Internazionale a Ferrara 2019

Internazionale a Ferrara 2019
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“È facile essere femminista”. Con questa affermazione è iniziato il mio Internazionale quest’anno: una delle “commedianti” di U.G.O., come le ha definite la moderatrice del pomeriggio Marcella Corsi (ingenere.it), ha aperto l’incontro di venerdì “Guerra alla parità” con un esilarante monologo dedicato proprio al significato di questa parola, fin troppo diffusa e data ormai per scontata. Forse, la risposta è insita nella domanda stessa, cosa voglia dire essere femministi, perché sembra che non ci sia definizione migliore della semplice: “non smettere mai di farsi domande”.

L’appuntamento è stato dedicato alle diversità di genere, se n’è parlato insieme alla scrittrice e attivista polacca Agnieska Graff: “Ogni paese europeo ha la sua specialità – ha esordito lei – la Polonia ha il sessismo”. Chi si preoccupa del gender – ha spiegato – pensa che le politiche di genere portino all’inevitabile crollo della società basata sulla famiglia tradizionale, e un conseguente declino della civiltà occidentale””. La domanda che dobbiamo porci, in effetti, è se davvero chi si attiva contro il “gender” pensi ciò che predichi: la risposta è sì. “Vogliono ristabilire quello che secondo loro è l’ordine delle cose – ha continuato Graff – e salvare così tutta l’umanità. Pensano che tutti i mali del mondo siano iniziati con l’Illuminismo, quindi quando diciamo che vogliono tornare al Medioevo non è poi  tanto una metafora”.

Ma quali sono le loro battaglie politiche? Una lunga sequela di negazioni: no all’aborto, no al divorzio, no alle ricerche sulle cellule staminali, no ai matrimoni gay. “Non è una questione politica – incalzava Corsi – sono ideologie trasversali ai movimenti politici”. Viene da chiedersi che forme prenda oggi la misoginia. Ha tentato così di rispondere l’attivista polacca, enunciando quelli che sono gli argomenti più utilizzati dagli antigender: “Dicono che il femminismo distrugga la vita delle donne, perché le porta lontano dai figli e le rende estranee ai propri mariti. Ci vogliono rimettere al nostro posto. La misoginia è il disprezzo di una donna in quanto tale, per ciò che è, dunque quello che viene odiato è la sua natura da essere umano”.

E i social media? L’attivista non ha dubbi: sdoganano una misoginia sotterranea, c’è chi si sente autorizzato a scrivere di tutto. La risposta delle donne polacche e di tutto il mondo però c’è stata, ed è forte e chiara: “Negli ultimi due anni i movimenti femminili non sono più portati avanti solo da intellettuali borghesi ed elìte. Partono dal basso. I femminismi, perché al plurale se ne deve parlare, sono la reazione concreta che combatte il tentativo di condizionare le scelte delle donne in ogni ambito, a partire da quello lavorativo, e sanitario”.

Anche nei panel di sabato l’attenzione al femminile e alle questioni di genere non è mancata. Sono stati i cambiamenti prodotti dalla digitalizzazione del lavoro ad essere al centro dell’incontro di sabato pomeriggio, protagonista Juliette Webster (work and equality research) che ha dialogato con Barbara de Micheli (ingenere.it). “Il nostro lavoro è ormai anytime e anywhere: la vita privata ha confini sfumati”, così ha aperto l’incontro De Micheli, che ha sottolineato come il lavoratore moderno si sia dovuto adattare a nuovi ambienti lavorativi, flessibili, densi di tecnologia, ma soprattutto virtuali.

La ricerca dell’equilibrio tra gli evidenti vantaggi e opportunità offerti dal digitale e i rischi deve essere una priorità in ambito professionale. “La vita è cambiata grazie ai device che abbiamo tutti nelle nostre tasche – ha affermato Webster – il mondo del lavoro è cambiato parecchio da quando esistono le piattaforme per la ricerca e l’offerta di impiego”. Molti sono i lavoratori freelance che si inseriscono in questo complesso meccanismo di domanda/offerta: il guaio è che si accaparra l’offerta di lavoro chi chiede meno, contribuendo a non disinnescare mai il motore di una macchina che rende la professione insicura, precaria, poco pagata, temporanea e del tutto non protetta.

