Bi Gan torna al cinema a partire da oggi, giovedì 23 aprile, con Resurrection, un ipnotico racconto fantascientifico che ripercorre l’intera storia del Cinema
Sette anni dopo il visionario noir Un lungo viaggio nella notte, Bi Gan arriva nelle sale italiane a partire da oggi, 23 aprile, con Resurrection, distribuito da I Wonder Pictures. Presentato a Cannes, dove ha conquistato il Premio Speciale della Giuria, il terzo lungometraggio del regista trentaseienne conferma la sua vocazione sperimentale con un’opera che richiederà probabilmente, per la sua complessità stratificata, più di una visione per essere decifrata appieno.
Più vicino alle atmosfere surreali del suo ultimo cortometraggio (A Short Story), Bi Gan firma un vero e proprio inno d’amore per la settima arte. In un’epoca che spesso ne profetizza il declino, Resurrection si pone come un manifesto di speranza, un viaggio metafisico capace di ammaliare e commuovere, destinato a diventare immediatamente un cult contemporaneo.

A dare corpo e voce a questo viaggio sono due interpreti d’eccezione. Shu Qi che, a distanza di 25 anni da Millennium Mambo, diventa voce fuori campo del racconto e al tempo stesso la misteriosa donna che innesca l’ingranaggio narrativo. Ad affiancarla c’è un camaleontico Jackson che, divenuto celebre come star di una boy band (TFBoys), non spreca questa grande occasione, interpretando magistralmente i cinque personaggi protagonisti che abitano i diversi frammenti della pellicola.
La trama
In un futuro in cui l’umanità ha rinunciato alla capacità di sognare in cambio dell’immortalità, i deliranti sono le uniche creature in grado ancora di produrre sogni.

Grazie all’aiuto di una donna misteriosa, l’ultimo giovane sognatore – chiamato fantasmer – inizia un lungo viaggio tra le epoche e i generi cinematografici.
La storia del Cinema attraverso i 5 sensi
Resurrection si dipana attraverso cinque storie, ognuna legata a uno dei sensi, che il protagonista (il fantasmer) vive, in un limbo tra vita e morte. Viene recuperato in fin di vita da una donna (Shu Qi) che gli concede una morte tranquilla e pacifica, attivando il proiettore cinematografico dentro di lui e permettendogli quindi di vivere i suoi ultimi istanti di vita attraverso i suoi sogni mentre anche lei lo assiste.
L’incipit è un meraviglioso omaggio al Cinema delle Origini. Le atmosfere gotiche rievocano capolavori espressionisti come Il gabinetto del dr. Caligari e Nosferatu. Qui è la vista il primo senso ad essere evocato. Bi Gan cita esplicitamente i fratelli Lumière e il loro L’arroseur arrosé, utilizzando successivamente il treno — in un’inquadratura simile di A Short Story — come portale d’ingresso nel primo sogno.
In questa parte la storia di un musicista si lega a quella di un detective alla ricerca del movente di un omicidio. Il registro scelto guarda al noir del Cinema Classico dalle atmosfere di Fritz Lang a quelle di Alfred Hitchcock, mutando poi in uno spy movie dalle sparatorie in labirinti di specchi e valigette misteriose. Qui è l’udito a diventare la nostra bussola narrativa.

Il terzo frammento ci porta in un monastero buddista sommerso dalla neve, in una messinscena maestosa che richiama Ran di Kurosawa. In questo spazio contemplativo, il fantasmer evoca un demone dalle sembianze di suo padre, nato dalla rimozione dolorosa di un dente. Il dialogo tra i due avviene mentre consumano un pasto fuori dal tempio, spostando il focus sensoriale sul gusto.
La quarta storia vira, invece, verso uno stile più neorealista, seguendo il racconto di un truffatore alla disperata ricerca di denaro. Questo “assume” una bambina orfana amante degli indovinelli allo scopo di insegnarle ad usare dei superpoteri che le permetteranno di identificare delle carte da gioco senza vederle. In questo universo, infatti, un magnate offre una ricompensa sostanziosa a chi riuscirà a scoprire il contenuto della lettera ormai bruciata di sua figlia. La bambina è quindi chiamata a riconoscere le carte, una volta bendata, attraverso un altro dei cinque sensi: l’olfatto.
Immerso in un’estetica densa di neon che trasuda malinconia urbana, nell’ultima micro-storia Bi Gan omaggia il cinema di Wong Kar-wai. I riferimenti alla trilogia di Hong Kong e a Millennium Mambo sono evidenti. Tra la fascinazione per la donna di un boss e il sangue che sgorga da un guanto, il racconto si chiude nel segno della carne e quindi con l’ultimo dei cinque sensi. Il tatto.

Un’esperienza sensoriale oltre il tempo
Se con il leggendario piano sequenza di Un lungo viaggio nella notte Bi Gan aveva riscritto le regole della percezione, con Resurrection il regista cinese conferma un talento fuori dal comune. La pellicola vanta una delle fotografie più magnetiche dell’ultimo decennio, supportata da una scenografia monumentale capace di generare una costante sensazione di meraviglia.
Nonostante l’imponente durata di 160 minuti, il film non cede mai alla monotonia. Al contrario, il regista riesce a mantenere lo spettatore in uno stato di trance vigile, rendendolo partecipe di un’esperienza sensoriale che è, prima di tutto, una riscoperta del mezzo cinematografico. In questo pellegrinaggio onirico, la colonna sonora non si limita ad accompagnare le immagini, ma trasforma il viaggio in un’esperienza profondamente intima e personale, guidando lo spettatore verso un finale che definire sbalorditivo risulterebbe riduttivo.

Riflessioni finali e l’impellente necessità della sala
La bellezza e il senso ultimo dell’opera si condensano proprio in quegli ultimi istanti, dove ogni tassello trova il suo posto in un mosaico di rara potenza espressiva. Resurrection è un film che presenta la rara capacità di farci tornare a sognare sulle poltrone di una sala, l’unico luogo dove un’opera di tale portata consegue la sua piena ed effettiva dimensione.
In un mercato sempre più frammentato, la speranza è che la “resurrezione” evocata dal titolo contagi anche il pubblico italiano, riportando al centro del dibattito un cinema che non ha paura di osare, di commuovere e, soprattutto, di essere vivo.
a cura di
Simone Torricella

