Gli Offspring inaugurano i grandi concerti del Rock in Roma. Da Americana a Smash, trent’anni di stage diving che tengono in vita l’immaginario punk-rock
L’estate romana comincia sempre allo stesso modo: con un parcheggio pieno. Prima ancora dei cancelli, del palco, delle birre calde e delle file ai bagni, c’è quella sensazione di pellegrinaggio laico che trasforma l’Ippodromo delle Capannelle in qualcosa che assomiglia più a un altare permanente che a una venue per concerti.
È il primo grande appuntamento internazionale del Rock in Roma 2026 e si vede.
Migliaia di persone arrivano da ogni direzione come se avessero ricevuto lo stesso invito vent’anni fa e si fossero semplicemente ricordate di rispondere oggi. Presenti all’appello magliette degli Offspring consumate dal tempo, alcune dei Ramones abbondantemente scolorite, qualche logo metalcore, barbe più o meno dignitose e capelli che, ove rimasti, hanno cambiato colore.
Sembra una rimpatriata del liceo nei sobborghi della West Coast americana, una festa abusiva in una villa con i genitori fuori città, senza la preoccupazione che rientrino sul più bello.
L’happy hour al tramonto
Ad aprire la serata, gli Sleep Theory con un compito ingrato: suonare mentre l’Ippodromo continua lentamente a riempirsi o, più poeticamente, mentre il sole tramonta. Elettronica, nu-metal e sfumature R&B, si muovono in quella terra di mezzo dove oggi convivono le eredità dei Linkin Park e le derive più contemporanee del rock alternativo.
Con gli A Day To Remember la temperatura sale definitivamente. Jeremy McKinnon e compagni arrivano come l’ultima festa prima della consegna dei diplomi. Pop punk, breakdown e una quantità di energia sufficiente a trasformare il parterre in un enorme prato riscaldato. The Downfall Of Us All, All I Want e If It Means A Lot To You vengono accolte come vecchie fiamme da adolescenti smemorati.
Alla fine del set volano rotoli di carta igienica sopra la folla, una scena a metà tra un afterparty universitario e una tradizione assurda di cui nessuno ricorda più l’origine.
A quel punto gli Offspring non devono più accendere il fuoco, devono soltanto soffiarci sopra.
La grammatica dei power chord
Gli Offspring mancavano da Roma dal 2017.
Nel frattempo sono cambiate un po’ di cose: le città, le case, i lavori, le relazioni. Sono cambiate perfino le piattaforme dove ascoltiamo la musica. Loro, invece, sono rimasti sorprendentemente riconoscibili.
Dexter Holland sale sul palco in camicia nera e pantaloni leopardati. Accanto a lui, Kevin “Noodles” Wasserman continua a essere l’anima più imprevedibile della band. Con loro il bassista Todd Morse, il batterista Brandon Pertzborn e il polistrumentista Jonah Nimoy. Sullo sfondo, scorrono animazioni essenziali, teschi infuocati, ali, richiami all’immaginario storico del gruppo.
Quando arrivano le prime note di Come Out And Play non serve altro. Si capisce immediatamente che la serata funzionerà. Non per una canzone in particolare o per una bacchetta magica anti-nostalgia, ma semplicemente perché tutti hanno deciso di crederci.
L’energia del pubblico è disarmante. Si canta, si salta, si poga come nei migliori autoscontri di provincia. Ogni ritornello diventa un coro polifonico da stadio, diecimila voci che conoscono ancora ogni parola come se l’avessero studiata il giorno prima. A un certo punto diventa inevitabile non guardarsi attorno e il colpo d’occhio vale più di qualsiasi statistica generazionale.
Ci sono genitori con i figli sulle spalle, vecchi amici che probabilmente non si vedevano da mesi, coppie, punk della prima ora e qualche ventenne curioso. Tutti promossi, come se gli Offspring fossero i compagni di banco che ti passano il compito durante l’esame più difficile. Non importa quanto tempo sia passato; la risposta giusta, in qualche modo, la trovano sempre.
