Presentato in anteprima mondiale al Bellaria Film Festival 2025 e ora in concorso al Locarno Film Festival, Nella colonia penale è il ritratto intimo e silenzioso di una realtà ormai quasi scomparsa. Il film ci mostra Isili, Is Arenas e Mamone, tre delle quattro colonie penali rimaste in Europa, con una parte dedicata anche all’Asinara, oggi parco nazionale. Abbiamo avuto il piacere di intervistare due dei quattro registi che hanno lavorato a questo progetto, Gaetano Crivaro e Ferruccio Goia, che si sono fatti portavoce anche per Silvia Perra e Alberto Diana.
Come nasce l’idea di collaborare insieme a questo progetto?
Ferruccio Goia : “L’idea è nata da uno dei produttori, Nicola Contini, che desiderava realizzare un progetto sulle colonie penali in Sardegna. In seguito, assieme agli altri produttori (Laura Biagini, Federica Ortu e Matteo Incollu), ci ha contattato per svilupparlo insieme. Con ciascuno di loro avevamo già collaborato individualmente, ma è la prima volta che lavoravamo insieme come team.”
Qual è stato il vostro personale percorso formativo, e in che modo pensate abbia influenzato il vostro sguardo in questo film?
Gaetano Crivaro: “Ho iniziato studiando Scienze della Comunicazione con un approccio antropologico e sociologico, ed è probabilmente lì che ho sviluppato un imprinting legato all’etnografia e allo studio delle popolazioni. In seguito ho frequentato la Scuola Sentieri Selvaggi di Roma, dove oggi insegno. Nel 2012, ho conseguito un master in cinema documentario a Barcellona: credo che sia stato allora che ho capito quale tipo di cinema desideravo fare.”

Ferruccio Goia: “Sono sempre stato attirato dall’idea di inquadrare la realtà che mi circonda con telecamere e macchine fotografiche. Mi sono iscritto – e poi laureato – in Studi Cinematografici all’Università di Gorizia, dove ho scoperto il documentario.
L’ho sempre visto come un modo per esplorare il mondo che mi circonda e confrontarmi con luoghi lontani. In particolare, mi affascinava l’identità delle comunità distanti, ognuna con la propria storia da raccontare.
Appena laureato, ho iniziato a lavorare sui miei primi progetti documentaristici, che mi hanno portato in zone remote della Romania, nel Sudafrica, in Sardegna ed ora qui, in Norvegia. Ho anche partecipato a due edizioni dei workshop transregionali Eurodoc, in Friuli e in Slovenia, con un progetto incentrato sulla condizione post‑apartheid in Sudafrica.”

