Caparezza – Rock in Roma – 26 giugno 2026

Se Orbit Orbit raccontava un uomo che aveva imparato a fluttuare sopra il mondo, il tour estivo ne offre finalmente la dimostrazione. Al Rock in Roma, Caparezza trasforma il suo album-fumetto in uno spettacolo totale, dove immaginazione e cultura pop costruiscono un unico linguaggio

Ci sono concerti dove speri di non incontrare nessuno, poi ci sono i concerti di Caparezza, al secolo Michele Salvemini.

Più di venticinquemila persone, parcheggi improvvisati, file infinite e, contro ogni probabilità statistica, finisci per ritrovare proprio quell’amic* che non vedevi da anni. Succede sempre nei grandi eventi: più aumenta la folla, più il mondo sembra restringersi. È uno di quei paradossi che Caparezza avrebbe potuto tranquillamente trasformare in una strofa.

Dopo quattro anni lontano dai grandi palchi, l’artista pugliese infiamma il pubblico del Rock in Roma con un live tour che non assomiglia lontanamente a un semplice concerto. Se Orbit Orbit” (2025, BMG) era un disco costruito attorno all’idea di osservare il mondo da un’altra prospettiva, il live diventa la sua naturale estensione, la traduzione fisica: uno spettacolo che attraversa musica, teatro, fumetto, cinema e letteratura senza mai perdere il filo del racconto.

Quando dal pulmino-astronave compare Caparezza in tuta spaziale, affiancato da performer usciti da un graphic novel di fantascienza, il primo pensiero è inevitabile: quale universo ha costruito questa volta? Più che un palco, è una gigantesca stanza dei giochi. Solo che qui i giocattoli sono vulcani, fumetti, pianeti e alieni. E nessuno sente il bisogno di chiedersi dove finisca il palco e dove cominci l’immaginazione.

Più arti, un solo linguaggio

L’apertura è affidata a Il Banditore, storico brano di Enzo Del Re costruito sulle onomatopee dei fumetti. “Gasp”, “Sigh”, i rumori delle nuvole parlanti diventano immediatamente la soglia attraverso cui entrare nell’universo narrativo di “Orbit Orbit”.

Finita la prima canzone, Michele scherza con una definizione che lo accompagna da anni. «Mi definiscono conscious rapper», sorride. «Nel fumetto però svengo. Direi più unconscious rapper». La battuta dura pochi secondi, ma contiene già tutto il senso dello spettacolo: l’immaginazione non è altro che un modo di restare presenti. Successivamente, il concerto procede senza vere interruzioni. Nessun saluto di circostanza o rituale da arena. Ogni intervento apre una nuova scena, introduce un personaggio, collega un brano al successivo.

Negli anni il linguaggio di Caparezza si è progressivamente allargato. Le canzoni da sole non gli bastano più. Hanno bisogno di scenografie, corpi, costumi, danza: se nel tour di Museica trasformava il palco in un museo, “Prisoner 709” in una prigione mentale ed “Exuvia” in una metamorfosi, “Orbit Orbit” diventa un vero racconto illustrato dove il fumetto smette di essere carta e la scenografia occupa lo spazio con la stessa autorevolezza delle canzoni.

Costellazioni, galassie, satelliti e continue esplosioni cosmiche invadono gli schermi. Intorno si muovono forme di vita inusuali: guardiani in trench, ectoplasmi coperti da veli candidi, figure sospese tra sogno e fantascienza. Anche i musicisti partecipano a questa trasformazione. All’inizio sono nascosti dietro maschere e parrucche. Poi, lentamente, ogni travestimento cade. Come se il viaggio interstellare servisse prima a entrare in orbita e poi a uscirne cambiati senza più bisogno di “maschere”.

Su A Comic Book Saved My Life, dedicata a chi continua a credere nel potere delle storie disegnate, appare un’edicola che distribuisce fumetti. Nel brano successivo, Gli occhi della mente, un enorme occhio prende vita al centro della scena mentre il rapper sembra attraversarlo fisicamente.

Più tardi, su Mica Van Gogh, il più celebre dipinto del pittore olandese, La notte stellata, si anima sullo sfondo cambiando continuamente colore senza mai perdere la propria identità. Prima di iniziare il brano, Caparezza lancia l’immagine più pura della serata: «Bisogna avere la testa fra le stelle e i piedi ben piantati per terra».

Tra i momenti più emozionanti c’è Vengo dalla Luna, con Diego Perrone – compagno di viaggio fin dagli inizi – che festeggia il compleanno ricevendo gli auguri di oltre venticinquemila persone. Una manciata di secondi in avanti ed entra in scena un robot con un giradischi incastonato nel petto. Gli alieni consegnano un vinile, Caparezza lo appoggia sul piatto e parte Ti fa stare bene.

