Lo Straniero – la recensione in anteprima del nuovo film di François Ozon

In uscita nelle sale il 2 aprile, Lo Straniero, presentato in concorso alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, non è solo l’adattamento di un classico della letteratura, ma un’indagine intensa sull’animo umano che risuona con forza nel presente. 

François Ozon si conferma uno dei registi più poliedrici e instancabili del panorama europeo degli ultimi anni, firmando il 21esimo lungometraggio in carriera. Dopo aver spaziato tra generi diversi — dal dramma psicologico di Giovane e bella al musical di 8 donne e un mistero — il cineasta francese si affaccia con personalità al capolavoro di Albert Camus, tentando di catturarne l’essenza più intima.

Benjamin Voisin — già protagonista di Estate ‘85 — si carica sulle spalle l’ardua sfida, affidando al Meursault del romanzo di Camus un’indole magnetica. Lo spettatore è, quindi, costretto a empatizzare con il dramma di un giovane, in quanto il protagonista ha meno di 30 anni. A differenza dell’adattamento di Visconti in cui è Mastroianni a interpretare un uomo rassegnato molto più cresciuto.
Pierre Lottin, nei panni di Raymond Sintès, il vicino di casa di Meursault, regala una performance di rilievo, vincendo il premio come miglior attore ai César 2026.

Trasporre Lo Straniero significa inevitabilmente confrontarsi anche con il precedente adattamento del 1967 diretto da Luchino Visconti. Se quest’ultimo fu obbligato a seguire una via più fedele al testo di Camus, il regista francese si concede la libertà di osare, restituendo vigore al romanzo. Ozon, rinunciando alla voce interiore del protagonista, affida alla potenza delle immagini il compito di evocare l’alienazione di Meursault, nella cornice di un contesto storico significativo.

La Trama

Ambientato nel 1938 ad Algeri, il film segue le vicende di Meursault, un impiegato incarcerato per aver ucciso un uomo arabo.

Da quei colpi di pistola nasce un processo che non mira tanto a punire l’atto violento in sé, ma a individuare i motivi dietro all’orribile gesto.

La scelta del Bianco e Nero

Ozon si discosta completamente dalla trasposizione a colori di Visconti, utilizzando un bianco e nero espressionista e delineando così il mondo di Meursault, anch’esso privo di sfumature morali. Le ambientazioni acquistano realismo e la fotografia di Manuel Dacosse ci immerge completamente nell’Algeri coloniale del ‘38. Le spiagge torride si alternano con gli appartamenti spogli, fino a quando la macchina da presa ci confina all’interno dell’aula del tribunale e tra gli spazi del carcere, costantemente gremiti.

Ozon, nelle sue opere, tratta spesso l’ossessione per il corpo mediante l’uso del Bianco e Nero — Frantz — o attraverso l’erotismo — Doppio Amore — e anche qui, la cinepresa tende a indugiare sui corpi dei personaggi, trasmettendo una sorta di tensione sessuale palpabile.

Questa staticità delle immagini eleva la bellezza e la purezza estetica, creando un contrasto con la crudezza degli avvenimenti e con le parole dei personaggi. Una contrapposizione netta e avvolgente, che si sofferma sui lineamenti e sulla pelle, favorita dalle interpretazioni impeccabili dei protagonisti.

Mentre i giudici parlano di concetti morali intangibili, Ozon sceglie di concentrarsi sul sudore, elemento di contrasto rispetto all’astrazione del processo legale. La sudorazione restituisce le sensazioni degli ambienti roventi di una storia in cui il contatto tra i corpi è l’unico elemento di realtà.

Il desiderio carnale diventa reazione a un’apatia che divora tutto il resto. In un’Algeria dove il colonialismo è un rumore bianco, costante e oppressivo, la fisicità dei protagonisti non è mai fine a sé stessa: per Meursault diventa l’unico linguaggio distante dall’omologazione.

L’Apatia è da condannare?

Il romanzo di Camus, spesso circoscritto nella sua cornice storica, trova nel film una nuova urgenza. In quest’epoca di crescente apatia digitale e sociale, il Meursault di Ozon è lo specchio di un’umanità che osserva il mondo attraverso uno schermo, bombardata di notizie terribili, finendo con l’assorbirle impassibilmente.

L’uccisione dell’uomo arabo, nel romanzo, rimane sullo sfondo, mentre nella pellicola la questione razziale conquista particolare rilievo. Ozon sottolinea con intelligenza come il sistema giudiziario non sia interessato alla vittima, ma sia ossessionato dall’individuo “non omologato”. La scena dell’omicidio è costruita brillantemente, un’intuizione regisitica che lascia inevitabilmente spazio a interpretazioni più audaci.

Il successivo processo a Meursault diventa un’azione legale alla sua mancanza emotiva, riducendo l’omicidio a un pretesto per eliminare un uomo, il cui animo non si conforma alle convenzioni sociali. La pellicola così acquista potere, trasformandosi in un’indagine personale sul concetto di apatia.

Saremo noi, in sala, chiamati a decidere se Meursault sia un mostro da condannare o un uomo colpevole di aver mostrato quanto sia sottile il confine tra la nostra indifferenza quotidiana e la sua tragica onestà.

Conclusione

Tra le spiagge e il sangue, tra sguardi e sudore, tra il riverbero del mare e la luce del sole, Ozon non si limita a illustrare Camus, ma lo interroga. Restituendoci uno Straniero che è, tragicamente, nostro contemporaneo e che ci costringe a chiederci:
quanto di quel distacco, di quel bagliore accecante e di quel silenzio ci appartiene davvero?

a cura di
Simone Torricella

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