La realizzazione del documentario è stata condivisa in tutte le sue fasi, oppure ciascuno di voi ha curato in autonomia uno specifico episodio?
Ferruccio Goia: “Ad ognuno di noi è stata affidata una colonia e, nella fase di scrittura, abbiamo realizzato sceneggiature individuali per ogni struttura, precedute da lunghe riflessioni ed incontri collettivi. Anche le riprese sono state effettuate singolarmente, ma abbiamo tutti collaborato con lo stesso direttore della fotografia, Federica Ortu, che ha creato un filo comune grazie al suo modo di lavorare.”
Gaetano Crivaro: “La parte più condivisa è stata sicuramente quella del montaggio, un percorso ad ostacoli che è durato due anni. La sfida era quella di realizzare un prodotto per uno spettatore che guarda un unico film e non più cortometraggi. Quello che abbiamo provato a costruire – rispettando le individualità di ognuno di noi – è stato il tentativo di dar vita ad un film dove l’interruzione tra un episodio e l’altro fosse segnalata solo dal nome del luogo.
Anche il titolo al singolare è stata una scelta che vuole rafforzare e sottolineare questo concetto, come se ognuno di noi avesse contribuito individualmente alla costruzione di uno spazio collettivo unico.”
Durante le riprese avete vissuto momenti o raccolto materiali che vi hanno colpito particolarmente, ma che avete poi deciso di non includere nel montaggio finale?
Ferruccio Goia: “Nella colonia di Is Arenas sono presenti dei bungalow, dove possono alloggiare i familiari della polizia penitenziaria. Ricordo che mi colpì particolarmente la contrapposizione tra il mondo dei detenuti e quello dei villeggianti.
Abbiamo dedicato qualche giorno di riprese a questo spaccato, ma in fase di montaggio abbiamo deciso di non includerlo, scegliendo di focalizzarci esclusivamente sul mondo detentivo.“
Gaetano Crivaro: “Aver avuto la possibilità di girare solo per due settimane e, allo stesso tempo, sapere che non saremmo più potuti rientrare all’interno delle colonie ci ha portato a dover sfruttare il tempo al massimo.
Essendo un progetto condiviso, e dovendo rispettare il minutaggio, siamo stati costretti a fare delle rinunce. All’interno di Isili c’è una colonia felina che si sviluppa nel perimetro di questo edificio un po’ diroccato di inizio ’900 con la scritta “Casa di lavoro all’aperto”. Chiesi all’educatrice sociale che si occupava di dar loro da mangiare, di farlo davanti alla struttura anziché dietro, per poter riprendere la scena.
Centinaia di gatti che riempivano il piazzale: un’immagine che mi piacerebbe poter riutilizzare in qualche altro mio lavoro, sinceramente.”
Qual è stata la difficoltà più grande che avete incontrato durante le riprese?
Ferruccio Goia: “Tolte le questioni burocratiche, il mio più grande dramma è stato avere a che fare quotidianamente con il comando interno della colonia. Il primo giorno abbiamo avuto un incontro con il comandante, che ci ha tenuto a sottolineare la sua autorità. Per questo ci siamo trovati in una situazione parecchio rigida, con regole molto ferree che hanno intralciato e rallentato le riprese.
Mi sarebbe piaciuto poter includere all’interno del documentario anche l’altra parte della colonia, fatta non solo di detenuti, ma anche di polizia penitenziaria. Appreso che non sarebbe stato possibile, mi sono concentrato esclusivamente sui carcerati.
Nonostante tutto, sono comunque riuscito a realizzare quello che volevo: dei ritratti. Ricordo che una sera un agente ci chiese di visionare il girato. Per non piegarci a questa richiesta, ci inventammo che assolutamente non poteva essere fatto al di fuori dello studio di montaggio. Insistette e ci diede appuntamento l’ultimo giorno di riprese, e noi, per paura di perdere tutto il lavoro svolto, non ci presentammo.”

Gaetano Crivaro: “Ho avuto la fortuna di incontrare un comandante di vedute ampie e con un’attenzione diversa, che mi ha assegnato un agente, Nino, il quale è poi diventato parte dell’episodio. Grazie a lui ho avuto accesso privilegiato ad alcuni luoghi.
Il problema è subentrato quando, in assenza di Nino, venivamo affidati ad altri agenti, non sempre così disponibili. Questo ha significato dover rinunciare a girare alcune scene. Diciamo che il funzionamento gerarchico è stato la prima difficoltà che abbiamo incontrato e a cui non ero abituato. Una volta compreso questo meccanismo, ogni mattina mi recavo dal comandante, gli riportavo l’elenco delle cose che avrei voluto filmare. A quel punto ho avuto la libertà di muovermi come meglio credevo, grazie alla sua completa fiducia.”
Avete riscontrato differenze significative tra le tre colonie?
Gaetano Crivaro: “Le attività all’interno delle colonie variano sia per motivi organizzativi che per ragioni geografiche. Per esempio, essendo vicina al mare, Is Arenas diventa un luogo in cui è possibile fare una sorta di turismo estivo per i dipendenti del Ministero dell’Interno e della Difesa. Essendo di dimensioni maggiori, Mamone si presta bene ad attività legate al bosco e all’allevamento.
Lo stesso vale per Isili, anche se più piccola: in questo caso, nello specifico, ci si occupa di caseificazione. È l’unica colonia penale che ospita internati. La differenza sostanziale tra questi ultimi e un detenuto “tradizionale” è che, per i soggetti psichiatrici, la detenzione non ha una scadenza. Periodicamente viene effettuata una revisione della perizia, e un giudice decide se il soggetto possa essere reinserito nella società. All’interno del contesto carcerario, questo tipo di condizione viene chiamata “ergastolo bianco”: significa che esiste la possibilità che il detenuto debba scontare la pena a vita.
L’Asinara, ex colonia penale chiusa nel ’98, è diventata un parco nazionale. Spesso alcuni animali che vivono in questo territorio vengono portati in altre colonie per poter svolgere le attività di lavoro.”

