Una scomoda circostanza – Caught Stealing: la recensione in anteprima del nuovo film di Aronofsky

A distanza di tre anni dal suo splendido The Whale, Darren Aronofsky torna dietro la macchina da presa per firmare un pulp thriller che ricorda molto il primo Guy Ritchie e che potrebbe apporre il punto esclamativo alla carriera di un regista che non ha più nulla da dimostrare.

Domani, mercoledì 27 agosto, uscirà nelle sale italiane Una scomoda circostanza – Caught Stealing, ultima fatica del regista americano Darren Aronofsky che, a distanza di tre anni, decide di mettersi in gioco in un genere tanto distante dalla sua comfort zone quanto adatto alla sua consacrazione definitiva.

Ma raccontiamo un po’ la storia di questa pellicola: tratta dal romanzo di Charlie Huston, A tuo rischio e pericolo (2004), il film venne annunciato nel 2013 con il regista Wayne Kramer (per chi se lo chiedesse, è stato lo sceneggiatore di Nella mente del serial killer) e la sceneggiatura di David Hayter.

Di quella pellicola, però, non se ne fece più nulla e per oltre dieci anni quell’idea rimase a prender polvere, finché nel 2024 la produzione ripartì con Aronofsky alla regia. La sceneggiatura venne affidata allo stesso Charlie Huston (che partecipò così alla realizzazione sul grande schermo del suo romanzo) e come attori protagonisti vennero scelti Austin Butler e Regina King.

Passò più di un anno prima dell’uscita del primo trailer. Più di un anno quando, il 21 maggio del 2025, le prime immagini mi fecero letteralmente saltare sul divano! Da amante viscerale di Guy Ritchie (il primo, non quello dei film più impegnati), in quelle poche scene rividi subito alcuni cenni di Lock & Stock e Snatch (servirebbe un’emoji con gli occhi a cuore, ma mi trattengo).

Cercando di non farmi prendere dai facili entusiasmi – poiché troppe volte sono rimasto scottato da trailer troppo belli per essere veri -, decisi di mettere in dubbio tutto quello che avevo visto e mi sono dunque diretto al cinema con una sola domanda in testa… anzi, due: la pellicola rappresenterà la consacrazione definitiva di Aronofsky? Una scomoda circostanza riaccenderà in me la stessa scintilla scoccata con Snatch? Scopriamolo assieme.

Era il 1998

Nel 1998, in quella lontana New York che vede nel suo skyline le Torri Gemelle e, con esse, il sogno americano, troviamo Hank (Austin Butler), il tipico ragazzo disilluso che lavora in un bar e non sa cosa fare della propria vita, e Yvonne (Zoë Kravitz), la sua ragazza con la testa sulle spalle. Tornati a casa dopo una giornata come tante, i due scoprono che il vicino Russ (Matt Smith) deve tornare in Inghilterra perché il padre è in fin di vita ed è per questo costretto a lasciar loro il suo gatto, Bud (figura importantissima per tutta la pellicola).

Ma è veramente così o Russ nasconde qualcosa?

I guai non tardano ad arrivare quando, mentre Hank cerca di entrare nella casa per recuperare il cibo di Bud, si scontra con due russi che cercano Russ e, nella colluttazione, ha la peggio, finendo in ospedale e perdendo un rene.

Contattato il detective Roman (Regina King), il nostro protagonista scopre che il suo vicino è invischiato in un affare di droga e di soldi. E che tutti, dai russi agli ebrei, lo stanno cercando perché pensano che sia scappato col bottino.

Hank si trova quindi con una spada di Damocle sulla testa e tanti, troppi criminali che, ritenendolo complice di Russ, sono convinti che sappia più di quello che dice.

Ma come uscirne? Da qui in avanti ci troveremo risucchiati in una spirale discendente che ci farà scoprire il sottobosco criminale newyorkese, il passato di Hank e il suo desiderio di vivere, che lo farà evolvere sempre più fino a portarlo a maturare una maggiore consapevolezza di sé.

Pane per i miei occhi

Dopo avermi fatto piangere lacrime che credevo di non avere, Darren Aronofsky riesce nell’intento di riportare in auge un genere che aveva portato tanta gioia tra la metà e la fine degli anni ’90, con la sua massima espressione in Guy Ritchie.

