La California, nella musica, è una parola pericolosa. Basta pronunciarla e arrivano subito il sole, le palme, l’oceano, le automobili con i finestrini abbassati e quella promessa di libertà che l’immaginario americano ha venduto per decenni. Naesh sceglie proprio quella parola per il suo nuovo singolo, ma la cosa interessante è che non sembra particolarmente interessato a cartolina.

“California”, prodotta da RameBiz e disponibile dal 20 agosto per Believe Music Italy, arriva al termine di una fase del percorso dell’artista e prima di un nuovo album atteso a settembre. Ma più che sembrare una conclusione, il brano ha il sapore di una partenza.
Non è tanto la California geografica a interessare Naesh, quanto quello che quella parola può rappresentare: un posto mentale, una direzione, l’idea che da qualche parte esista una versione diversa delle cose. E qui il viaggio diventa inevitabilmente anche interiore, senza però trasformarsi nell’ennesima canzone sul “cercare sé stessi”.
È proprio questo a rendere il brano interessante nel percorso di Naesh. Dopo una canzone come “Vita Lenta”, costruita attorno alla necessità di sottrarsi alla velocità, e dopo “Re Carlo”, più legata all’osservazione ironica delle contraddizioni del presente, “California” sembra spostare lo sguardo altrove.
Non serve più necessariamente guardare quello che non funziona. Si può anche immaginare cosa ci sia dopo.
Naesh continua a muoversi dentro un linguaggio che non ha bisogno di scegliere rigidamente tra rap e contaminazioni pop: la scrittura rimane il centro, mentre la produzione di RameBiz costruisce lo spazio necessario perché il pezzo possa respirare. È una dimensione coerente con l’evoluzione mostrata dall’artista negli ultimi mesi, ma senza dare l’impressione di essere semplicemente un altro capitolo dello stesso discorso.
E forse è proprio qui che “California” trova il suo senso migliore: non nel raccontare un luogo, ma nel trasformarlo in una possibilità.
Perché alla fine non è detto che bisogni davvero arrivare in California. A volte basta avere un posto immaginario verso cui puntare il navigatore. Il resto è strada.
a cura di
Cristina Cerioni

