Il 28 agosto uscirà nei cinema italiani Enzo, opera postuma del regista francese Laurent Cantet, realizzata da Robin Campillo e presentata all’ultimo Festival di Cannes come apertura della Quinzaine des Cinéastes.

Il tema della crescita e della genitorialità nei confronti di un figlio adolescente è certamente ricorrente nel cinema moderno. Tanti sono, infatti, gli esempi che cercano, più o meno bene, di trattare questo delicato argomento.

In questo microcosmo si staglia Enzo, film francese scritto dal compianto Laurent Cantet che non poteva non essere portato sul grande schermo. E a questo ha pensato il regista – nonché suo pupillo – Robin Campillo.

Tutti noi nella nostra vita abbiamo avuto quel racconto o quel film di formazione che ci ha segnati e che ci ha fatto riflettere su noi stessi e su quello che sarebbe potuto essere il nostro futuro. Per me è Il maestro e Margherita che, se non avete mai letto, vi consiglio di recuperare (hanno realizzato anche una recente trasposizione cinematografica).

Saranno riusciti Cantet e Campillo a trattare questo argomento così delicato senza scivolare nell’ovvietà più banale e presentandola dal punto di vista di un adulto, in merito ad un tema che oggi più che mai crea difficoltà sociali agli adolescenti?

Film di apertura della Quinzaine des Cinéastes all’ultimo Festival di Cannes, Enzo si presta ad essere ricordato come un/ pellicola che cerca di abbattere tabù e barriere che ancora oggi, nonostante i proclami e i sorrisi di facciata, sono ben presenti anche in quei Paesi che inneggiano all’apertura mentale e ad un’evoluzione sociale esistente solo sulla carta.

I tormenti del giovane Enzo

Enzo (Eloy Pohu) è un ragazzo di 16 anni, figlio di un’agiata famiglia di La Ciotat, un piccolo comune che si affaccia sulla Costa Azzurra. Fin da subito, però, lo vediamo alle prese con calce e betoniere: la sua decisione è quella di lavorare, non di vivere nel lusso.

Da qui scopriamo anche la sua poca propensione scolastica: negli anni precedenti il suo rendimento non è stato alto, tanto da fargli decidere di frequentare un istituto tecnico e a trascorrere l’estate facendo da tirocinante presso un’azienda edile, tra cantieri e colleghi più grandi di lui.

Tra questi c’è Vlad (Maksym Slivinskyi), colui che potremmo definire mentore di Enzo, un ragazzo ucraino scappato dalla sua terra per cercare una vita migliore e che vive in preda al suo dramma interiore, diviso tra la sua famiglia lontana e il suo desiderio di vivere la “bella vita” in terra francese.

Il rapporto tra i due è quasi fraterno, tanto che col tempo Vlad cercherà di far vivere al ragazzo diverse esperienze da adulto. Scontrandosi, tuttavia, con la scoperta della sessualità del protagonista che, se dapprima millantava storie e addirittura una ragazza, arriverà a capire che, forse, quell’uomo più grande di lui è ciò che realmente vorrebbe al suo fianco.

Enzo dovrà anche fare i conti con la sua stessa famiglia, che non capisce la sua decisione di diventare un semplice operaio e che vorrebbe, invece, che si iscrivesse ad una scuola d’arte (essendo dannatamente bravo a disegnare). E con quel padre – interpretato da Pierfrancesco Favino – così ingombrante, che non lo capisce affatto!

È proprio qui che scopriamo la seconda tematica della pellicola: le difficoltà che ogni adolescente incontra nel rapportarsi con la propria famiglia e i sogni che spesso non coincidono con quelli dei genitori, creando disagi e scontri così duri da far pensare che forse sarebbe meglio essere da un’altra parte.

Un film in cui riconoscersi

Cantet firma una sceneggiatura a tratti cruda, dove i sentimenti diventano parte di una bomba emotiva che solo chi ha vissuto in prima persona certi problemi può comprendere appieno.

Il regista Campillo riesce nella difficile impresa di mettere in piedi una pellicola contenente un pensiero elevato interiorizzato — e lo si nota in ogni singola ripresa —, mettendo in scena emozioni forti che tanto il giovane Eloy Pohu, quanto Pierfrancesco Favino riescono a rendere in maniera impeccabile.

Perché sì, il valore aggiunto di Enzo sono proprio i tre attori protagonisti, che ci trasportano in quel mondo patinato della Costa Azzurra che sotto tanta apparenza nasconde una cruda realtà: non è la ricchezza a creare i rapporti, portandoli anzi verso la distruzione, in preda alla costante necessità di apparire sempre perfetti agli occhi di chi ci circonda.

La fotografia del film, a cura di Jeanne Lapoirie, è – per il genere – quanto di più vicino alla perfezione si possa trovare. Le immagini spingono in più di un’occasione ad immedesimarsi in ciò che accade davanti ai nostri occhi, restituendoci i profumi di quelle location vacanziere.

Grande attenzione è stata riservata anche alla colonna sonora, mai invadente e, al contrario, curata in ogni dettaglio. In grado di farci salire e scendere a un diapason emotivo a mo’ di ottovolante, essendo Enzo un vero e proprio ottovolante di emozioni.

Una riuscita esperienza di vita

Enzo non è solo un film, ma una vera e propria esperienza di vita. Lo spettatore si immedesimerà nel protagonista, ricordando la sua adolescenza ed il rapporto più o meno travagliato (poco o tanto, tutti abbiamo avuto degli scontri con i genitori) col proprio padre.

Riguardo la scoperta della sessualità, invece, traspare una certa timidezza nell’affrontare l’argomento, quasi si nutrisse la paura di sdoganare fino in fondo un argomento che rimane ancora per lo più un tabù, nonostante i passi avanti fatti negli anni. Non è forse ora di prendere di petto la situazione e far cadere gli ultimi veli di pudore?

Il lavoro svolto dagli attori è eccelso. L’interpretazione di Favino come il “padre padrone” che deve decidere del futuro della progenie (e che non riesce a comprendere la diversità) ci fa capire quanto sia grande il nostro conterraneo. Stesso discorso vale per tutti gli altri interpreti che, nonostante a tratti un po’ acerbi, escono più che vincitori dalla sfida affrontata.

Personalmente, sono tornato indietro nel tempo, ripensando a quando avevo 16 anni e ai “disastri” combinati, alle discussioni e a mia nonna che metteva pezze, sopportandomi fin troppe volte. Portandomi a capire quanto quel rapporto fosse importante e formativo per me.

Enzo saprà coinvolgervi, riportando alla memoria ricordi sopiti che magari vi strapperanno una lacrima e vi faranno ripensare al vostro rapporto con i vostri figli.

Andate al cinema con la mente aperta e fatevi trascinare dalle emozioni che questa pellicola saprà donarvi.

Buona visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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