Dementia, ottavo album in studio dei Sick Tamburo, non è un concept sulla perdita. È un disco sulla presenza. Su quello che resta quando tutto sembra scivolare via
La demenza non arriva come una frana. Lentamente, sposta le cose, cambia i nomi. Prima ti ruba le chiavi, poi i volti, le parole. Alla fine lascia solo una sensazione vaga, una vibrazione di fondo. Un rumore.
“Dementia”, il nuovo disco dei Sick Tamburo, parte esattamente da lì: da quello spazio in cui la mente smette di funzionare come archivio e diventa campo aperto, confuso, vulnerabile.
Non una diagnosi. Una condizione.
Una voce che non chiede applausi
Per la generazione cresciuta tra l’esplosione di Chernobyl e quella dei Nirvana, Gian Maria Accusani – voce, chitarra e fondatore dei Sick Tamburo – incarna un punto cardinale storto. Quello che non indica il nord, ma resta quando la bussola gira a vuoto.
Prima con i Prozac+, senza consolazione, ma capaci di non farci sentire dispari in una società che sembrava aver già scelto tutto per noi. Poi con i Sick Tamburo, ancora con Elisabetta Imelio, quando l’urlo è diventato più profondo, adulto e necessario.
Un fratello maggiore a cui confidare che vuoi licenziarti, a cui presentare la ragazza conosciuta a un concerto e con cui vorresti mettere su famiglia. Uno di quelli che non ti spiegano la vita e non spettacolarizzano il dolore, ma lo attraversano. E se cadono, si rialzano senza farne un monumento o un reel di Instagram.
In “Dementia” questa postura è chiarissima. C’è una lucidità quasi spietata nel raccontare lo smarrimento, senza mai trasformarlo in scenografia. Come una voce che ha scelto di non diventare nostalgica, la sua scrittura è chirurgica: taglia via l’enfasi e lascia frasi brevi, quasi appuntate su un taccuino che non vuole diventare libro. È una lingua che non cerca metafore decorative, solo precisione.
E dentro quella precisione, Elisabetta vibra. Come frequenza. È nel modo in cui il dolore non diventa mai melodramma. Nel rifiuto di addolcire. Nell’assenza di pornografia emotiva. Nel fatto che ogni parola sembra pesare il doppio.
È anche da qui che si capisce perché “Dementia” esca per La Tempesta Dischi. Non è un dettaglio editoriale, è una dichiarazione di appartenenza: una comunità che negli anni ha costruito un modo alternativo di stare nella musica, senza trasformare l’indipendenza in posa. La copertina firmata da Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti è un filo che tiene insieme storie diverse ma compatibili.
Quando il silenzio si incrina
Il titolo dell’album trae in inganno. Potrebbe far pensare a un disco chiuso, claustrofobico. E invece “Dementia” è un concept che guarda fuori, prendendo la fragilità individuale e allargandola al mondo, in chiave alternative rock: il loro timbro inconfondibile, figlio del punk e del post-punk italiano, sempre più orientato a incrinare il silenzio piuttosto che arredarlo.
Mi gira sempre la testa non è solo una confessione, è una fotografia generazionale. “Non so cos’è che mi manca / Non so cos’è che non gira”, è la frase di chi vive un presente saturo e prova un malessere che non ha nome.
Musicalmente è costruita su un equilibrio instabile: riff circolare, basso che tiene il centro, voce che non si scompone. Non c’è esplosione liberatoria. C’è un movimento che ritorna, come un pensiero che non trova sfogo, un’ossessione controllata.
Ho perso i sogni spinge ancora più in là il perimetro. La voce di un giovane adulto che implora “Basta guerre, basta bombe / Ho solo tredici anni” non è retorica pacifista. È un cortocircuito, un pugno in uno specchio che restituisce un’immagine che non ci piace. È l’età dell’innocenza che scopre di essere già in ritardo.