L’immaginazione è un punto di osservazione

Caparezza non usa lo spazio per parlare dello spazio. Piuttosto, attraverso lo spazio, ci ricorda che cambiare prospettiva può essere il modo più efficace per tornare a guardare la realtà. È la stessa intuizione che attraversa il concept di “Orbit Orbit”: l’immaginazione è uno strumento; non è una fuga dal presente, bensì una diversa distanza da cui osservarlo.

Lo racconta ricordando quando, da bambino, passava i pomeriggi immerso nei fumetti mentre molti dei suoi coetanei preferivano imitare le mosse del wrestling. Quel bambino non è mai scomparso. È semplicemente cresciuto senza rinunciare alla curiosità che lo spingeva a immaginare mondi alternativi.

E forse è proprio questa la forma più autentica di consapevolezza: continuare a coltivare ciò che alimenta lo stupore quando tutto intorno sembra chiedere soltanto velocità, consumo e risposte immediate.

Per questo, più volte invita il pubblico a cercare musica nuova, a uscire dalle playlist costruite dagli algoritmi, a non smettere di inseguire ciò che ancora sorprende. Perché l’arte, prima ancora di insegnare qualcosa, costringe a cambiare punto di osservazione.

Su La fine di Gaia un countdown accompagna il brano fino alla comparsa improvvisa della scritta ERROR. Per un istante sembra che tutto il sistema stia per collassare; poi il viaggio riparte, come se anche l’errore facesse parte della traiettoria.

Tra i momenti più intensi c’è anche Pathosfera, dove il ritmo rallenta improvvisamente e il grande spettacolo lascia spazio a una dimensione più raccolta. Perfino un universo costruito sull’immaginazione, sembra suggerire Caparezza, ha bisogno di fermarsi ogni tanto per ricordarsi da dove nasce tutta quella fantasia.

Il momento emotivamente più intenso arriva prima dei bis.

Caparezza racconta la storia di Naji al-Ali, il vignettista palestinese che diede vita a Handala, il bambino raffigurato sempre di spalle con le mani intrecciate dietro la schiena. «Non mostrerà mai il suo volto finché il popolo palestinese non potrà tornare nella propria terra», aveva deciso così il suo autore.

Naji al-Ali venne assassinato prima di poter disegnare quel volto. Caparezza racconta di immaginare Handala come una chiave rimasta nelle mani del suo creatore. Un’immagine semplice, ma potentissima. Inizia così Una chiave e, per qualche minuto, il fumetto smette di essere soltanto fantasia: diventa memoria, identità, resistenza, il momento che restituisce meglio il senso dell’intero spettacolo.

Anche le orbite riportano a casa

Caparezza si congeda per qualche minuto. È Magma Rama a reclamare, con la consueta ironia, il “vecchio Capa”, quello di “Verità supposte”, “Habemus Capa” e “Il sogno eretico”. Lui sorride, sa benissimo che quella nostalgia esiste. Ma invece di rincorrerla, la ingloba nel presente.

La risposta arriva con una sequenza di classici: Fuori dal tunnel, Jodellavitanonhocapitouncazzo, Vieni a ballare in Puglia.

Quando le luci si riaccendono, il ritorno sulla Terra richiede qualche minuto. Non per gli effetti speciali, né per le supernove o gli allunaggi, ma perché Caparezza è riuscito in un’impresa sempre più rara: convincere venticinquemila adulti a guardare il mondo con lo stesso stupore con cui, da bambini, si apriva un fumetto nuovo.

Migliaia di persone escono lentamente con addosso il caldo di luglio in anticipo, la polvere del prato e la sensazione di aver attraversato qualcosa che va oltre un concerto. Anche le file, il traffico e l’attesa sembrano acquistare un significato diverso. Sono il prezzo necessario per aver condiviso, almeno per una sera, lo stesso immaginario.

Anche il quadro delle automobili, degli scooter e degli autobus, per un attimo, sembrano appartenere al concerto. Ci riportano in mente il racconto sulla “perlificazione”: il processo con cui un’ostrica reagisce a un corpo estraneo trasformandolo, lentamente, in una perla. È difficile immaginare una metafora più adatta per accompagnare il ritorno a casa.

È spesso ciò che punge, disturba o ferisce a muovere ogni trasformazione. Il dolore non scompare, cambia forma. Proprio per questo, le orbite non servono ad allontanarsi dalla Terra. Servono a tornarci con uno sguardo diverso.

Scaletta
  1. Il banditore
  2. Il pianeta delle idee
  3. Io sono il viaggio
  4. El sendero
  5. A comic book saved my life
  6. Gli occhi della mente
  7. Mica Van Gogh
  8. Vengo dalla Luna
  9. Ti fa stare bene
  10. Pathosfera
  11. China Town
  12. Darktar
  13. Come la musica elettronica
  14. La scelta
  15. Abiura di me
  16. La fine di Gaia
  17. Curiosity (oltre il bagliore)
  18. Una chiave
  19. Fuori dal tunnel
  20. Jodellavitanonhocapitouncazzo
  21. Vieni a ballare in Puglia

a cura di
Edoardo Siliquini

foto di
Stefano Ciccarelli

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