Contento per il posizionamento di Sal Da Vinci, ma l’Eurovision Song Contest è sempre più l’evento dell’ipocrisia
Caro Sal Da Vinci, sono contento per il quinto posto raggiunto all’Eurovision Song Contest 2026. Non sono ironico: è un ottimo piazzamento e, francamente, ho un messaggio per alcuni colleghi: smettetela di rompere i coglioni con le lamentele sulla canzone e sull’esibizione “ricche di cliché pizza e mandolino”. Avete rotto il cazzo, finti pseudo intellettuali che hanno la casa piena di CD masterizzati e mai ascoltati.
Scusate il francesismo.
Non è questo il punto.
Purtroppo, caro Sal, questa volta non mi dilungherò con le solite pagelle delle esibizioni, quelle tra il sarcastico e l’ironico. Perdonami, avrei voluto, anche per rimarcare il fatto che ha vinto l’ennesima baracconata che fa tanto simpatia e che risolverà le playlist delle feste a tema trash.

Per il terzo anno consecutivo, però, c’è una buffonata che persevera. Anche il televoto finale per l’ennesima volta arreca qualche dubbio. “Qualche”. Parecchi dubbi, ecco.
Perché in gara c’è ancora Israele?
Perché in gara c’è ancora Israele? Una domanda che non vuole alimentare odio, ma che alimenta solo ulteriori dubbi sull’organizzazione dell’Eurovision Song Contest. Si è sempre definito un evento al di fuori della politica e degli eventi politici che coinvolgono i Paesi partecipanti. Salvo poi nel 2022 escludere la Russia dalla competizione musicale.
Alle rimostranze di Spagna, Slovenia Irlanda, Islanda e Paesi Bassi (e malumori generali di altre nazioni) riguardo la partecipazione di Israele, gli organizzatori hanno spiegato nuovamente che non vogliono escludere o includere partecipanti per questioni politiche… andando di nuovo in contrasto a quanto attuato nel 2022.
Non mi interessa sapere chi è pro o chi è contro cosa. Non voglio discutere sul buono o non buono, giusto o non giusto. Se hai preso una posizione in quel caso – contravvenendo alle tue stesse regole – è necessario usare la stessa linea anche con l’altra situazione. Oppure tornare sui propri passi e non escludere nessuno.
Pace sì. Ma pace col cervello, anzitutto
Insomma, cara Eurovision Song Contest: fai pace col cervello. O si segue una linea unica e coerente in tutti i casi, o il “due pesi, due misure” fa crollare la credibilità della manifestazione.
Nascondere la polvere sotto il tappeto prima o poi non funziona più e l’attenzione per lo spettacolo viene giocoforza soppiantata da quella per i dubbi e la sempre più evidente ipocrisia di fondo.
“United by music”, “Uniti dalla musica”, recita lo slogan dell’Eurovision Song Contest 2026. Messaggio bellissimo, che tuttavia stride in maniera esagerata con quanto messo in scena. Ancora una volta.
a cura di
Andrea Mariano