Qui il suono si fa più aperto, ma non più rassicurante. La melodia si muove dentro geografie pop, ma il testo la sabota, evitando ogni enfasi cinematografica: niente archi gonfi, nessun crescendo. Solo una linea che avanza e ti mette davanti a una verità scomoda. Quella di non abituarsi all’orrore, mentre qualcuno, da qualche parte nel mondo, prova ancora a convincerci che sia normale.
I Sick Tamburo hanno sempre avuto un radar per le figure laterali. Silvia corre sola è una di quelle storie che non finiscono nei titoli di coda. “Silvia corre sola / E non si ferma più”, è la poesia involontaria di chi abita i margini, dove correre è l’unica traiettoria di sopravvivenza possibile. In un disco che parla di memoria, Silvia è l’immagine di chi non vuole essere definita da ciò che dimentica.
Corre per non essere ridotta a didascalia, per restare irriducibile. Il ritmo sostiene il passo, le chitarre disegnano un paesaggio che non è accogliente ma nemmeno ostile. È semplicemente reale, e non fa sconti.
L’epicentro del disco, Immagina se, non è la diagnosi. È la frattura identitaria: “Se non riconoscessi chi sono e dove sto / E se non ricordassi i volti e le emozioni / i figli e i loro nomi / quel giorno che farò”. La paura non è solo dimenticare una persona, una sensazione, un luogo. È la paura di perdere la trama, di non riconoscersi più. Chi sono io quando la mia memoria vacilla? E chi sei tu per me, quando non riesco a ricordarti?
Ricordare, allora, non è nostalgia. È responsabilità reciproca. È dirsi: io ti tengo a mente, io ti tengo dentro. La voce resta nuda, quasi a voler trattenere il senso prima che si disperda. Qui Elisabetta non è citata. È nell’aria. È nella delicatezza con cui la fragilità viene descritta: non come limite, ma come condizione umana.
C’è una dolcezza ruvida in Chiudi quella porta. “C’è ancora un sole dentro te”, frase che potrebbe sembrare uno slogan, se non fosse incastonata in un contesto che ha già mostrato tutte le crepe. Quando tutto parla di smarrimento, una luce che filtra è disciplina, è un atto di ostinazione. È scegliere di non cedere al cinismo, la scorciatoia più elegante.
Chitarre pulite, ritmo controllato, nessuna concessione all’enfasi. La porta non è un addio. È una soglia. Chiuderla significa proteggere uno spazio. In un disco segnato dalla perdita, chiudere la porta diventa una forma di cura.
Sangue e libertà riporta il suono su un terreno più fisico, più denso. La libertà non è rabbia, è peso, è consapevolezza dell’attrito. La title track, Dementia, chiude il disco senza offrire redenzione. Dinamiche che salgono e si contraggono, come una montagna russa emotiva. Non c’è un finale che sistema, che salva. C’è un rumore che non si dissolve, bianco, come un’eco che non si spegne del tutto.
Anche gli altri brani, Mexican, Non c’è pace e Fuori, dalle traiettorie più intime a quelle più dirette, contribuiscono a questa costruzione compatta. Non ci sono riempitivi. Ogni pezzo è messo lì per tenere la tensione viva.
A chi dimentica
“Dementia” è un album sulla perdita delle coordinate emotive prima ancora che cognitive, che riflette lo stato mentale di un’epoca che dimentica in fretta, rimuove, sostituisce, confonde libertà e distrazione.
Traccia dopo traccia, Gian Maria parla di identità scrivendo da dentro le crepe. La osserva mentre scivola nel quotidiano, nelle relazioni, nei corpi stanchi, nei sogni che non tornano più a casa.
Perché l’identità, oggi, è fragile quanto la memoria. Viviamo di notifiche, e-mail, ricordi digitali che ci vengono riproposti a comando. Ma cosa resta quando non sai più chi sei? Quando la tua storia non ti appartiene più?
Non siamo immuni ai cambiamenti, non siamo al riparo dallo smarrimento. Ma finché riusciremo a dare un nome alla paura, forse la memoria continuerà a fare il suo lavoro.
Non perfettamente, non sempre, ma abbastanza da riconoscerci, ancora, quando ci guardiamo.
a cura di
Edoardo Siliquini

