“La sobrietà” – la recensione del nuovo film di Carlo Fenizi, disponibile in esclusiva su Prime Video

L’ultima fatica del giovane regista pugliese Carlo Fenizi è una commedia nera dai tratti documentaristici che porta lo spettatore dietro le quinte degli ambienti cinematografici. Nel cast, Michele Venitucci, Eva Basteiro-Bertolí, Antonia San Juan, Carmen Russo e Amanda Lear.

“Perchè fare e disfare la realtà?”

Così si apre La sobrietà di Carlo Fenizi, con una domanda affatto casuale. Il lungometraggio è infatti un racconto meta-cinematografico che cerca di esplorare gli ambienti dello spettacolo, in maniera piuttosto insolita, lontano dai set, dalle luci, dal calore con cui il pubblico accoglie i propri idoli e dalla componente magnifica che il cinema notoriamente tende a veicolare.

L’opera di Fenizi vuole porre al centro una riflessione sul rapporto tra realtà e rappresentazione, con la partecipazione di chi, di mestiere, si impegna a narrare la prima attraverso la seconda.

Kimba, una guru dai metodi discutibili

Tra i protagonisti del racconto c’è Rodrigo (Michele Venitucci), un regista visionario con una carriera altalenante, deciso a indagare il tanto decantato “Metodo Kimba”, una tecnica di recitazione ideata appunto dall’enigmatica Kimba (Eva Basteiro-Bertolí) e rivolta ad attrici in cerca di visibilità. Figura eccentrica, controversa e misteriosa, Kimba incarna l’ambiguità su cui si regge l’intero impianto del film: da un lato, si pone infatti come guida profetica in grado di illuminare la via dell’arte, dall’altro è il sintomo di un sistema estremamente competitivo.

Con intento investigativo, Rodrigo decide dunque di realizzare un documentario per scoprire verità e contraddizioni del “Metodo Kimba” e della sua artefice. Il personaggio di Kimba si svela attraverso le parole e le testimonianze di attrici, sceneggiatori, produttrici e produttori con cui lei stessa collabora e con cui sperimenta la sua discussa pratica.

Le dichiarazioni di chi orbita intorno a Kimba si intrecciano con le esperienze passate di artiste e vecchie glorie, rivelando sempre più dettagli, aneddoti e curiosità sulla tanto osannata Magistra – come lei desidera farsi chiamare – e sull’impatto che ha su chi la ascolta, la stima, la critica o, con il tempo, ne prende le distanze.

Tra le sue più assidue seguaci ci sono l’aspirante interprete Montevergine Brando, la popolare Renata Marocco, la signora del teatro Melania Kongakis, la caratterista pugliese Bice Scotti e la regina delle telenovelas Lorena Mortega. Chi invece muove dubbi e perplessità sul “Metodo Kimba” sono, oltre a Rodrigo, l’autore e sceneggiatore Cornelio Fittipaldi, il produttore cinematografico Antonio Pandoro, e la giovanissima influencer Ecomostro, la prima a diffidare di Kimba e a ribellarsi al sistema che ha costruito.

Tra mockumentary e critica del sistema-cinema

Dopo Istmo (2020), Quando si muore… si muore! (2014) ed Effetto Paradosso (2012), Carlo Fenizi firma la sua quarta opera indipendente che però, pur partendo da un’idea curiosa tra mockumentary e commedia nera, soffre di una scrittura debole e di una messa in scena televisiva poco convincente, che sembra allontanare lo spettatore anziché coinvolgerlo. Nonostante l’impianto documentaristico, con tanto di rottura della quarta parete, il film restituisce solo in parte una testimonianza autentica e diretta del vissuto dei personaggi.

“Fare e disfare la realtà” diventa un gioco confuso, le cui regole, dettate dalla stessa Kimba, rimangono per lo più ignote. In questo processo, non vi è più una guida, come il pubblico si aspetta, ma una serie di tentativi di manipolazione e di inganno da parte della stessa protagonista.

Forte del desiderio di nutrirsi di “una dose delle vite degli altri”, Kimba ricorre a qualsiasi espediente per rilanciare la carriera di attrici in cerca di fama, mentre queste ultime faticano a sfuggire al suo controllo e alla “sua realtà” promettente.

Accanto alle numerose argomentazioni che si sviluppano all’interno di una cornice complessa e caotica, resta molto chiara e verosimile l’ambientazione e l’idea di raccontarne i lati più oscuri e precari. Gli ambienti cinematografici descritti dagli stessi personaggi sono difficili, competitivi, pieni di ostacoli e di percorsi non lineari.

Il film è dunque una critica a una parte del mondo del cinema e a dinamiche comuni che si sviluppano al suo interno. Provini, selftape e una rete di persone animate apparentemente da uno scopo comune spesso non bastano. C’è qui una forma di decadenza e di contrasti, appunto tra la realtà e la sua rappresentazione.

L’assenza di “sobrietà”

“L’artificio di finzione c’è e si vede, e rifugge dal naturalismo dell’immagine pura. In questo senso preferisco l’inverosimile dichiarato all’imitazione di ciò che ci circonda. […] La sobrietà, per me, è un film pazzo e sincero, esplicitamente molto personale, una dichiarazione d’intenti”.

Con queste parole, lo stesso regista cerca di sottolineare il motivo per cui la “sobrietà” del titolo è da intendersi in maniera ironica. Essa infatti non esiste nel significato più comune e la sua reale mancanza rimanda alla figura di Kimba e, in seguito, ai personaggi che la circondano, alle attrici che per qualche tempo si affidano a lei e alla sua promessa.

Assente anche nella messa in scena, la sobrietà rimane un elemento difficile da identificare, non immediatamente riconoscibile. Mentre la struttura principale del film è piuttosto chiara, lo sviluppo del racconto e del rapporto tra le molteplici personalità coinvolte in esso risulta dispersivo. L’opera, pur muovendosi in un ambito di satira, fatica a trovare la necessaria profondità.

La carrellata di aspiranti artisti risulta poco incisiva, riducendo l’esplorazione del dietro le quinte del cinema a un esperimento fittizio e, talvolta, inefficace. Nessun personaggio contribuisce realmente a restituire un ritratto verosimile di Kimba, la cui figura – inizialmente tra le più interessanti – rimane opaca, fuori fuoco e a tratti ridicola. Il pubblico prima intuisce la sua natura controversa, ma non ha modo, in seguito, di scoprire davvero le sue contraddizioni, né di trovare indizi e conferme nelle affermazioni delle sue “allieve” o dei suoi collaboratori. 

Anche la recitazione, infatti, crea un distacco con lo spettatore e quasi mai incentiva il coinvolgimento dello stesso nelle parole e nelle esperienze dei personaggi, i cui interventi sono paragonabili a un’esposizione di fatti all’interno di un reality show più che al racconto personale di chi, tra mille difficoltà, cerca di riappropriarsi del suo ruolo nel mondo, reale e cinematografico.

In conclusione, La sobrietà funziona più negli intenti che nel suo svolgimento, restando comunque un film in grado di restituire spunti e riflessioni su una parte dell’ambiente cinematografico che forse i più non conoscono.

La sobrietà è disponibile in streaming su Amazon Prime Video.

a cura di
Sofia Vanzetto

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