Want You Bad arriva con tutta la sua leggerezza contagiosa. Original Prankster continua il lavoro. Why Don’t You Get A Job? trasforma il concerto in un gigantesco playground collettivo, con enormi palloni che rimbalzano sopra le prime file mentre sugli schermi compare l’invito a muovere le braccia.
Ai lati del palco due giganteschi scheletri emergono dal buio e sputano fumo verso il cielo romano, mentre Noodles dirige il pubblico come un maestro d’orchestra del club vacanze: lancia cori, riceve cori, costruisce una conversazione continua con i suoi musicisti per un giorno.
The Kids Are(n’t) Alright
Quando alla fine degli anni Novanta Americana trasformò il punk rock in un linguaggio pop, gli Offpring ci hanno lasciato attraversare la California senza mettere piede in aeroporto.
Attraverso i loro versi e videoclip, abbiamo conosciuto i sobborghi americani prima di orientarci nei nostri, abbiamo familiarizzato con prom, armadietti e campi da football senza averne mai visto uno dal vivo. Forse è per questo che Pretty Fly (For a White Guy) continua a catapultarci in quel mondo con lo stesso entusiasmo di allora, mentre The Kids Aren’t Alright riaffiora con la naturalezza di una presenza rimasta sempre sottopelle.
La setlist procede velocemente. Da “Smash” arrivano i brani che hanno definito il passaggio al nuovo millennio, tra cui Self Esteem. “Americana” raccoglie le frequenze più rumorose del concerto e, da “Conspiracy of One” in poi, emerge la capacità degli Offspring di restare riconoscibili senza diventare una caricatura di sé stessi. C’è spazio anche per alcuni brani tratti da “Supercharged”, l’ultimo album pubblicato dalla band nel 2024.
In mezzo trovano spazio anche gli omaggi. Noodles si diverte con frammenti di Crazy Train e Paranoid, trasformando il tributo a Ozzy Osbourne e ai Black Sabbath in un ulteriore momento di partecipazione e condivisione collettiva. Perché gran parte dell’educazione sentimentale e musicale delle persone presenti passa anche da lì.
Quando le luci tornano ad illuminare il prato, per un attimo sembra che tutti si riconoscano. Come in un tacito accordo tra sconosciuti, anche i giganteschi gonfiabili di Guy Cohen sembrano ricordarci che il tempo, a volte, restituisce più di quanto porti via. Per questo, dopo oltre trent’anni di onorata carriera, gli Offspring non rappresentano più una ribellione, ma qualcosa di raro: la possibilità di ritrovarsi.
Nove giugno. L’estate è appena iniziata, anche se il calendario sostiene una tesi differente. Per tornare a casa, scelgo con cura il percorso più lungo. In macchina, suonano le canzoni rimaste fuori dal repertorio della serata. Passo per il quartiere dove andrò a vivere tra qualche mese e mi sorprendo di quanta strada possiamo ancora percorrere senza perdere le nostre coordinate.
Resistere ai traslochi, ai mutui, agli abbandoni, alle nuove vite è scoprire che puoi portarti dietro quella parte di te senza restarne prigioniero. In fondo, gli Offspring servono anche a questo. A rivivere il liceo senza dover sostenere nuovamente la maturità.
Scaletta
- Come Out and Play
- All I Want
- Want You Bad
- Looking Out for #1
- Staring at the Sun
- Hit That / Original Prankster
- Hammerhead
- Make It All Right
- Bad Habit
- Electric Funeral / Paranoid (Black Sabbath cover)
- Crazy Train (Ozzy Osbourne cover)
- In the Hall of the Mountain King (Edvard Grieg cover)
- I Wanna Be Sedated (Ramones cover)
- Gotta Get Away
- Drum Solo
- Why Don’t You Get a Job?
- Pretty Fly (for a White Guy)
- The Kids Aren’t Alright
- You’re Gonna Go Far, Kid
- Self Esteem
a cura di
Edoardo Siliquini
foto di
Gabriella Vaghini














