La nostra è una fase economica molto delicata, come sottolinea Webster, siamo davanti a cambiamenti epocali, eppure nel mondo del lavoro ancora un punto fisso c’è: il guadagno femminile, sempre e comunque inferiore rispetto a quello dei lavoratori. “Le donne ricercano da sempre mestieri che le coinvolgano emotivamente – ha continuato – e queste nuove dinamiche le penalizzano sempre più”. Spesso ci si trova in situazioni di “lavoro bulimico”, come l’ha definito, momenti di impegno massimo e di richiesta altissima, seguiti da un crollo improvviso e una conseguente assenza di lavoro. “Fino a quando non avremo il diritto di restare disconnessi – ha concluso – saremo sempre tutti ansiosi. Bisogna tracciare delle linee precise tra lavoro e vita privata”.

Sabato sera, poi, il tono si è fatto decisamente diverso: se negli incontri precedenti si era trovato spazio per momenti di spensieratezza grazie al collettivo teatrale U.G.O. di comicità letteraria, le questioni al centro dell’incontro al Teatro Nuovo non ammettono leggerezza.

“La domanda è perchè gli uomini stuprano”, ha risposto sicura la scrittrice francese Virginie Despentes alla prima domanda dell’appuntamento, postale dal giornalista Pietro del Soldà. Non si tratta di capire se le donne sono “buone o cattive vittime”, ha sottolineato poi, insistendo sullo slittamento di responsabilità tra carnefici e sopravvissute: “Quando la finirete?”. La definizione di stupro è il non avere scelta, come dice la scrittrice, e non è in nessun modo una colpa femminile: “Lo stupro è un problema vostro”.  Il titolo della serata, King Kong su Urano riprende i titoli dei libri dei protagonisti della serata (rispettivamente King Kong Theory e Un appartamento su Urano) e non è casuale. King kong fa parte dell’immaginario collettivo e rappresenta una sensazione ben precisa vissuta da Virginie, quella di essere etichettata come una minaccia: “Si immagina sempre King Kong come una figura maschile, anche perché è animalesco, potente. Ma è altrettanto protettivo, se vogliamo”. L’affinità tra il personaggio del celebre omonimo film e la scrittrice sta nella considerazione ricevuta dalla società: “Mi sono sempre sentita di essere esibita come una minaccia, un qualcosa che può scoppiare da un momento all’altro”.

“La vera questione riguardo allo stupro è come la mascolinità sia diventata sinonimo di uso della violenza come strumento di potere”, continua Paul Preciado, altro protagonista della serata. I rapporti binari che ci hanno sempre definito non sono più esaurienti, secondo il filosofo spagnolo, e sarebbe bene ripensare le relazioni e le identità. La costruzione di un’identità non è un processo univoco, e diventa ancora più complesso quando la persona fa parte di una minoranza: “Quella dominante è una cultura maschile, che non ascolta il punto di vista dei corpi dimenticati”.

Nonostante ci si dia un gran daffare per definire e definirsi, però, la tassonomia delle identità è un sistema imperfetto, come ha spiegato: “Le identità in cui ci riconosciamo derivano da ciò in cui ci rispecchiamo a livello politico, giuridico, sociale: è ciò che tratteggia i rapporti  e le relazioni della nostra vita. Tuttavia esiste un divario tra identità e piacere, i dispositivi di soggettivazione falliscono”.

Il momento storico in cui viviamo, secondo Preciado, è del tutto rivoluzionario: anche se sembra che non stia accadendo nulla, ha affermato, è in atto una rivoluzione dei corpi, e in particolare delle modalità di riproduzione sessuale. “Penso che sia un movimento inarrestabile – ha concluso – la tassonomia di identità a cui siamo abituati è stata inventata dalla medicina, ma oggi è definita dal mercato e dai social network. Non esiste una realtà empirica che definisca cosa è maschile e cosa è femminile. Definitevi corpi vivi. Al di là del genere, del sesso, della razza. Dobbiamo riappropriarci della vita”.

a cura di

Irene Lodi

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