“Masters of the Universe: Revelation”. He-Man è tornato

“Masters of the Universe: Revelation”. He-Man è tornato
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“Per il potere di Grayskull!”. Sì He-Man, abbiamo capito, ma stai calmino

Sono passati diciannove anni dall’ultima volta. “Ma cosa dici, He-Man è un cult dell’animazione anni ’80!”. Sì, ma ha subito diverse riesumazioni: il sequel fantascientifico del 1990 e la versione teen spaccone del 2002, senza contare il live action con Dolph “ti spiezzo in due” Lundgren.

Detto questo, “Masters Of The Universe – Revelation” approda su Netflix come sequel diretto della prima serie, quella con le animazioni fluide-ma-ripetitive. Quella nata perché Mattel aveva prodotto i giocattoli ma non sapeva come spingere le vendite.

Gli eroi di Eternia me li ricordavo diversi. Meglio così

La nostra mente applica spesso un’orribile patina di bellezza sui nostri ricordi, dunque molti pensano a Raffella Carrà sotto steroidi a He-Man degli anni ‘80 come a qualcosa di fantastico. Aveva uno stile riconoscibile, senza dubbio, ma era brutto. Batman degli anni ’70 era più espressivo, ammettiamolo. Le morali a fine puntata e il character design, poi, sono invecchiati male, molto male (tranne Duncan, un Magnum PI nell’armatura del marine di Doom).

“They’re the same picture” (cit.)

Inoltre, come fanno tutti a non capire che Adam e He-Man sono la stessa persona? Clark Kent aveva gli occhiali e i capelli pettinati, Superman vista laser e tirabaci da zuzzurellone: uno sforzo infinitesimale, ma almeno uno affetto da presbiopia e con 1/10 di vista sì, avrebbe potuto non riconoscerlo. Ma Adam – HeMan? Muscoli in vista da “non trasformato”, muscoli in vista quando il potere di Grayskull lo pervade. Bah, a Eternia non sono sveglissimi.

Il nuovo che avanza

In questo “Revelation” il character design è, ovviamente, più moderno, grossomodo in linea con la saga Netflix di Castlevania – ma migliore sotto tanti punti di vista -. Adam è un ragazzino mingherlino, che dimostra / vuole mostrare il suo essere adolescente. He-Man diventa nerboruto, un ammasso di muscoli che Arnold Schwarzenegger in “Conan Il Barbaro” in confronto è magro. La disparità fisica esagerata è logica, consequenziale e ci sta tutta.

Stessa cosa dicasi per i comprimari: non vengono snaturati, ma modernizzati, resi esteticamente e, soprattutto, caratterialmente più ricchi di sfumature. Una spalla comica come Orko ora ti lascia scappare quasi una lacrimuccia, Duncan è talmente ligio alle regole reali che è quasi snervante, Teela ha una evoluzione gigantesca, Evil-Lyn è ben sfaccettata. Persino Skeletor, che in questi 5 episodi risulta il personaggio più fedele alla struttura originale, ha dei guizzi di malvagità inaspettati.

Il celebre potere di Grayskull, poi, non è dato per scontato come un qualcosa che non deve essere spiegato “perché è lì, aiuta il protagonista e annienta i cattivoni”. Ci sono dettagli, viene spiegata la sua genesi e la sua importanza per Eternia in quanto essenza magica che deve essere salvaguardata. Dopo quarant’anni, scusate se è poco.

“Revelation”, già solo per questo motivo, assieme a un adattamento e a un doppiaggio di buon livello, ha svolto in questa prima stagione (di appena 5 episodi) un lavoro egregio.

Un ammasso di bei reietti

La prima stagione di “Masters of the Universe: Revelation” funge da prologo per la storia che verrà sviluppata più avanti. Sono passati circa quindici, vent’anni, molte cose sono cambiate. Il perché viene spiegato a volte in maniera didascalica, altre con flashback o richiami alle gesta del passato. Alcuni personaggi sono quasi dei reietti, altri ancora sono caduti in rovina; tutto questo è bello perché si omaggia la serie classica sia in maniera scherzosa (battute e sequenze che fanno il verso alla morale finale degli episodi di He-Man e i Dominatori dell’Universo), sia prendendo il materiale originale come base per lo sviluppo dei personaggi: molte scelte, molti atteggiamenti sono coerenti col loro trascorso.

Sempre dalla parte degli eterni secondi. Lunga vita a Skeletor
Lei è un bel direttore! (cit.)

L’impronta di Kevin Smith c’è, leggera, ma c’è, soprattutto nell’umorismo un po’ da facepalm sparso qua e là negli episodi. Ben dosato, fa sghignazzare. La trama orizzontale è si dipana piuttosto bene e la scelta di dare più spazio a Teela risulta azzeccata (girl power sì, ma non stucchevole). C’è tanto potenziale da sprigionare ancora, ma le basi sono state poste bene. Il mix tra omaggio e “Ok, però in 40 anni il mondo è cambiato” ha un buon bilanciamento.

Un plauso anche all’adattamento e al doppiaggio italiani: Maurizio Merluzzo ha svolto un lavoro egregio su Adam e su He-Man (anche se delle volte – pochissime – tende a esagerare col registro basso, risultando un po’ fuori posto), Pasquale Anselmo è uno Skeletor perfetto, Barbara De Bortoli ha caratterizzato bene Teela, Saverio Indrio è un ottimo Doom Mar Duncan. Tanto di cappello a tutti.

In definitiva, “Masters of the Universe: Revelation” è un prologo ben calibrato di quello che, speriamo, possa essere il nuovo corso di una serie cult. I presupposti per un buon lavoro complessivo ci sono, incrociamo i flussi le dita e che il Potere di Grayskull possa pervadere tutti noi.

a cura di
Andrea Mariano

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Andrea nasce in un non meglio precisato giorno di febbraio, in una non meglio precisata seconda metà degli Anni ’80. È stata l’unica volta che è arrivato con estremo anticipo a un appuntamento. Sin da piccolo ha avuto il pallino per la scrittura e la musica. Pallino che nel corso degli anni è diventato un pallone aerostatico di dimensioni ragguardevoli. Da qualche tempo ha creato e cura (almeno, cerca) Perle ai Porci, un podcast dove parla a vanvera di dischi e artisti da riscoprire. La musica non è tuttavia il suo unico interesse: si definisce nerd voyeur, nel senso che è appassionato di tecnologia e videogiochi, rimane aggiornato su tutto, ma le ultime console che ha avuto sono il Super Nintendo nel 1995 e il GameBoy pocket nel 1996. Ogni tanto si ricorda di essere serio. Ma tranquilli, capita di rado. Note particolari: crede di vivere ancora negli Anni ’90.

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