“La New York degli anni Novanta era una specie di picco di umanità: l’Unione Sovietica era crollata, l’11 settembre non era ancora successo, la più grande minaccia era il Millennium Bug e il nostro Presidente era al centro delle polemiche perché forse aveva una relazione extraconiugale. Non lo sapevamo ancora, ma quegli anni catturavano l’ultimo momento di innocenza di una grande potenza.”

Darren Aronofsky

Il tag team creato con Charlie Huston ha dato vita ad una pellicola esaltante, capace di suscitare nello spettatore diversi sentimenti che vanno dalla risata (sì, ha i suoi momenti comici, grazie anche ad una caratterizzazione dei personaggi sopraffina), alla tensione scaturita dalle scene d’azione.

La colonna sonora è un tripudio post-punk ad opera di Rob Simonsen con la collaborazione della band inglese Idles: chiudendo gli occhi, sembra di tornare indietro, in quel lontano 1998, con tutta l’esaltazione che la musica del periodo sapeva trasmettere.

La scelta di assegnare il ruolo da protagonista ad Austin Butler poteva risultare azzardata, ma la sua performance lo eleva, invece, ad attore completo e ormai maturo, dimostrando che le sue capacità attoriali non si limitano all’Elvis di Luhrmann e che può dare tanto al mondo del cinema. Inoltre, questa parte rappresenta il coronamento del suo sogno da bambino.

Sin da bambino avevo questo tarlo in testa: “Prima o poi lavorerò con Darren, prima o poi lavorerò con Darren!”

Austin Butler

Ma non è solo Butler a tirare fuori dal cilindro un’interpretazione magistrale, bensì tutto il cast. A partire da Zoë Kravitz, che si dimostra un’attrice poliedrica, e Bad Bunny, che – spogliatosi dei panni del cantante agitatore di folle – si dimostra decisamente capace, ricordando a tratti il Jules di Pulp Fiction.

Sì, dammene di più

Una scomoda circostanza è la pellicola che aspettavo, ma dal regista che non mi aspettavo.

Sia chiaro, a me Aronofsky piace da impazzire e i suoi lavori rientrano tutti a pieno diritto nella classifica dei film che chiunque, prima o poi, dovrebbe vedere. Ma un’opera di questo tipo me la sarei aspettata da un giovane Guy Ritchie, e tutto questo è bellissimo. Il regista americano dimostra, infatti, la sua poliedricità e completezza, dando prova di poter rendere oro qualsiasi cosa faccia. Perché, sì, Una scomoda circostanza è dannatamente bello.

Un film che mi riporta indietro nel tempo, a quando facevo il liceo e per me il cinema era questo: una pellicola esaltante, una storia d’amore e d’azione, ricca di drammi interiori e una colonna sonora da mettere nello stereo a tutto volume, fino a far sanguinare le orecchie!

Per una volta, mi tocca affermare che la lunghezza rappresenta il punto debole della pellicola, ma per il motivo opposto: 109 minuti, in questo caso, non bastano, proprio come una buona cena alla fine della quale si ci è dimenticati del dolce.

Inoltre, l’espediente di mettere al centro del film Bud è il vero game changer della pellicola, riuscendo a conferire all’animale il ruolo di vero protagonista, facendoci chiedere a più riprese che fine farà nelle varie scene.

Se anche voi volete ritrovare le vibes dei grandi classici di Guy Ritchie, godervi ancora una volta quella New York ingenua di fine anni ’90 e una prova recitativa sopra la media, non potete che fiondarvi al cinema per vedere Una scomoda circostanza, in uscita da domani nelle sale italiane.

Buona visione!

a cura di
Andrea Munaretto

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di Andrea Munaretto

Nato nell'84 e fin da quando avevo 4 anni la macchina fotografica è diventata un'estensione della mia mano destra. Appassionato di Viaggi, Musica e Fotografia; dopo aver visitato mezzo mondo adesso faccio foto a concerti ed eventi musicali (perché se cantassi non mi ascolterebbe nessuno) e recensisco le pellicole cinematografiche esprimendo il mio pensiero come il famoso filtro blu di Schopenhauer

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