Avete avuto modo di avere uno scambio con i carcerati o è stata solo un’osservazione a distanza, come ci viene mostrato nel documentario?
Gaetano Crivaro: “Nessuno ci ha impedito di relazionarci con i detenuti. Chiaramente, il rapporto con loro era mediato dal fatto che, a un certo punto della giornata, dovevano rientrare in cella e lì, per forza di cose, lo scambio si interrompeva. Con gli agenti è stato più semplice, ma è stata anche una scelta, per quanto mi riguarda: volevo concentrarmi su questo aspetto sin dall’inizio.
Contemporaneamente, stare a distanza e osservare è stato per me un modo per spersonalizzare le due dimensioni. Il fuoco della mia attenzione era la relazione tra questi due corpi: quelli con i pantaloni blu e quelli con i pantaloni marroni. Inoltre, essendo periodo Covid, indossavano la mascherina, e fare ritratti con soggetti per metà viso coperto non era esteticamente il massimo. Allo stesso tempo, riprenderli in quella situazione mi sembrava un ulteriore elemento di costrizione.”

Ferruccio Goia: “Da sempre ho avuto l’obiettivo di fare ritratti, motivo per cui è stato necessario accorciare le distanze. Per me è stato tutto molto naturale: venendo da una lunga esperienza nel mondo delle migrazioni a vari livelli, quando sono entrato qui per la prima volta ho ritrovato una situazione familiare. Sembrava, in qualche modo, di essere in un centro di prima accoglienza ed ero già a conoscenza del fatto che la maggioranza dei detenuti fosse composta da migranti richiedenti asilo.
Mi sono completamente tuffato nel mondo di questi personaggi, che ci hanno regalato momenti di forte intimità.”
Secondo voi, quanto è importante che realtà come queste continuino a esistere? E in che direzione dovrebbero evolvere?
Gaetano Crivaro: “Credo che il grande punto di forza della colonia penale, anche a detta dei detenuti — i quali per la maggior parte hanno vissuto anche in un regime carcerario tradizionale — sia il fatto di poter lavorare in spazi aperti, immersi nella natura. D’altra parte, penso anche che, nel 2025, sia riduttivo pensare che la riabilitazione possa avvenire attraverso una sola tipologia di lavoro. Sarebbe importante evolversi sotto questo punto di vista, per garantire una reintegrazione nella società più agevole e realistica.”
Ferruccio Goia: “Mi trovo pienamente d’accordo con il punto di vista di Gaetano. Penso anche che un altro elemento importante sia ridurre al minimo la questione dell’isolamento. Infatti, le colonie si sviluppano tutte in zone remote rispetto alle comunità locali, rappresentando un’ulteriore differenza rispetto al carcere tradizionale. Non esiste un rapporto con l’esterno, né con i familiari, perché è difficile accedervi.”
Qual è il ricordo più significativo che conservate del tempo passato nelle colonie penali?
Ferruccio Goia: “L’attesa. Per quanto, nella vita di tutti i giorni, sia una condizione che spesso si vive con malcontento, questa esperienza mi ha permesso di apprezzarla. In quel lasso di tempo succedevano tante belle cose: si parlava a lungo con persone e detenuti, circondati da un paesaggio e da un contesto che ti davano la sensazione di essere nella terra di nessuno.
A luglio siamo tornati a Isili e Is Arenas per proiettare il documentario e ho nuovamente vissuto quella stessa sensazione. È stata un’esperienza che mi ha toccato sotto tutti i punti di vista: stare a stretto contatto con le persone, poter ascoltare le loro storie e collaborare alla realizzazione di questo progetto con i miei colleghi mi ha permesso di crescere molto, anche dal punto di vista professionale.”

Gaetano Crivaro: “Ricordi ne ho tanti. Sicuramente, il fatto di arrivare nella colonia e dover consegnare il proprio documento d’identità e il cellulare è un momento che segna uno spartiacque tra il fuori e il dentro. Ti colpisce emotivamente, perché ti dà la sensazione di non essere più libero.
All’interno delle colonie penali, i poliziotti indossano la divisa blu e i detenuti i pantaloni marroni. Quando sono tornato alla mia vita quotidiana, mi capitava di vedere qualcuno con i pantaloni marroni e pensare che fosse fuori luogo.
Questa esperienza ha chiaramente avuto risonanza dentro di me. Ho vissuto a stretto contatto con persone che sono semplicemente state meno fortunate. Alcune di loro hanno commesso errori che avrei potuto commettere anch’io: alla fine, la vita è un terno al lotto.”
a cura di
Sara Balletta

