con il titolo Hotel Lamemoria (pubblicato per Mondadori sotto lo pseudonimo Tibe) e che da allora ha caratterizzato tutte le mie produzioni.

Come è stato collaborare con un artista come Cristiano Godano?

Cristiano e io siamo in reciproco confronto da anni e in varie forme, sia sul palco che nella vita. Credo sia questo allineamento umano, oltre che artistico, la motivazione profonda che ci ha spinti a condividere il percorso de Gli invisibili.

È questo il titolo del brano in cui duettiamo all’interno dell’album e in cui proviamo a far incontrare i nostri linguaggi. Interpretiamo così una visione e una condizione che ci accomuna profondamente: quella di colui che naviga tra luce e ombra in un coerente percorso dove la musica, la scrittura e l’arte hanno in genere anche il compito di affrontare temi profondi, scomodi, evitati dalle grandi rotte dell’edonismo imperante.

Il luogo de “Gli invisibili” è il luogo dove farsi domande, dove entrare in reale ascolto e dove tornare a guardarsi negli occhi. Questo non fa di noi due individui incapaci di sentirsi leggeri o di divertirsi, tutt’altro. Crediamo solo che la leggerezza senza consapevolezza faccia di noi tutti persone in balia dei venti che soffiano per mano altrui.

Ad accompagnare il cammino del protagonista – ed anche il tuo percorso creativo – troviamo le strade ed i paesaggi della Mitteleuropa, quale significato hanno per te queste città?

Ognuna di quelle città è profondamente legata a un periodo della mia vita e, con particolare riferimento alla loro presenza all’interno del libro, sono state lo scenario dentro il quale ho mosso i miei passi raccogliendo la storia di cui ho scritto.

Hanno anime profondamente diverse fra loro e sono state quindi il teatro perfetto per sviluppare la storia a cui desideravo dare vita, ma prima di tutto per viverla. La vita stessa è molto diversa a Praga, a Vienna, a Parigi o sul Lago di Bled in Slovenia.

Osservare come i luoghi influenzino profondamente la nostra percezione della realtà e le nostre scelte, trovo sia un esperimento molto interessante da fare e anche un modo per creare le storie che desideriamo raccontare.

Nel romanzo il protagonista e la tua persona si fondono tra realtà e finzione. Qual è il significato realistico dietro il ruolo di “facilitatore di suicidi”?

La mia scrittura, e l’universo che soggiace alle mie produzioni artistiche, è caratterizzata da un approccio in cui sviluppo, elaboro, interpreto e trasformo vicende e vissuti reali muovendomi in sottile equilibrio tra finzione e verità, vita e menzogna. È una pratica che trovo stimolante, ricca di implicazioni psicologiche e soprattutto capace di dare un senso e un posto nuovo a quello che viviamo.

Credo infatti che trasformare e ridisegnare il tracciato delle nostre vite sia uno dei compiti fondamentali e salvifici dell’arte. La scrittura ha la capacità di farci riscrivere il mondo, il tempo, la vita e la morte aiutandoci a curare le ferite e a interpretare quello che non comprendiamo.

La figura del “facilitatore di suicidi” o di colui che, sentendo troppo intensamente il dolore degli altri non può esimersi dall’aiutarli a compiere il passo verso “una nuova vita che verrà”, è chiaramente una figura letteraria che risponde però a una dinamica profondamente umana: l’empatia.

Puoi dirci qualcosa di più?

Sono valori profondi in un contesto inusuale a riscrivere la particolare etica del personaggio ed è proprio lì che si annidano i suoi tratti più realistici, nella totale assenza di giudizio e nella strenua convinzione che il libero arbitrio sia il nostro unico direttore d’orchestra. Il corpo come limite ultimo e imprevaricabile delle nostre scelte, simbolo di integrità e di inviolabilità, è in questo contesto un aspetto centrale.

Confrontarci anche con ciò che non comprendiamo e aprire un dialogo di luce nell’ombra è la meta verso cui vorrei che i passi del protagonista spingessero il lettore. Ascoltare per provare a comprendere, per costruire e magari evitare che accada ciò che per noi rappresenta il peggio, comprendendo però il perché, per qualcun altro, possa essere invece il sollievo più auspicato.

Smettere di nascondersi di fronte a ciò che ci spaventa e scoprire motivi e ragioni che non avremmo mai immaginato. L’ascolto non è mai aiuto a senso unico ed è anzitutto mettersi al servizio dell’emozioni dell’altro il compito di questo personaggio di carta e inchiostro che non si sottrae al compito, ma che sente a sua volta in modo profondo la crisi interiore.

La letteratura serve a creare iperboli, fascinazioni, mondi immaginari attorno a temi reali di cui credo sia molto importante parlare. Se questo lavoro avrà la capacità di farlo, anche solo in piccola parte, avrà raggiunto il suo scopo.

Diviso tra cantautorato, musica orchestrale ed elettronica, c’è un’anima che secondo te prevale di più nell’album?

Più che elettronica vera e propria, c’è in realtà un approccio elettronico all’organizzazione del materiale (rigorosamente elettro-acustico) che compone il lavoro. Un lavoro di canzoni d’autore dall’animo orchestrale, suonate con attitudine profondamente rock e new wave. Anime differenti e apparentemente distanti che credo si muovano in un loro particolare equilibrio.

Comporre, scomporre e riscrivere partendo da ciò che si è registrato è l’approccio che ha caratterizzato la costruzione di un suono dove non sento prevalere un’anima sulle altre. Trovo invece che sia un continuo lavoro di contrappunto, dove questi mondi prendono a turno il sopravvento dialogando senza mai aderire del tutto a stilemi di genere, la vera chiave di lettura musicale del progetto.

a cura di
Andrea Romeo

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