C’è un artista che ha smesso di fare a pugni con il mondo e ha iniziato a fluttuarci sopra. “Orbit Orbit” è il momento esatto in cui Caparezza lascia la gravità a terra e diventa spettatore di un mondo che improvvisamente arretra e si allontana
L’ho visto una volta, Caparezza. Non sopra un palco, ma fuori dal Museo Hergé, in Belgio. Era fermo, con le mani in tasca, a fissare le istallazioni di Tintin sul prato, proprio come si guarda un pianeta da lontano: con rispetto e un po’ di nostalgia.
Non lo sapevo ancora, ma stava già orbitando. “Orbit Orbit” è la cronaca di quel viaggio: un disco (di)segnato più che inciso, un fumetto in forma di musica.
Dopo quattro anni di silenzio, Michele Salvemini torna con un doppio progetto che è anche doppio salto: un album e un fumetto, usciti insieme il 31 ottobre 2025.
È il suo nono album in studio e, al tempo stesso, l’esordio come sceneggiatore di nuvole parlanti. Ma non è solo una novità formale: è la celebrazione di un tempo sospeso, di un udito incrinato dall’acufene, che diventa lente d’ingrandimento su un universo interiore.
Quel fischio nell’orecchio, che un tempo era disturbo, qui diventa bussola: il suono del cosmo personale, una vibrazione costante che gli ricorda che la vita, anche quando fa rumore, pulsa ancora.
In quest’album, Caparezza non è più in prima linea: si fa astronauta di se stesso, esploratore di correnti invisibili, narratore del dubbio che non vuole più combattere ma abitare (“Sopporto le attese, imparo ad amare il raccolto e il maggese”).
Orientarsi nell’imperfezione
L’apertura di Fluttuo, orbito è un decollo notturno: synth, spazi dilatati, un corpo che si stacca dal suolo e comincia a girare lento, controllato. Qui non c’è più la fuga ansiosa degli inizi, ma un altro tipo di distanza: Caparezza osserva il mondo dalla sua orbita, come chi vede tutto dall’esterno e non può, o non vuole, farsi risucchiare di nuovo.
“Orbit Orbit” chiude la trilogia iniziata nel 2017: prigionia, fuga, libertà. È la dissoluzione delle sbarre di “Prisoner 709” e, allo stesso tempo, il respiro che in “Exuvia” era ancora una fessura. Ora lo canta apertamente: il volo non è evasione, è lucidità (“Per aspera ad astra viaggio senza l’ayahuasca”).
Dentro questa costellazione, A Comic Book Saved My Life è la confessione più nuda: un ringraziamento alle tavole che tengono insieme quando tutto cade, come pura manutenzione dell’anima, per tenersi stretto il bambino che siamo stati per non tradirlo. Qui si innesta anche un frammento di Le chemin di Gérard L’Her e Christian Le Bartz, un’eco lontana che riattiva memoria e meraviglia.
Gli occhi della mente flette invece la realtà: il sample da Delirio di Gianni Morandi diventa lente difettosa, specchio incrinato. È un brano che mette in crisi il vedere e il credere di vedere, rivelando quanto la mente possa essere schermo, riflesso, abbaglio.
Con Come la musica elettronica, Caparezza sposta tutto sulla linea del tempo. Ci ride sopra, ma dentro la battuta c’è un manifesto: il passato non è un rifugio, è una radice che tiene mentre il tronco sale, vibra, si ramifica. L’età non frena: struttura (“Tutto ciò in cui credo va in pensione, viaggio in una nuova dimensione, per restare in piedi come Stonehenge serve spessore”).
Il banditore, omaggio al cantautore pugliese Enzo Del Re, è un ponte tra tradizione e presente. Caparezza prende il brano, lo smonta, lo riporta a galla nel suo stile: la narrazione si piega, si rialza, ricompone il passato in una forma nuova ma ancora riconoscibile.
E quando tutto sembra già orbitare con il proprio ritmo, arriva Perlificat, chiusura catartica: l’ostrica che trasforma il parassita in perla, la ferita che diventa luce. È l’ultimo invito del disco: non fermarsi davanti ai fallimenti, alle crepe e alle incrinature. Perché l’immaginazione serve soprattutto a questo, prendere il dolore, farlo girare, e restituirlo come possibilità.
Il viaggio è nel percorso, non nella velocità
Musicalmente, Orbit Orbit si muove su galassie sintetiche: space-music, drum & bass, i Kraftwerk che fanno l’occhiolino a Moroder, i Rockets che riscoprono un’eleganza glaciale, quasi cinematografica. È come se George Clinton fosse finito in un episodio di Futurama diretto da Kubrick: il groove, la psichedelia funk, incontra un rigore geometrico e una sospensione visiva da cinema spaziale.
L’idea che pervade le quattordici tracce è quella di un caos guidato, un’energia liberata ma incanalata in un ordine iper-controllato, dove l’assurdo non perde armonia e la fantascienza si trasforma in una coreografia sonora. La scrittura rimane quella di sempre: agile, piena di immagini che si accendono in sequenze fulminee, come piccoli razzi che tracciano nuove traiettorie tra correnti leggere e flussi sospesi.
Calcando il filo del groove, Caparezza traduce la sua maturità, personale quanto artistica, non in compromesso ma in disciplina: come Arthur Dent attraversa galassie seguendo le istruzioni di improbabili manuali, l’ascoltatore viene guidato tra mondi sonori e concettuali con calma, precisione e ironia, senza mai affrettare il passo (“Io sono il viaggio, sono il bagaglio, sono il distacco, sono il traguardo”).
Houston, (non) abbiamo un problema
Non tutto è perfetto, come conosce bene chi ascolta Caparezza da anni. La minaccia di essere risucchiati nel buco nero di un “concept troppo pronunciato” esiste: l’album richiede attenzione, e non tutto sarà immediato, per fortuna.
In certi passaggi, la voce appare meno abrasiva, la rabbia più sublimata: chi cerca il Capa dei primissimi album lo troverà più distante, ma forse era inevitabile. Crescere, evolvere è proprio questo: smettere di cercare l’allunaggio perfetto e accettare che l’orbita sia casa.
Orbit Orbit non è un addio, ma un cambio di rotta. È la celebrazione silenziosa di chi ha staccato i piedi dalla terra per osservare il mondo da un’altra gravità: quella dell’immaginazione. Ed è questo il più potente dei messaggi: la vera libertà, l’unica priva di contraddizioni, è quella dell’immaginazione.
È una libertà fragile, domestica, fatta di spiragli, di sopravvivenze quotidiane, di piccoli varchi da custodire come reliquie.
E ciò che resta a noi piccoli umani, ancora sulla superficie, è la possibilità di scegliere se ancorarci a terra o fluttuare in nuove dimensioni: in quel sogno nel cassetto che ci tiene accesi, negli affetti che resistono negli anni, anche quando il nostro corpo ha imparato a respirare con lentezza, a danzare con stanchezza e ad ascoltare il tempo che ci attraversa.
a cura di
Edoardo Siliquini

