Placebo, “Never let me go”. La recensione

Placebo, “Never let me go”. La recensione
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Suoni acuti e altisonanti, chitarre distorte, melodie taglienti e l’inconfondibile voce di Brian Molko segnano il ritorno dei Placebo con un inno alla gioia realizzato nel pieno stile della band britannica

Never let me go: non lasciarmi mai, titola il nuovo album dei Placebo; anche se il dubbio che l’avrebbero fatto iniziava a palesarsi, dopo nove lunghi anni passati dall’uscita di “Loud like love”, tra le celebrazioni per il ventennale del gruppo e una serie infinita di tournée mondiali.

Una situazione innovativa per il gruppo, che si ritrova per la prima volta ad essere un duo dopo l’abbandono del batterista Steve Forrest nel 2015. Rimane invariata invece l’anima della band: la voce di Brian Molko, la sua capacità creativa alla chitarra supportata dal basso e dall’ecletticità di Stefan Olsdal, con l’inconfondibile vena elettronica che non li abbandona mai.

Steven Olsdal e Brian Molko
La travagliata via della batteria

Quello del batterista è un abbandono figlio di una storia più lunga, che parte dal lontano 1996 con Robert Schultzberg, batterista originale della band, anche se protagonista solo nell’esordio. Steve Hewitt infatti ne ha subito preso il posto, accompagnando il gruppo per buona parte del percorso, caratterizzato da uno stile puntuale e calcolato.

Totalmente l’opposto del suo successore Steve Forrest, giovane, energico e combattivo, che dal 2008 ha contribuito nella crescita e nello sviluppo musicale, ma soprattutto a dare nuova linfa ai live, con una batteria irruenta e mai banale, capace di rivisitare i pezzi storici in chiave completamente nuova, rendendo ogni concerto unico.

Il batterista Steve Forrest
La composizione invertita

“Stefan Olsdal mi dice sempre che non ha mai conosciuto nessuno con un problema di noia come il mio. Ho una soglia molto bassa e questo si riflette nel modo in cui lavoriamo

Brian Molko

Trovandosi per la prima volta da soli, Brian e Stefan scelgono di cambiare e, invece che partire alla ricerca di un terzo membro, decidono di concentrarsi su sé stessi, cercando di mettersi alla prova per trovare nuovi stimoli e una rinnovata vena creativa, generando un album completamente al contrario, come dichiara Molko:

“Sono andato da Stefan con delle immagini e una lista di titoli di canzoni che ho scritto negli ultimi cinque anni e gli ho detto: ‘scegliamo la copertina dell’album prima di scrivere la musica, iniziamo con i titoli prima delle canzoni e poi registriamo tutto l’album senza un batterista’.”

Folle, visionario, ambizioso e con un pizzico di non-sense. Come non amare Brian Molko?

Steven Olsdal e Brian Molko
Un viaggio all’interno del disco

Il viaggio comincia nel migliore dei modi, con Forever Chemicals che si erge a inno lunatico e sperimentale di questa rinnovata esperienza creativa. Beautiful James e Try better next times sono tra i primi singoli radiofonici pubblicati, la prima ricca di sintetizzatori, mentre la seconda con venature pop. Non mancano riferimenti agli album precedenti, come Hugz che ci riporta alla mente la chitarra di For what is worth (2009), in una lotta per affermare la propria identità.

Happy birthday in the sky e The prodigal, invece, ci teletrasportano attraverso le atmosfere profondamente emotive dell’album Meds (2006), la prima con toni struggenti e nostalgici, la seconda maestosa e arricchita dall’uso degli archi. Surrounded by spies è un brano coinvolgente, ispirato da fatti realmente accaduti al cantante, caratterizzato dalla contrapposizione tra le melodie malinconiche del pianoforte, e il ritmo incalzante e sempre crescente della batteria. Un gioiello.

Sad white reggae è il pezzo che non ti aspetti, dotato di un groove di basso e di un ritmo di batteria controtempo che coinvolge e denota il cambiamento rispetto al solito stile. Il disco riceve una scossa di energia con due pezzi energici come Twin Demons e Chemtrails, per affievolirsi verso la fine tra i versi di This is what you wanted. Il nostro viaggio si conclude tra le melodie di Went Missing e la riflessione finale di Fix Yourself.

Never let us go

La copertina dell’album mostra una spiaggia circondata dalle montagne, piena di pezzi di vetro colorati che rappresentano in realtà rifiuti umani levigati dal mare. Un’atmosfera eterea, dipinta di ciano, che si sfoca sui bordi rivelando un glitch di sistema, a indicare una realtà, che forse non è come sembra?
Quello di cui siamo certi, è che l’esperimento è riuscito, la follia ha dato i suoi frutti, e noi non vediamo l’ora di ascoltarlo un’altra volta.

A cura di
Mattia Mancini

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